Dance music for open minds
Hipster house, earthboogie dance, liquid music e..

Primo ad arrivare quest’anno l’hypatissimo John Talabot, con quella sua house dismessa, sottotono, che vuol generare movimento dance ma solo a livello cerebrale, come sensazione indotta. E ti fermi a riflettere su originalità e stimoli della proposta. Poi ci pensi, t’accorgi che è lo stesso metodo che Nicolas Jaar sta perfezionando con risultati eccellenti nei suoi live, e ne concludi che un filo conduttore è quantomeno possibile. A stretto giro ci si aggiungono Ital e Blondes e inizi a convincerti che una tendenza alternativa stia prendendo piede. E quando per ultimi compaiono Voices From The Lake e Alex Under, che sul metodo cerebrale han concepito gli album più riusciti, comprendi che sta succedendo qualcosa. Una piega uber-intelligente che si posiziona a debita distanza dal club ma che in nessun modo ha intenzione di demonizzarlo: al contrario finisce per rivalutarne l’importanza anche in contesti estranei, adottandone gli stessi meccanismi ad un livello di comunicazione differente, più sottile sì ma senza ambizioni di superiorità.

Vent’anni quasi esatti dal robot disteso in poltrona di Artificial Intelligence e in generale dall’ondata IDM che ha marcato a fuoco gli anni ’90, e non è strano pensare che si tratti di un nuovo ricorso della storia, un secondo bisogno d’astrazione e affinità al listening meditativo. Quasi fosse una reazione al massimalismo elettronico del decennio appena trascorso, all’estetica degli eccessi che dall’electroclash sfocia nel nu rave e nella fidget sotto una costante electro house sempre più aggressiva. E allora ecco che la house torna morbida, sensuale, avvolgente, come quella deep che sta vedendo in tempi recenti una nuova fioritura, tra Deniz Kurtel, Art Department, Frivolous e l’ultimissima Nina Kraviz. O forse, più semplicemente, la chill-out ha perso oggi la propria ragion d’essere, le classiche camere di decompressione non esistono più (per ragioni economiche o sociologiche che siano) e lo smaltimento delle scorie adesso possono offrirtelo solo il momento pre-serale (l’aperitivo) e la carica new age e lounge che si porta dietro, componente sempre più preponderante di un certo filone ambient house moderno (vedi Voices From The Lake o Prommer & Barck, ma per certi versi anche BNJMN, Caribou e Arandel).

Domande simili ce le facevamo già qualche anno fa, quando nel 2008 ragionavamo sull’ondata di casi ambient/IDM di ritorno che coinvolgeva tra gli altri Autechre, Black Dog, Tom Middleton e Scuba. E anche allora tutto sembrava formare un disegno preciso e appariva energica la rivalsa delle nuove generazioni sulle precedenti, sempre nel segno di una maggiore intensità emotiva. Ancora una volta siam di fronte a una costellazione regolare e ben definita, che sta esplorando sotto vari fronti le possibilità comunicative della dance music d’ascolto, da quelle easy alle più psichiche. Il materiale è ormai abbondante e a unire i puntini ne emerge uno scenario variegatissimo e con interessanti punti di contatto.

Naturalismo e new age

Tra le sensazioni più frequenti che fan scattare la scintilla, ieri come oggi, c’è un naturalismo armonioso e aperto, fatto di una semplicità che evoca suggestione tornando su un sentire meno futuristico e più umanamente spontaneo. Può arrivare al tribalismo, oppure semplicemente fermarsi su composizioni sonore che rifiutano le forme meccaniche, l’importante è mettere in atto un’affinità percettiva volta al benessere. Se c’è un esempio che cristallizza tutto questo per gli attori dei giorni nostri questo è Nathan Fake, che con l’esordio del 2006 Drowning In A Sea Of Love esplodeva negli ambienti dell’elettronica intelligente moderna. Lì tutto diventa una costola dell’ambient, una tela libera sulla quale la distensione si esplicita: ascolti You Are Here o The Sky Was Pink e senti che il gioco elettronico dance oriented c’è, ma è estremamente rilassato e ammorbidito, rallentato ad hoc per far sì che l’induzione avvenga dall’interno, tutt’uno con le sensazioni provocate. Tutto mischiato sovente a un ottimismo diffuso che in Grandfathered e Charlie’s House diventa limpido e incorruttibile. Questo il risvolto intellettuale di un lavoro che, in fondo, avrebbe potuto essere soltanto un perfetto album downtempo, ma che invece possiede la capacità di comunicare tra le righe i suoi contenuti nascosti.

