Deep88
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Carlo Affatigato
- 26 Settembre 2011
Prima USA, poi UK, adesso Italia. Per il terzo appuntamento di In Da Club abbiam preso contatto con una realtà nascente del panorama dance italiano, ed è stata l’occasione migliore per discutere delle differenze culturali e strutturali del nostro paese rispetto al resto d’Europa. Alessandro Pasini si è rivelato l’interlocutore perfetto per approfondire questo tema: lui viene da Forlì, e sotto i moniker Deep88 e Psoul produce musica da parecchio tempo. Quest’anno ha completato il suo primo album in studio, Collecting Dust, e scontratosi con le enormi difficoltà di distribuzione si è visto costretto a lasciare il nostro paese ed approdare a Berlino, dove ha trovato abbastanza presto il distributore per il formato in vinile. L’ennesimo talento costretto alla fuga, nonostante l’album offra quel mix perfetto di classicità deep house e melodia italo-disco che sorprende fin dal primo ascolto e spopola all’estero.
Deep88 si presenta come uno di noi: un ragazzo che non si è montato la testa (tutt’altro: nei videoclip e in foto preferisce rimanere nell’ombra e non mostrare il viso) e che ha incontrato le stesse difficoltà di un’intera generazione di italiani. Abbiamo provato a capire cosa non funziona nel sistema discografico italiano e ad azzardare alcune ipotesi che possano migliorare la situazione attuale. E ovviamente c’è stato spazio anche per scoprire la sua formazione musicale e le nuove possibilità che può avere la scena italiana in questo periodo. Sentite cosa è emerso…
Partiamo dal punto più dolente: sei dovuto andar via dall’Italia, vero?
Già, l’anno scorso ho passato gran parte del tempo a Berlino. Adesso sono in Italia, ma a Settembre di sicuro tornerò lì.
Parlaci di come hai percepito la differenza tra l’ambiente berlinese e quello italiano.
In Italia il sistema è completamente bloccato. Le difficoltà iniziano già a partire dal sistema burocratico, la SIAE che ti taglia le gambe, la pressione fiscale, il sistema pensionistico. Però il vero problema è più culturale: non c’è la volontà di scommettere su nuove proposte. Le radio e i dj puntano tutto su quei pochi pezzi di presa sicura perché magari pompatissimi dalle etichette, mentre non esiste alcuna attenzione verso le realtà emergenti e i talenti locali. Se vai in Inghilterra, in Francia o in Germania, le radio e i dj si sforzano di promuovere i nuovi nomi locali. Nel nostro paese invece va avanti solo chi ha l’impresario con gli agganci giusti, con i vip che diventano la tua pubblicità più efficace, anche se magari la qualità della musica è scarsa. Se hai fatto il Grande Fratello hai la strada spianata, altrimenti le porte son chiuse.
Quindi è soprattutto un problema di visibilità per le nuove leve?
Sì, ed è un problema drammatico, perché in Italia c’è tantissima gente che fa davvero dell’ottima musica. Ma di fatto son tutti costretti ad andar via. Per fare un esempio, uno dei dischi che ho comprato ultimamente è quello di Massimiliano Pagliara, uno che ormai vive a Berlino da parecchi anni. E quello è un disco fatto benissimo, ma magari in Italia non lo conosce nessuno. (noi non solo abbiamo parlato del suo disco, ma lo abbiamo anche trattato con un approfondimento ad hoc, ndr).
E all’estero, invece?
Ma guarda, Berlino non sarà il paradiso in terra, ma è tutto un po’ meno difficile. Per una realtà emergente ci sono un sacco di canali attraverso cui acquisire visibilità. Ci sono i podcast, ci sono tante stazioni radio che trasmettono programmi di musica alternativa o underground. L’altra volta ho visto una maglietta (son fissato con le magliette) in cui c’era scritto “support your local hero“, e non è tanto per dire: lì se sei un ragazzino di 15 o 16 anni e magari dimostri più talento degli altri, rischi anche di trovare il negozio di dischi che scommette su di te e ti stampa il disco. In Italia basterebbe anche soltanto un programma radio, giusto un paio di volte la settimana, per scoprire dei nomi nuovi. Poi magari chi ascolta il programma vede quel nome scritto su una locandina e gli vien voglia di andarlo a sentire, e così le cose si muovono. In passato c’erano un paio di programmi così, ma si son persi nel nulla.
Pensi che le cose possono cambiare?
Non so, sinceramente sono un po’ pessimista. Sicuramente mi piacerebbe moltissimo riuscire a realizzarmi nella mia terra, e se ne avessi la possibilità mi precipiterei, perché penso che il nostro sia un paese bellissimo. Ma ormai la vedo come un’utopia, come quei sogni in cui non ci si crede più di tanto. Come chi spera di vincere al Superenalotto, è quasi la stessa cosa.
Come vedi la dance italiana oggi?
Penso che per l’Italia questo possa essere un momento importante. Ora che si è un po’ conclusa la fase minimal e quella electro e sta tornando di moda la melodia la scena italiana può avere davvero una marcia in più. Se torna di moda il profilo melodico l’Italia può davvero dire la propria, perché nessuno può avere un background di ascolti melodici quanto un italiano.
