Daft Generation

Da icone a culto

Un suono apparentemente facile. Che affonda le radici in campionamenti funk oculatissimi compressi nella cultura dell’E. Un’immagine iconografica di kraftwerkiana memoria e assieme un’identità trasfigurata in man machine. Eppoi. Il binarismo robotico che si riaggancia al modernariato cartoon Jap e torna indietro al groove e alla scatoletta del circuito elettronico di base. Uno e Zero. Basta così: sono i Daft Punk, un culto, un fenomeno transgenerazionale che non conosce la parola storicizzazione. Di più, sono l’Università di scienze elettrodance, e a più di 10 anni dal primo singolo The New Wave (datato 1994) e dall’esordio Homework la cui eco non smette di pulsare nei cuori digitalizzati di mezzo mondo, i frequentanti sono sempre più numerosi.

I corsi attivati? Quello Old School fine Ottanta dove si studiano i suoni di beatbox Roland 303, e nel quale si comprende il passaggio dall’estetica hip-hop a quella Acid e Techno. Il corso avanzato Novanta dove s’imparano le tecniche dj, la sociologia dello scazzo, il revival della lounge. Poi c’è quello sulla musica da ballo nera nel quale si comprendono le radici groove del verbo di Chicago. Infine, e non può certo mancare, il seminario d’estetica e semiotica tedesca basato sulla figura dei Kraftwerk, la base di tutto. Chiaramente. La scuola non insegna tutto, però. iIsegreti s’imparano sul campo ma il primo di questi è noto: l’abilità nello stemperare la serietà dei manichini di Düsseldorf rendendola semplicemente un gioco, e dietro questa matrice c’è il tocco kitsch, magari con un retrogusto psych. Facile a dirsi difficile a farsi.

La kitschedelia con la quale veniva descritto il primo Daft Sound è uno stile dance collagista antitetico alla cultura di stampo futurista della città dei Motori e da gente con la fissa droide come gli Autechre. Arduo per i cultori dance spogliarsi di un credo serissimo abbracciando il kitsch. Prendersi gioco della cassa in quattro pur amandola. Non sono cose che s’insegnano queste, magari i Basement Jaxx lo potranno pure spiegare in slide show ma parliamo di un’arte, proprio come quella del settare le voci filtrandole con vecchi aggeggi presi al mercatino. Quelli sono segreti. Segreti très francois che s’imparano sul campo, oltre a punti di contatto con una l’altra scuola, quella degli Air, anch’essi influentissimi. Ma non divaghiamo e facciamo parlare lo stesso Bangalter, uno dei due uomini robot: “One of the cool things about the house music spirit is that it inspired musicians to use instruments for things they weren’t designed to do”. Dunque l’inconfessato è trovare vecchie macchine e farle suonare in modi diversi, campionare vecchi dischi e sporcarli fino a renderli ferramenta Futurama. Giocarci su senza ideologia. Un gioco-concetto. Non proprio una cosa da nerd e basta.

Eravamo a metà Novanta con una Screamadelica oramai lontana, l’Aphex Twin in avvicinamento al pop (Windowlicker). Negli occhi dei due Daft scocca una scintilla che porta ancora altrove. È punk. Una rivoluzione tutta all’interno del dancefloor. Una bomba chiamata Da Funk. Il funk appunto. Il resto è storia. Il verbo è stato trasmesso Around The World, e la parola ha raccolto migliaia di adepti. Gli apostoli della chiesa, gli eletti, per quest’oggi sono solo 3. Tre gruppi, doppi che si specchiano, coppie d’assi che rispettano l’ortodossia robotica. La messa è appena cominciata. Ma andiamoci calmi con i paragoni.

Generazione Daft

Eccoli qui, gli apostoli, adepti scafati, pronti da un momento all’altro a scardinare il trono dei sommi profeti: Justice, Digitalism e Simian Mobile Disco. Tre strade diverse, tre specchi riflettenti pronti a sfoderare gli electro ranocchi di una synthology rigorosamente d’antan. Citazioni e imbastardimenti figli della finta semplicità Daft. Pochi ingredienti diretti alla base acida di quello che è stato e di quello che sarà (la disco?): cassa dritta e divagazioni melodiche, filtri in progressione e aperture cosmiche (vedi pure Music Sounds Better With You, progetto parallelo di Bangalter, che nel 1998 sbancava), vocoder che nel frattempo sono diventati dominio DFA mescolato ad un attitudine (nu)rave che dai Chemical Brothers porta all’oggi. Poi il French Disco con incursioni p-funk, ancora DFA passati al colino di Rapture e derivati. Ritorno al dancefloor quindi, ma attenzione…