A dirla tutta c’era già stato qualcun altro che aveva reso il gioco delle parti psych/dance più esplicito: l’anno prima Matias Aguayo usciva con Are You Really Lost, altro disco che, come quello di Nathan Fake, verrà successivamente inserito da molti tra le migliori produzioni elettroniche del decennio. In quel caso la tech-house era un elemento ben esposto, ma quando incontrava certo sordido downtempo venivano fuori tracce come De Papel o New Life, inviti alla danza seminascosti da trip di bassi, ritmiche mascherate e sezioni cantate sommerse, tutto molto vicino a un misterioso rito di coinvolgimento inconscio. Un travestimento della materia dance che verrà promosso a vero e proprio gioco di prestigio nel 2009 con Ay Ay Ay, un disco-esperimento interamente prodotto da suoni ottenuti dalla voce umana, groove e ritmi compresi. Naturalismo (o meglio umanismo) all’ennesima potenza dunque, un travestimento spiazzante che eppure sottendeva un’attitudine dance ben marcata. Prendi Menta Latte: nella struttura è praticamente tech-house se non fosse che delle drum machine non c’è neanche l’ombra e che il cantato è psichedelia malata che tende al tribalismo folk. Ancora meglio Rollerskate, dove il ballo è più quello di una tribù indigena e la componente esotica (diffusissima su tutto il disco) diventa anti-occidentale, riportando in superficie la parte primordiale della reazione umana.

Si può trasudare dance rimanendo sotto la luce del sole, sollecitando quei riflessi incondizionati che sanno muoverti da dentro. Più la consistenza diventa minimale e lascia spazio al non detto, più diventa una pagina bianca in cui è l’ascoltatore a mettere i contenuti. Nel 2010 su Infiné vien fuori dal nulla un personaggio misterioso che nasconde il proprio volto dietro una maschera di legno grezzo e stoffa scarna, quasi fosse frutto diretto della foresta: Arandel fa il botto con In D, album dal disegno essenziale che ragiona secondo una visione new age, capace di prestarsi a circonvoluzioni spaziali e introversioni di vuoto mistico. Eppure c’è una certa cassa insistente e decisa che vien chiamata in causa senza troppa parsimonia, e se ascolti In D#7 o In D#3 non siam nemmeno troppo distanti dalla microhouse, seppur distesa su una ambient astrale che ne moltiplica l’assorbimento. Vogliamo trovargli a tutti i costi un antenato? Torniamo per un attimo al Murcof di Remembranza, anno 2005, riprendiamo la meccanica del silenzio di brani come Reflejo o Rostro e abbiamo un altro splendido esempio di non-dance indotta in trasparenza che molto ha trasmesso ad Arandel.

Nathan Fake, Arandel, il naturalismo e la ambient house. Tutto questo ha dato da poco un frutto particolarmente appariscente: si chiama BNJMN, viene dai sobborghi fuori Londra e nel 2011 è salito agli onori di cronaca per la release di non uno, ma ben due album di validissima house emotiva e raffinata, spopolando peraltro anche nella nostra classifica di fine anno. Plastic World e Black Square disegnano un percorso fondato su una cassa in quattro che sa ritirarsi al momento giusto in favore di disegni ambientali e suggestioni cosmiche, realizzando una musica che affascina prima di tutto per lo spessore che comunica, e solo in un secondo momento coinvolge per attitudine dance. Il ragazzo sa fare il misterioso con un pezzo pieno di sfumature e mutazioni lente come Arose, ma è bravo anche a complicare l’architettura al punto giusto, forzando lungo il canale intelligent (Primal Pathways) e ragionando secondo una malinconia laterale e turbata (Wisdom Of Uncertanty). I momenti migliori si scoprono proprio quando l’attitudine house viene zittita e l’esperienza gioca sui contenuti sottintesi. Come per certe illusioni ottiche, gli effetti di questa musica si subiscono involontariamente, per poi ritrovarsi impegnati a ricondurli a una spiegazione razionale.

