Onde telluriche in assestamento
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Stefano Solventi
- 1 Gennaio 2005
l pedigree di David Pajo, originario di Louisville con discendenze filippine, sembra un corso accelerato di quanto il rock abbia offerto di sconvolgente negli ultimi tre lustri o giù di lì. Vedi alla voce post-rock. C’era lui, o meglio la sua chitarra, a scorticare la febbrile solennità delle architetture Slint, quel delirante lavorio alle fondamenta che celebra ad un tempo la caduta e la riedificazione dell’edificio rock, la perdita della fede e l’insopprimibile devozione per una manifestazione elettrica che è pur sempre uno spasimo in direzione libertà. Un liberarsi che però tiene sempre bene a mente il proprio stato di costrizione.
Era la fine degli anni ’80, e gli Slint appena nati già morivano. Lasciarono un’eredità di appena due album, dei quali però si sarebbe avvertita l’eco per un bel pezzo. Nei lavori di The For Carnation e Tortoise ad esempio, i primi autori d’una limacciosa meditazione post-blues e i secondi dediti a stupefacenti elucubrazioni electro e fusion. Di entrambi i combo, David Pajo fu ingrediente importante, spina dorsale elettrica e convulsa. I primi abbozzi di una versatilità che troverà conferma e superamento in frequentazioni quali Stereolab, Royal Trux, Palace Brothers e Matmos.
Il che ci porta dritti nel bel mezzo dei Novanta, quando l’onda tellurica del post stava ormai esaurendo il potenziale distruttivo e andava assestandosi nel grembo di una rinnovata normalità. Mentre intorno è tutto un fiorire di abili interpreti (nel migliore dei casi) e pedissequi divulgatori (nel peggiore) degli stilemi post, il buon Pajo s’inventava un pugno di pseudonimi cercando in essi, attraverso di essi, nascosto dietro quel ventaglio di maschere, il decorso del proprio personale (e solipsistico, visto che spesso si occupa di tutti gli strumenti) travaglio sonico: Aerial M e Papa M erano le sigle imposte a cinque album, licenziati tra il ’97 ed il 2004, ma occorre citare anche M Is The Thirteenth Letter e – laconicamente – M tra i “nome de plume” col quale David tentò di confondere le idee al pubblico. Pubblico che pure rimarrà abbastanza fedele a quei tentativi tra il prezioso ed il pretenzioso di dare e togliere forma a certe ipotesi sospese tra le avventure avant ed il palpabile amore per la tradizione folk-psych. Lecito chiedersi a cosa si debba il ricorrere ossessivo della lettera M nei patronimici, ma ci ha pensato lo stesso Pajo a minimizzare, sdrammatizzare, disinnescare ogni ipotesi: nulla a che vedere col mostro di Dusserdolf, nessun mistero. Probabile invece che ben più prosaicamente, quasi goliardicamente, stia ad indicare “mansturbation”. Così è, se vi pare.
Quindi, messa in archivio la fortunata (ma solo dal punto di vista commerciale) esperienza con gli effimeri Zwan di Billy Corgan, Pajo decide di gettare la maschera, di sbuzzare il bozzolo e uscire allo scoperto: è del 2005 infatti l’omonimo Pajo, omonimo nel senso che s’intitola come la firma messa in calce dall’autore, pronto finalmente a mostrare se stesso, presumibilmente autentico, definitivo. In un certo senso, si tratta di un vero e proprio debutto. Ma qualche dubbio rimane. Al di là degli esiti conseguiti con questa ultima incarnazione – la cui acidula fibra autoriale suona tutt’altro che originale, provocando talvolta tipici sussulti da flagranza di plagio – resta la sensazione che la traversata non sia affatto compiuta, e che anzi proprio in questo incessante traslare da una profonda marginalità all’altra, nel non-luogo tra forze compenetrate e contrapposte, si debba individuare la dimensione di David Pajo. Uno da sempre impegnato a dissimularsi, a sparire nel groviglio sonico e iconico, a praticare una fiera invisibilità mediatica. Semplicemente, il capo dell abaracca – presumibilmente Pajo stesso – ha deciso che in questa fase il sapore dominante debba essere un folk madreperlaceo e indolenzito, con la melodia – cantata, ebbene sì – che pettina allibite angosce sentimentali e bruschi incantesimi, quasi una jam senza quartiere tra Elliott Smith e Simon & Garfunkel. Elementi poetico/estetici ben presente nel repertorio di Pajo, che quindi cala nella parte con bella padronanza, riuscendo altresì a lasciarci in bilico tra la certezza e l’incertezza che domani ci sarà un altro disco, un’altra M e chissà quale altra incarnazione con cui fare i conti. Attraverso cui assistere allo spettacolo d’arte varia d’un uomo che ha acciuffato un terremoto per la coda e se n’è fatto trascinare, finché il tremore non ha preso a sciogliersi di nuovo in musica.
