Mercury Rev. Deserter’s dream
C’è un allarme cupo nella musica dei Mercury Rev, un guardare l’America da fuori e un sentirsela indelebile dentro, una beffarda dissimulazione che non sa nascondere – non vuole – il disincanto. Lo slittamento nel fiabesco (schizzato dal flauto di Suzanne Thorpe, prodigiosamente tenuto a galla sul magma sonoro) è come un’accusa di rinterzo al fallimento dell’american way of life. L’ultimo rifugio del sogno – sembrano dire in filigrana – è questa musica incandescente e indolenzita, questa dolcezza elettrificata. Non c’è sogno che non sia ferito. E l’ultimo rifugio dall’insostenibile, è il sogno.
Fantasie sovverise (1985-1991)
I Mercury Rev nascono a Buffalo, NY nella seconda metà degli anni ’80 dall’incontro di David Baker (voce), Jonathan Donahue (chitarra), Sean “Grasshopper” Makoviack (basso), Suzanne Thorpe (flauto) e Mike Huber (batteria); battezzatisi Shady Crady, realizzano nel 1987/88 una serie di canzoni fortemente influenzate da kraut rock, Sonic Youth e Social Distortion. Le fondamenta del suono dei futuri Rev ci sono già tutte, ma anche i primissimi problemi: Baker viene presto allontanato, probabilmente per incompatibilità caratteriali con Huber e la band, che nel frattempo si è resa protagonista di numerose performance artistico-musicali nell’area della East Coast, realizza così un primo demo con Makoviack e Donahue ad alternarsi alle voci.
I primi giorni (anzi, i primi anni) del gruppo sono un continuo rimescolarsi di carte: Jonathan si unirà nel 1989 – sotto lo pseudomino Dingus – al combo psichedelico dei Flaming Lips (coi quali realizzerà l’anno successivo In A Priest Driven Ambulance), salvo poi, reintegrato Baker, rifondare la band a New York insieme al bassista – e già produttore dei Lips – Dave Fridmann (che sostituisce Sean, passato alla chitarra) e al batterista Jimmy Chambers (che prende il posto di Huber). In questa prima incarnazione come Mercury Rev i Nostri assumono le fattezze di un collettivo artistico aperto e rizomatico, collocabile a pieno titolo in quella congerie di avanguardia e fai-da-te che dagli anni ’60 in poi è stato il substrato delle proposte (anti-)artistiche più fantasiose e sovversive del nuovo continente.
I mentori di questi giovani pranksters furono i loro docenti universitari all’università di Buffalo Tony Conrad e Robert Creeley: il primo, allievo di LaMonte Young e figura attiva nel non-movimento Fluxus, è noto al pubblico rock per collaborazioni con i Faust e John Cale; il secondo è un poeta, una delle figure storiche del Black Mountain College fondato da Charles Olson (alcune sue poesie aprono il celebre volumetto Poesia Degli Ultimi Americani di Fernanda Pivano). Sul piano prettamente musicale, le componenti base sono kraut e minimal, laddove in quello testuale sono sperimentali e anti-logiche. L’interesse di questo nucleo di performers è quindi inizialmente multimediale: cinema sperimentale, colonne sonore, invenzione di nuovi strumenti (il famoso Tettix Wave Accumulator): i Mercury Rev giungono a dedicarsi tout-court alla musica quasi per destino, non per una precisa volontà.
Chasing a Bee (1991-1993)
I primi lavori sembrano infatti fusioni nucleari tenute a stento sotto controllo. Il noise entra in tackle sulla psichedelia, fratturandola, disarticolandola, la spedisce in aria tumefatta ma splendida, dolorante e luminosa. La trasfigura e riconfigura. Gli elementi primari riaffiorano vivi, brandelli pop e folk nel pentolone stregato, Disney e 13th Floor Elevator, Bacharach e BlueCheer, Buffalo Springfield e Beatles. E’ una pellicola che si proietta incendiandosi, è il sogno cosmico di un cinefilo diseredato, straziato da anni di visioni insostenibili, schizofreniche, dissociate. Yerself Is Steam e Boces sono urla che seppelliscono dolcezza, delirio che sovrasta languore, veemenza che tritura architetture senza possibilità d’equilibrio. Crolli in presa diretta. E’ il pallone aerostatico in fiamme dei Pretty Things, è la cosa selvaggia dei Troggs che deraglia nelle mani ipercinetiche di Hendrix, è il fuzz sotterraneo del garage sparato in orbita e precipitato nel Paese delle Meraviglie.