Nomi (im)probabili

Col senno di poi ci si accorge che i primi a voler dare un nome a questo fenomeno son stati gli stessi artisti protagonisti. Nel 2011 venne fuori un gran bel disco frutto del connubbio tra due personaggi di una certa statura, il Christian Prommer autore delle Drumlessons e Alex Barck fondatore dei Jazzanova: Alex And The Grizzly realizzò una armoniosa miscela di calore nu jazz, freddezza norvegese e sfumature dance che sapeva trasmettere energia e relax fin dal primo ascolto in cuffia. La componente techno lì emergeva a volte in maniera netta, ma nei pezzi più affascinanti, Picture Of The Sea e Submarine Bells, i ritmi si ammorbidivano trasformandosi in dolce accompagnamento mentale per panorami assolati e canti liberatori, con tanto di inserti naturalistici esotici (il canto dei gabbiani). In un’intervista i due la chiamarono “earthboogie dance“, a sottolineare la riscoperta di un sentire dance primitivo, libero dal progresso e fedele all’istinto innato dell’uomo. La natura torna ad essere il mezzo principale per raggiungere una diversa ballabilità, che agisce in maniera maggiormente empatica rispetto ai meccanismi del club, e questo peraltro ne amplia la fruzione a tutti coloro che non si sentono a proprio agio con le severità house e techno (target questo a cui gli stessi Jazzanova han sempre puntato).

L’aura del club affascina anche chi non può dirsi un classico frequentatore, e questo vale anche per quegli artisti che dance non lo sono ma che verso quel mondo sentono una certa attrazione. Un caso significativo si era visto giusto l’anno prima con Caribou: lui proveniva da un percorso fondamentalmente indietronico, ma con Swim nel 2010 compie una virata che lo porta vicinissimo al club. Senza però oltrepassarne la soglia: in un’intervista a Pitchfork lo stesso Daniel Snaith approfondisce il concetto di “liquid dance music“, intendendolo come un rendering fluido e ovattato dove dance, trance e folk si diluiscono vicendevolmente. In Found Out, Bowls o Leave House la ballabilità è più una sensazione trasmessa che un’intenzione sposata con convinzione, ma la cosa più affascinante è che mentalmente non c’è quasi differenza: i neuroni ballano e del contesto se ne fregano.

A un certo punto sembrò che a questo gioco partecipasse anche il glo-fi: un’estetica che ha l’easy listening nel midollo ma che, in quanto discendente dal synth-pop della plastic decade, non è mai stato troppo estraneo all’apparire danceable. L’anno scorso, per l’uscita dell’LP di Washed Out ci ritrovammo tutti a parlare di glo-house: la piccola novità di Within And Without (e nello stesso tempo la caratteristica che lo rende il disco più maturo ed esteticamente solido dell’intero filone) era stata infatti l’introduzione in brani come Echoes e Soft di una riconoscibile soft house, funzionale a dar spessore al corpo pop che comunque rimaneva matrice dominante. Non eravamo vicini al club eppure i 4/4 non lasciavano scampo, facendo sì che il sound sbocciasse su un’inequivocabile drittezza ritmica. Non solo: ritorna l’idea di una dance autoctona che è più vicina a una danza tribale propiziatoria, e in Before appare preponderante il lato world-lounge della faccenda. Non esattamente un concept di dance cerebrale, ok, ma in quel caso la curva glo-fi ha confermato lo spazio che il dancing si stava guadagnando negli ambiti musicali più propriamente d’ascolto.

Il termine che negli ultimi tempi ha preso maggiormente piede nella critica specializzata è però un altro: hipster house. Così nel 2011 la critica inizia a chiamare un certo tipo di dance music alternativa, riferendosi soprattutto alle uscite della 100% Silk, la sublabel della Not Not Fun. Tecnicamente si tratta di musica house fatta con mezzi estranei, più vicini all’indie e al rock, ma in maniera più ampia si intende un modo di fare dance con l’intenzione precisa di differenziarsi da un’immagine clubbing particolarmente massificata. La si realizza con una manciata di armi tagliate ad hoc: un citazionismo elettronico focalizzato perlopiù su sonorità di pubblico dominio (anni ’80, disco, balearica, magari electropop scandinavo o french touch), mood leggero che tira senza forzare la mano e una fondamentale autoironia.