Croce e delizia

E partiamo con le promesse mantenute a metà: Justice. Credenziali: un duo (Gaspard Auge e Xavier de Rosnay). Segni particolari: vengono dalla madrepatria daftpunkista, la Francia. Un paio di mosse divine, tra cui l’esordio: il remix di Never Be Alone (guarda caso proprio dei Simian) e successivamente la firma/marchio di fabbrica su voci e ritmi dell’olimpo mainstream, come Britney Spears, Fatboy Slim e N*E*R*D. Quest’anno registrano un album pomposamente barocco che ai robot deve moltissimo, che al loro sound si genuflette e si specchia in narcisistiche pose. Un giochino di stucchi e paillettes riflettenti. Luci stroboscopiche a bassa velocità per chi vuole lasciarsi travolgere dai ricordi. Tastierine e suonini senza quel quid. Senza la visione del Darkel (metà solista e gaia degli Air) più cosmico e stellare. Tutte consapevolezze che il duo pare avere in testa ma reagisce macinando tutto vorticosamente, bruciando così tutto e subito. E di nuovo: leak ammiccanti buoni per qualche vefcchia superclassifica, archi disco e vocine per loliti e lolite tutti vodka e red bull (che dicono che al fegato fa malissimo. Più dell’eroina). Quel che non era possibile insegnare non è stato metabolizzato. È mancato il tempo e questo fa molto Duemila. Meglio va con i Digitalism.

Ideal(ism) Paradise

Digitalism, ovvero Jens Moelle e Ismail Tuefekci. Sangue krauto dalla fredda Amburgo proteso verso le robo tastiere francesi con un po’ di aceeed! che non guasta mai di questi tempi, e miele sintetico. Però: innesti rock nella pasta sonica. Triangolazioni Out Hud e nu-rave (Klaxons). Poi ci sono gli Ottanta: Digitalism In Cairo per dirne una, è un omaggio alla wave targata Robert Smith, il minimalismo art-dark da cui tutto riparte sempre e comunque. Ma se l’onda si trasforma in bioritmo, il ricorso porta ai manichini e nonsoloDaft, ovvero chitarre. Nessuna novità? Più o meno si va d’addizione, tuttavia, sotto le progressioni melodico ritmiche qualcosa c’è, s’apre alla psichedelia cosmica. Un ponte con la kraut disco nordica di Lindstrøm è gettato, ma tutto traballa quando c’è la febbre scanzonata e, appunto, kitsch a dominare il platter. Ci siamo quasi. I Digitalism sentono il polso del presente. E quasi arrivano alla sintesi (quasi però).

Disco Mobile

Altra coppia infine, l’ultima, la più completa: il duo James Shaw e James Ford che approda quest’anno all’agognato disco d’esordio sotto il moniker di Simian Mobile Disco. Location: la scazzata Bristol del fu trip hop. Prima, è vero, c’erano i Simian (e basta), un ibrido di Broadcast e Beta Band. La febbre del remix nata per gioco però cresce sempre più, finché i due lasciano da parte l’istinto rock per tardoadolescenziali pastiere sudaticcie. Il gancio arriva con un DJ di grido (Erroll Alkan) che li porta in casa Kitsuné Music e I’m A Cliché. Dal 2004 in poi, i remix sono per le star: Air, Klaxons, Björk, Muse e Rapture. E di pari passo si forma un gusto che non può fare a meno dell’old skool e persino di gente straignorante come i Technotronic. Dunque ritmo robot liquefatto e rapping riesumato dalla cricca Snap, ovvero dalla scuola nera NRG a cavallo tra gli Ottanta e Novanta. Così la linea dei daftpunkiani si lega direttamente al ghetto-funk e rinasce altra. Techno-truzza con stile. Sì.

Ecco il disco Attack Decay Sustain Release, le partecipazioni alle compilation Bugged Out e le serate del Fabric. Il suono Simian Mobile Disco è sincopato, aceeed!, funk, ma soprattutto pregno di negritudine e un tocco dance brit (senza rinunciare ad alcuni pezzi white per bianchi come Love). Di fatto è il duo meno emulo del lotto, più consapevole della potenza del remix, vario nelle soluzioni (Scott per dire è un balletto futurista e una piece contemporanea assieme, Love parte dai Klaxons e sfreccia a Ottanta all’ora, I Believe è bass Miami al ralenti…), sapiente nell’uso dei filtri (gli inserti Phuture in Hustler), nella realizzazione dei climax (It’s The Beat: un ponte tra electro Kraftwerk e Pump Up The Jam). In altre parole è il più smaliziato nel frullare i vibe con i rhythm. Un set poshy bastard, puttano come la coppia Beckham, ma pronto a convertire lo chic in kitsch technotronico. “I know it’s good, it’s the beat”, dicono loro, ma che siano pre tutte le etichette che vi rintronano in testa ora (e che vi fanno odiare le recensioni) a noi tutti interessa il tocco. Loro ce l’hanno più di tutti.

1 Ottobre 2007
1 Ottobre 2007
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