Dai Palace al Principe Billy

Persino più ombroso ed impenetrabile rispetto all’esordio There Is No-One What Will Take Care Of You (Drag City, 1993), il sophomore Days In The Wake (Drag City, Domino 1994, 6.0/10) scivola in continuazione dalle atmosfere acustiche di matrice country-folk alle asperità lo-fi, mentre dal punto di vista lirico si assiste ad un ulteriore incremento della visionarietà, che rende quasi incomprensibili brani quali Pushkin o Whither Thou Goest. Al tempo stesso, però, la comunicativa semplice di I Send My Love To You e All Is Grace come l’ironico ritratto semi-autobiografico I Am A Cinematographer sembrano suggerire timide aperture verso temi meno angosciosi.

Primo disco di svolta nella carriera di Oldham, Viva Last Blues (Usa: Drag City 1995, Europa: Domino, 7.0/10) esce a nome Palace Music e vede una backing-band quasi completamente rinnovata, che ha ora i propri punti di forza nelle chitarre di Bryan Rich, nel piano di Liam Hayes e nella batteria di Jason Loewenstein (Sebadoh). Il cambio è evidente fin dal primo brano, More Brother Rides: le strutture delle canzoni si colorano di venature jazz e blues e i testi – a tratti ancora visionari – sembrano preludere a una flebile luce d’ottimismo. The Brute Choir, Tonight’s Decision (And Hereafter) e New Partner rientrano subito tra gli immancabili delle esibizioni live dei Palace, e l’album vende discretamente elevando il nome di Oldham anche al di sopra del circuito indie.

Nuovamente rivolto verso l’oscurità, Arise Therefore (Usa: Drag City 1996, Europa: Domino, 7.0/10) è il capitolo conclusivo della prima parte della carriera di Oldham, ed il canto del cigno del moniker mutante Palace. Da segnalare, oltre alla produzione di Steve Albini e alla presenza al piano e all’organo di David Grubbs, che conferiscono al disco una connotazione che potremmo definire vagamente post, la presenza di una manciata di brani memorabili quali Stablemate, Kid Of Harith, Give Me Children.

Tentando di fare ordine nella moltitudine di canzoni sparse tra mini-album, 7, demo, compilation nel corso di quattro anni di musica, Oldham dà alle stampe Lost Blues And Other Songs (Usa: Drag City 1997, Europa: Domino, 7.0/10), un’antologia sorprendentemente coesa che ha le proprie vette in brani quali Trudy Dies, Little Blue Eyes, West Palm Beach, Gulf Shores. Una sorta di cronistoria personale, dunque, che segna le tappe di un’evoluzione che dalla semplice rilettura del folk appalachiano ha portato Oldham a conseguire una personalità autoriale di tutto rispetto.

Prima uscita discografica pubblicata con il proprio nome di battesimo, Joya (Usa: Drag City 1997, Europa: Domino, 7.0/10) è uno degli album della maturità di Oldham. Influenzato dal punto di vista musicale come da quello lirico dal classicismo di Dylan e Young, Joya – che vede anche un cameo di Dave Berman / Silver Jews – fa un passo avanti in direzione della canzone d’autore propriamente detta, e anticipa i temi di I See A Darkness in brani quali Antagonism, Open Your Heart e Apocalypse, No!. Le storie prendono il posto delle impressioni fugaci, nuove tematiche ricorrenti quali l’amore, la famiglia e la religione occupano i ruoli protagonistici: qualcosa in Oldham sta cambiando…

E infatti il disco-capolavoro arriva quasi di soppiatto, ed è intitolato a Bonnie Prince Billy, ennesima incarnazione di un artista che ha fatto del trasformismo una costante. Compimento definitivo del percorso verso una maggiore riflessività che sembrava caratterizzare gli ultimi album, I See A Darkness (Usa: Drag City 1999, Europa: Domino, 8.5/10) è un viaggio splendido ed impressionante al tempo stesso nella solitudine umana. Sentimenti atavici come l’amicizia (la title track: Well I hope that someday, buddy / we have peace in our lives / together or apart / alone or with our wives / that we can stop our whoring / and pull the smiles inside), la morte (Death To Everyone: Cause buddy I’m not / afraid to die / cause life is long / and it’s tremendous), la nascita (Song For The New Breed: Inside of me / something is growing / something is glowing / something is showing), la depressione (Black: Black you are my enemy / and I cannot get close to thee / our life is ruled by enmity / and I can’t weaken that / the only way that I can see / is to hold you close to me / to love you for it’s meant to be / I weaken your attack) vengono scandagliati nel profondo, con un’analisi introspettiva che sfiora l’iperrealismo. Le parole di Oldham feriscono e lavorano dentro per lungo tempo: la tradizione cantautoriale del lato oscuro si arricchisce di un altro nome fondamentale, degno erede dei Drake, dei Cohen, dei Johnny Cash (che non a caso vorrà reinterpretare I See a Darkness insieme all’autore in un emozionante duetto nel suo American III, 2000).

Ode Music (Drag City, 2000, 6.0/10) è un album interamente strumentale, consigliato ai soli completisti. Accompagnandosi con l’abituale chitarra acustica e con i meno convenzionali piano, organo e samples, Oldham esegue dieci composizioni minimali ed evocative, che vanno a costituire la colonna sonora di un film dal titolo omonimo diretto da Kelly Reichardt. Continuazione di Lost Blues, Guarapero (Usa: Drag City 2000, Europa: Domino, 6.5/10) raccoglie altri 16 episodi pescati tra singoli e rarità. Meno omogeneo del suo predecessore, l’album non manca però di incuriosire grazie alla rilettura di una poesia di DH Lawrence (The Risen Lord) e alle cover di Ac/Dc (Big Balls) e Lynyrd Skynyrd (Every Mother’s Son). Tra i brani originali spiccano invece l’omaggio a Phil Ochs Gezundheit e le struggenti Patience e Take However Long You Want.

Ease Down The Road (Usa: Drag City 2001, Europa: Domino, 8.0/10), secondo disco uscito a nome Bonnie Prince Billy, è forse l’album più classico della lunga carriera di Oldham. Profondamente influenzato dal cantautorato country-folk dei sixties, compie un deciso tuffo nel passato e mira a recuperare la comunicativa diretta della ballata. Il risultato sono 12 semplici, delicate, sincere canzoni d’amore e di passione che aprono lo sguardo su un paesaggio dell’anima ancora meditativo ma senz’altro più assolato che in tante altre occasioni precedenti. E se singalong quali Just To See My Holly Home e Grand Dark Feeling Of Emptiness – dove vengono nuovamente fuori, quasi compenetrandosi, i temi dell’alienazione e della famiglia – riescono ad evocare lo spirito dei canti corali del folk d’un tempo, le emozioni più profonde sono suggerite da May It Always Be (If you love me, and I’m weak / then weaker you must love me more / to re-enforce what’s also strong / and all the love we have in store) e After I Made Love To You (Eloquent, I soon retire / to nothing else I may aspire / after I’ve made love to you), probabilmente le due più affascinanti love songs firmate da Oldham.

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