Tra gli esempi più compiuti, gli eppì Ital’s Theme e Only For Tonight di Ital aka Daniel McCormick, l’artista dietro Mi Ami e Sex Worker che a partire da un background originario post-punk è finito oggi per cimentarsi sempre più spesso con elettronica e 4/4. L’album uscito su Planet Mu, Hive Mind, porta all’estremo la sperimentazione, con pezzi come Doesn’t Matter e Floridian Void a trasmettere una arty house farcita di campioni vocali, sonorità psych à la Not Not Fun e ambientazioni space. Un lavoro che appare fortemente sperimentale e meno efficace di quanto potrebbe, con brani come First Wave e Israel che capovolgono l’approccio: se vogliamo usare una metafora, stavolta non è il vigore dance che esce fuori dal club e conquista i palcoscenici borghesi, ma al contrario, sono gli elementi esterni propri dell’impalcatura da rocker ad oltrepassarne la soglia, alterandone gli equilibri. L’efficacia dance ne esce intenzionalmente inibita, quasi fosse un’esecuzione stonata, musica suonata al pubblico giusto ma nel posto sbagliato. Una percezione possibile di un sound sperimentale come quello di Ital, che probabilmente troverà in futuro la quadratura più opportuna tra le forze opposte che spingono nel suo universo sonoro.

Dance-non-dance

A questo punto il leitmotiv è chiaro. Qualsiasi sia la modalità e l’ambito di ricerca, la materia dance viene sottoposta a un gioco di specchi che la maschera con connotati diversi, un’elaborazione di immagini e rifrazioni che sembra ma non è, che è ma non sembra esattamente dancing. Se dobbiamo identificare il più abile a inscenare questo trucco da prestigiatore, quello è Nicolas Jaar, il producer newyorkese incoronato leader della nuova elettronica emozionale dopo Space Is Only Noise di inizio 2011. Quel lavoro era fondamentalmente basato sull’introspezione blues, sulla chiusura emotiva in sé stessi, con la sola differenza che i vuoti interiori venivano espressi tramite le suggestioni elettroniche di una Colomb o Too Many Kids Finding Rain In The Dust. Poi però arriva un pezzo da amore a prima vista come Keep Me There e quel pulsare house lo senti vivido e sanguinante, per nulla artificioso e ridisegnato perchè sbocci solo una volta radicato nella psiche.

Quello che nell’album era un’intuizione genuina raggiunge in realtà la perfezione formale nei live che Jaar ha successivamente elaborato. Chi ha avuto modo di vederlo dal vivo avrà notato la doppia natura della sua musica: al MIT 2011 ad esempio Jaar si presenta in formazione acustica, accompagnato da una mini-orchestra che si sistema tutt’intorno a lui, nella sala-teatro dell’Auditorium. Quella suonata è tutto tranne che house: è sentimento, lounge, musica da camera, world, opera per platea. Eppure viene resa come fosse studiata per il dancing, anche verso coloro che assistono seduti in poltrona, alternando distensioni e climax come farebbe il più navigato dei dj house. Gioca sul coinvolgimento fisico oltre che mentale, segue l’esigenza naturale della situazione d’ascolto e diventa una rara esperienza di evasione e catarsi.

Oggi possiamo dire senza troppo azzardo che il valore dell’opera di Jaar sta restando più a lungo della semplice coda di apprezzamento del suo album, e non è folle pensare che alla lunga il ragazzo potrà sfoggiare una autorità anche più solida di rivali come James Blake. Il post album vede il producer newyorkese esplicitare con più convinzione articolazioni dance (Don’t Break My Love) e movimenti originari propri del suo sound (Why Didn’t You Save Me), tirando nuovamente fuori un colpo da maestro come And I Say, dov’è la voce felina di Scout Larue a invadere la psiche di un trip emotivo senza fiato.