Il materiale che costituirà il corpus del primo Lp Yerself Is Steam (Mint Films / Jungle, 1991, 9.0/10) viene registrato su pellicola 35mm al fine di ottenere “un suono più caldo”. Da questi dettagli si evince la natura più profonda dei primi Rev, ovvero l’attitudine a sperimentare su tutti i campi, ognuno dei quali idealmente approfondito dalle singole anime del gruppo: dal formato canzone e dalla melodia (appannaggio di Jonathan Donahue: Silver Pickup Guitar e voce, e secondariamente di Suzanne Thorpe: Point Red Flute), alla ritmica (Jimmy Chambers: batteria e Blue Line), alla strumentazione varia (Grasshopper: Unafon Guitar Reels), ai supporti di registrazione (Dave Fridmann: Bass Explore e Majestic Bellowphone), finanche alla sperimentazione psico-emotiva (David Baker: voce). Quando il disco vede la luce nel ’91, il gruppo è, come sempre nei primi tempi, più o meno allo sfascio, più per indole che per accidente. La natura eteroclita di questa prima produzione (oltre ai già citati demo, registrazioni radiofoniche, alternate takes e 7” come e Lego My EgoCar Wash Hair), fa pensare ai loro brani non tanto come a classiche canzoni ben definite all’interno di una scaletta, quanto a delle provvisorie ipostasi di entità ectoplasmatiche dotate di vita propria (secondo un’ottica cara a LaMonte Young), avvicinandosi per attitudine a Red Crayola & The Familiar Ugly.
Yerself Is Steam fotografa un gruppo immaginario (di fatto inesistente al momento della sua pubblicazione), reifica uno stato mentale, concretizza un sogno (o un incubo) in otto canzoni entrate nel piccolo olimpo distorto e sporco del mondo indie. Assieme ai Flaming Lips e, aldilà dell’Atlantico, My Bloody Valentine e Spacemen 3, i Rev saranno infatti il veicolo storico attraverso il quale la psichedelia più belluina e radicale approderà ai giorni nostri, dopo essere stata ostracizzata per anni da punk e new wave (preservata all’epoca da carbonari come Chrome e Savage Republic), determinando, ad esempio, la natura cinematica e krauta di molta “para-psichedelia” recente (New Weird America / New Millennium Psych). Il conflitto fra l’anima melodica e solare di Donahue e quella oscura e catacombale di Baker forgerà la leggenda, trovando esemplare sintesi nel singolo Chasing A Bee, giocato fra il baritono distorto delle sue strofe e il fresco e orecchiabile refrain: idealmente lo scontro fra il Nick Cave-Re Inchiostro e il John Lennon-Tricheco che si ripete da canzone a canzone, fra gocce di LSD puro versato nello zucchero (Coney Island Cyclone, Frittering) e lugubri spirali di follia (la gotica Black And Blue o il raga davisiano Very Sleepy Rivers), inframezzati da lucidi slanci avant (la psycho-disco di Syringe Mouth e l’impetuosa cavalcata di Sweet Oddysee of a Cancer Cell T’ Th’ Center of Yer Heart). Capolavoro per caso, ignorato in patria ma subito cult al di qua dell’oceano.
Con l’opera seconda Boces (Columbia / Beggars Banquet, 1993, 7.8/10) la corazzata psichedelica Mercury Rev impatta violentemente nel corpo dell’immaginario (filmico e non solo) americano, producendo boati, lapilli, scintille e schegge soniche impazzite. E’ come uno squarcio nella crosta sonica di cui s’intravede la polpa, vivida e marcia: il magma che riposa sotto ai modi e alle mode, sotto la pellicola mutante degli stili, erutta d’improvviso sbriciolando la stratificazione degli anni. Il cinema è il ricettacolo di tutte le visioni, il luogo-non luogo dove si consuma l’ultima reazione chimica, celluloide incendiata che sfrigola, da cui balenano fatamorgane intossicate, frames malsani. É il collasso dell’immaginario, sissignori: questo sembrano volerci dire i Rev.
Il pezzo d’apertura, Meth of a Rockette’s Kick, è talmente sfaccettato e potente da offuscare il resto del programma: un miraggio di corde deraglianti, ologrammi Beach Boys tra vapori d’acido, cartoon anfetaminico che si aggira feroce nel cuore stesso della Grande Visione.
I vaporosi intrecci del flauto di Suzanne Thorpe, lo sfavillio impetuoso del trombone, i corni, la marzialità squadernata del drumming, lo sgocciolio tremulo del sitar (è un sitar?), l’impertinenza fiabesca degli organi, l’incandescente chitarra di Grasshopper e quel coro che spiattella un beffardo “pon pon pon” tra il sarcastico e il surreale, tra Tin Pan Alley e Monty Python. Quindi una stasi evanescente per poi d’improvviso ripartire in sella ad uno stomp vergato da piano, trombone e campanellini, quasi la folata di follia chiarificatrice, quindi il finale che accumula energia in stile A Day in the life, spegnendosi come se venisse girata la chiave del motore.