E in questo scenario si innesta perfettamente il tuo album, che vuole riscoprire il lato più raffinato e pulito della house classica e presentarlo con quei toni italo di cui siam maestri. È un po’ come dire che bisognerebbe riscoprire le buone abitudini nel fare musica?
Per me questa è una cosa fondamentale. Ho passato i primi periodi a studiare come veniva fatta la house nell’86-87, ho ripreso quelle macchine e ho riscoperto il piacere di fare musica con quegli strumenti analogici. Mentre il computer può offrirti così tante vie che finisce per essere dispersivo, quelle macchine avevano meno gradi di libertà e ti spingevano a focalizzarti al meglio sul lavoro di composizione. Il punto è che bisogna tornare a fare le cose per bene, senza l’ansia di dover pubblicare o di dover sperimentare col sequencer alla ricerca di nuove combinazioni. Bisognerebbe abbassare un po’ i ritmi e lavorare solo quando si ha davvero qualcosa da dire, quando si ha un’ispirazione valida. Una volta i tempi erano più lunghi, i campionatori avevano un’autonomia RAM di 10 secondi, le macchine andavano settate con attenzione e quindi per fare una canzone ci voleva tanto tempo. Ora tutto è più frenetico e quella pazienza di fare musica si è un po’ persa. Ed è una cosa che andrebbe recuperata, fare le cose con calma. Oggi sono le etichette ad obbligarti a fare un disco in meno di tre mesi, escono così tanti dischi che non si vendono nemmeno e la qualità media si abbassa. Meglio allora dilatare di più le uscite e puntare alla sostanza, è così che si è davvero innovativi! E invece sembra che sia più la gente che fa musica che quella che la compra!
Approfondiamo un po’ il tuo background musicale. Con quale musica sei cresciuto?
Sono figlio degli anni ’80, sono cresciuto con l’italo-disco nelle radio. Ho avuto la fortuna di avere accesso a un gran numero di musicassette, è una storia piuttosto curiosa (ride): mio zio ha fatto l’elettrauto, io andavo da lui e scroccavo le cassette che trovavo nelle macchine, tornavo a casa, le copiavo e l’indomani mattina le rimettevo a posto prima di andare a scuola!
In pratica ascoltavi tutto quello che ascoltava la gente.
Esatto, mi capitava di tutto. Magari beccavo il tipo discotecaro e mi copiavo tutto quello che trovavo. Ma ho potuto ascoltare anche cose che altrimenti non avrei mai scoperto, ad esempio i Tangerine Dream. Quelle sono state le basi di quand’ero piccolo, poi nell’87-88 ho scoperto la house, attraverso i programmi che di notte alla radio proponevano i live set delle discoteche italiane. E lì è scoppiato l’amore. La house l’ho praticamente vista nascere quando ero un adolescente. Il periodo che va grossomodo dall’87 all’89 è quello che mi ha dato la scossa più forte, quello in cui la disco ha di fatto ceduto il passo al nuovo che avanza, e di fatto è il periodo a cui mi rifaccio nella mia musica. Lo stesso singolo, Italo82, è proprio un classico esempio di quella musica pop-commerciale che andava nelle radio 25 anni fa.
Verissimo. Quello che però a quei tempi era adatto per diventare una hit nelle radio, ora risalta per la sua eleganza dal volto storico e non è sufficientemente mainstream per i media attuali…
Hai proprio ragione. Infatti il video di Italo82 è passato pochissimo nelle radio, nonostante io lo veda come un pezzo pop-commerciale, con quei 3 minuti perfetti per gli spazi nei palinsesti.
Quindi c’è tantissima house nella tua formazione.
Oh sì, la house ha segnato la mia crescita, con tutte le sue evoluzioni. Il soul e la house. Io sono uno che fa house, punto. Anche se magari intorno a me è la moda della minimal, il mio orizzonte rimane sempre quello. Infatti quando andava la minimal io ero fuori e basta…
‘Don’t Play Minimal, Play Minigolf‘. Geniale.
Sarà il mio prossimo video, lo sto girando proprio in questi giorni con la mia Reflex digitale, insieme ad alcuni miei amici. Ne vedrete delle belle.
(UPDATE: la realizzazione del video è terminata, un divertentissimo corto di dieci minuti che riflette la spiritosa genuinità di Pasini. Lo trovate in coda all’intervista).
Passando a influenze magari più dirette: se ti dico Bottin, che mi dici?
Lui mi piace un casino. Ed ecco, lui è un altro italiano che fa musica di altissima qualità, ma che alla fine in Italia conoscono solo gli specializzati del settore.
Cosa farai adesso?
Il mio album, Collecting Dust, uscirà ai primi di Ottobre, e già questo è un traguardo che mi dà tanta soddisfazione. Quest’estate la passerò a divertirmi a girare i video per i miei brani coi miei amici, e sarà l’aspetto più divertente della storia: si sta in giro, si conosce un sacco di gente, è una dimensione completamente diversa dal lavoro in studio, che invece è più introspettivo. Il massimo ovviamente è suonare live la propria musica. Vedremo che accadrà dopo l’uscita del disco. In ogni caso sono già molto contento così, tutto quello che arriverà dopo sarà una gioia in più.
Don’t Play Minimal, Play Minigolf – Short Film