Discendenti diretti dell’opera di Nicolas Jaar sono proprio John Talabot e il suo album ƒin, il primo colpo grosso (non)dance di quest’anno, disco accolto da pareri positivi quasi ovunque (noi compresi). Talabot si era già fatto conoscere per la versatilità con la quale era in grado di passare dall’easy listening prossimo al glo al defluire dance, dalle collaborazioni con Glasser alla hit planetaria Sunshine e alle affinità afro del My Old School EP. Ma è proprio ricordando l’organicità del Jaar live che l’album fa il passo avanti: Depak Ine è praticamente perfetta, cassa morbida ma senza esitazioni, profondità di basso a sintonizzare il mood e ancora una volta la componente indigena che domina tutto il groove, praticamente la earthboogie dance di Prommer & Barck riproposta su tessuto house. Lungo il resto del lavoro il gioco continua e riaffiorano a sprazzi proprio Caribou (Last Land), Washed Out (Oro Y Sangre) e un’attitudine pop che non ha timore di farsi speziare dalla vivacità house.

Percorso diverso, e per certi versi inverso, quello che interessa i Blondes. Duo maschile della stessa New York di Jaar, loro avevano già prodotto un eccellente eppi, Touched, aprendo ad una house ambientale ariosissima, a tratti onirica, che esprimeva al meglio tutti i tratteggi di cui abbiamo parlato: l’evasione esotico-balearica di Virgin Pacific, la cassa in quattro dolce sotto il fiorire indietronico di Paradise City, il reflusso nostalgico ’90s di You Mean So Much To Me, tutto lasciava intendere una cura particolare per quei dettagli decisivi nella fase d’ascolto. Dopo il successo di quelle cinque tracce i ragazzi son diventati sempre più richiesti negli ambienti clubbing e questo ha fatto scattare in loro una molla differente: singoli più recenti come Lover e Pleasure rappresentano house vera e propria, taglio classico e inserti sintetici d’ordinanza che sembrano glo ma non possono dirsi tali, mentre altrove (vedi Business) il passo veloce continua a flirtare con le aperture ambient. Wine, per dire, è la più vicina al sound del Touched EP, solo più determinata nei tempi, e quindi meno mascherata. L’album omonimo, uscito di recente, si limita a raccogliere i singoli pubblicati l’anno precedente senza aggiungere molto, diventando la vetrina d’esposizione del momento di transizione dei Blondes verso il club, il ritratto di un sound in corso d’opera che ha ora bisogno di trovare il giusto canale comunicativo.

Contatti psichici

Il top si ottiene quando la cura maniacale del suono si spinge verso un minimalismo essenziale, che lascia liberi gli spazi e rimane evocativo a livello subliminale, senza comunicare nessun contenuto particolare se non proprio l’assenza del messaggio, lasciando la tavolozza completamente a disposizione dell’ascoltatore perché sia lui a metterci dentro la propria immagine interiore. A febbraio sono due producers nostrani dalle spalle larghe, Donato Dozzy e Neel, a produrre il disco migliore della nostra disamina: Voices From The Lake è accolto con un raro 5 pieno da ResidentAdvisor e si mostra abilissimo a stabilire la connessione sinaptica, premurandosi di giocare su effetti tipici da ascolto prolungato e rimanendo rarefatto, rassicurante e avvolgente. Da Circe in poi le suggestioni del disco decollano, diventano immersione psichica in un mondo dove ritroviamo minimal, ambient, cosmic e tribal. I silenzi densi di significato di In Giova ti proiettano ora nello spazio ora nella foresta, Manuvex riprende il naturalismo silente di Arandel e Meikyu le sottrazioni di Murcof, e alla fine Hgs cancella definitivamente la dimensione temporale, rendendo il disco fuori da ogni coordinata. Con l’ascolto allenato emergono i lenti mutamenti dei dettagli impercettibili, tra le righe del non detto, ma il quadro complessivo è una vertigine di atemporalità e immutabilità. Eppure la cassa è sempre lì, continua a battere il tempo e sembra che qualcosa dentro la stia seguendo, entrando misteriosamente in simbiosi. Quando arrivi a chiederti se la suggestione è nella musica o appartiene alla tua natura, scopri che in fondo è indifferente.

Se tutto gira per il verso giusto si finisce per diventare involontariamente esoterici. È il gioco di spazi a fare quest’effetto, tanto più forte quanto più si dà fiducia all’artista affidandogli il controllo del gioco. L’anno scorso la svolta brain-oriented l’aveva avuta Andy Stott che, rispetto alle impalcature più definite del precedente Merciless, trovava la quadratura techno-dub in due validi ep, We Stay Together e Passed Me By. Se ci trovi la sintonia necessaria, brani come New Ground, Intermittent ma anche Bad Wires e Cracked sanno metterti nel trip giusto isolandoti da tutto, sebbene la veste sia bella tenebrosa e a venir fuori sono i turbamenti e i disagi del sentire introspettivo. Più aguzzo e macchinoso We Stay Together, mentre l’altro Passed Me By si configura come la vera prova cerebrale del producer di Manchester. Chi trova soddisfazione nel dub astratto e minimale non può non rimanerne affascinato.

Chi invece nel minimalismo ci cola a picco senza via d’uscita è l’ultimo arrivato, Alex Under con la sua Máquina de Bolas. Se nel primo album, Dispositivos De Mi Granja, il producer basco si tuffava nel minimal clubbing duro e puro di Villalobos e Plastikman, senza provar nemmeno a mascherare la cosa, con le bugie odierne invece si impegna a spostare le induzioni di quella minimal sul piano mentale, allungandone la profondità. Ritmi lenti e tempi lunghi per facilitarne l’assorbimento, il club c’è ma rimane sullo sfondo, attitudine innata che si piega alle esigenze d’ascolto: Bola5 rende il vuoto denso e enigmatico trascinando l’ascoltatore nel fondale di un ecosistema dark/space, circondandolo in maniera minacciosa e inquieta, mentre Bola2 suona più tranquilla, rassicurante e positiva, ipnotizzandoti con arpeggi acquatici in crescendo che trovano piena espressione solo dopo che otto minuti di movimento lento ti han già reso iperreattivo. Un album complesso ma meno tecnico di quel che può sembrare, capace di attrarre anche gli orecchi meno allenati evitando l’accartocciamento che molti accusano quando si ha a che fare con il sound minimal.

 

Questo solo un disegno dell’as is, senza voler essere esaustivi, giacché il quadro complessivo ha l’aria di non essere ancora completo. Fatto sta che questo 2012 sembra esser partito a tavoletta verso un canale di comunicazione ambivalente e introverso più o meno quanto il 2011 era decollato in fretta su traiettorie soul sfumate a piacimento. Esplicito e implicito continuano a darsi il cambio ognuno in cerca di rivalsa verso l’altro, e quella a cui stiamo assistendo sembra una fase intellettuale che ha ancora alcune cartucce da sparare. In ogni caso, se questa dance implicita è il perno portante del momento musicale corrente significa che alcune resistenze son venute meno e il valore di certi meccanismi finora relegati esclusivamente al mondo dance possono ora esser riconosciuti da un pubblico più ampio. Quasi come se la netta dicotomia tra rave e IDM di un ventennio fa si stesse risolvendo soltanto adesso, così che ogni parte riesca ad ammettere i pregi di quella avversa e farne tesoro. Almeno fino alla prossima rottura.

 

Discografia di riferimento

Murcof – Remembranza (2005): 7.5 / 10

Matias Aguayo – Are You Really Lost (2005): 7.2 / 10

Nathan Fake – Drowning In A Sea Of Love (2006): 7.4 / 10

Matias Aguayo – Ay Ay Ay (2009): 7.3 / 10

Caribou – Swim (2010): 7.2 / 10

Arandel – In D (2010): 7.5 / 10

Blondes – Touched EP (2010): 7.2 / 10

Nicolas Jaar – Space Is Only Noise (2011): 7.1 / 10

Prommer & Barck – Alex And The Grizzly (2011): 7.3 / 10

Andy Stott – Passed Me By EP (2011): 7.1 / 10

Washed Out – Within And Without (2011): 7.0 / 10

BNJMN – Black Square (2011): 7.4 / 10

Andy Stott – We Stay Together EP (2011): 6.8 / 10

John Talabot – ƒin (2012): 7.1 / 10

Blondes – Blondes (2012): 5.9 / 10

Ital – Hive Mind (2012): 6.4 / 10

Voices From The Lake – Voices From The Lake (2012): 7.6 / 10

Alex Under – La Máquina de Bolas (2012): 7.3 / 10

 

25 Marzo 2012
25 Marzo 2012
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