Il resto del programma non si limita ad andare al traino, anzi insiste a smazzare le carte, a spampanare i riferimenti: la ballata satura di riverberi e distorsioni di Hi-Speed Boats e la polluzione dub in sgangherata brodaglia psych di Boys Peel Out, il dolce infido abbandono di Downs Are Feminine Balloons e l’agra malinconia di Bronx Cheer (più o meno i Cure ripassati dai Pavement). Il campionario degli effetti e dei riferimenti è ubriacante, funzionale ad un progetto tutt’altro che improvvisato, anzi calcolato in ogni minima parte, per quanto possa suonare estemporaneo, grezzo, selvaggio. Si prenda la follia punk oppiacea di Trickle Down, una roba tra i Velvet e certi Blur: la psichedelia ed il garage, qualcosa dell’anarchia genialoide e sbrigliata di Camper Van Beethoven e Soft Boys, la chitarra vergata a lanciafiamme come negli ultimi Primal Scream o nei primi/ultimi Wire; o ancora più la fluviale Snorry Mouth, che – dopo un depistaggio introduttivo in guisa di Lou Reed scarno – dà vita ad un’autentica esplosione sonora, le voci che armeggiano con irrequiete mollezze come field recordings da pellicole ripescate in chissà quale profondo oblio.
Detto di Something for Joey (ancora una “pastorale” Beach Boys) e della brevissima Continuous Drunksand Blunders (urla di corde su pulsazione di basso Floyd), perché di un disco così corre l’obbligo di citare ogni scheggia, rimane il finale, ed è – come prevedibile – spiazzante: Girlfren è infatti un blues/jazz etilico per piano elettrico e voce, sgraziato e claudicante, caricaturale e strascicato, il lavorio del flauto che attira su di sé una folla di visioni collaterali.
A Sudden Ray of Hope (1995)
Tanta densità poetica non resse l’urto dei primi due capolavori, che di fatto ne esaurirono le istanze. Dopo l’abbandono definitivo di David Baker, le prime importanti avvisaglie le si trovano nell’irrisolto See You On The Other Side (Columbia, 1995, 6.4/10) , che mette in evidenza il desiderio di spostare il campo di battaglia verso forme soul senza trovare la giusta quadratura. Un disco viscerale e onirico, mesto e visionario. Potremmo definirlo una sorta di “atterraggio” dopo le sfuriate psyco-cosmiche precedenti, anche se la carlinga porta ancora evidentissimi i segni del viaggio ultramondano (vizietto peraltro perpetrato dalla band sotto il moniker Harmony Rockets in un album contemporaneo d’improvvisazione e sperimentazione psych).
Senza più Baker, la leadership della band passa quindi nelle mani di Grasshopper e Donahue, con quest’ultimo chiamato agli straordinari per coprire tutte le parti vocali, lavorando spesso al di sopra delle sue possibilità. Ma saprà rovesciare le difficoltà in virtù, smerigliando quel nasale aereo e segaligno fino a trovare la giusta affilatura, un timbro fragile e impetuoso assieme, efebico e pulsante. Abbiamo detto dei pedaggi da pagare, tuttavia l’iniziale Empire State tenta – riuscendoci – di acciuffare per la coda il bolide siderale Boces: gorghi sintetici, il piano pestato con martellante flemma John Cale, le chitarre acustiche, le distorsioni elettriche, il canto che sfarfalla estatico, ed è solo l’introduzione. Poi via col profluvio di flauto, basso, batteria, tamburelli, l’aspro incrocio dei riff, per un’accumulazione iridescente che – come entra il sax stridulo – esplode minacciosa, sorta di proiettile psych sparato a perforare il ventre molle dell’immaginario pre-virtuale/post-moderno, tra passato remoto (il finale deragliante ricorda un po’ i Pretty Things di Balloon’s burning) e futuro prossimo (in pratica, è un vaticinio di certa ventura produzione Elephant 6).
Proseguendo, tuttavia la spinta iniziale pare infiacchirsi: la rotta cambia spesso lungo il programma, confonde le coordinate, oscilla dal soul bucolico con licenza d’inasprirsi funky di Sudden Ray Of Hope alla giostrina tanghesca di A Kiss from an Old Flame (voce impantanata tra sogni Floyd e teatrini sordidi/beffardi/oppiacei dEUS), passando per il sogno pop sprimacciato di Everlasting Arm (Brian Wilson e Bacharach) e le crudezze hard-funk di Young Man’s Stride, che sfodera un assolo tagliente e acidulo come un bisturi arrugginito.Una spossatezza estetica che rimbomba lo spaesamento poetico della band, come sembra dirci la ballatona Racing The Tide, accidiosa e visionaria, innervata di sporadiche evoluzioni sintetiche e blandita da una tromba disincantata. Non c’è soluzione di continuità con la successiva Close Encouters of the 3rd Grade, che addirittura accelera su binari gospel-soul-bossa, coro femminile alla Floyd del Great Gig In The Sky, ululato spiritico, piano sparso ed enunciato radiofonico che rimanda all’incipit di Radio Song dei R.E.M..
Insomma, è il folle e languido tentativo dei Rev, come un calabrone che sbatte la testa sul vetro cercando la luce, senza guida ma con un istinto insopprimibile. L’istinto di chi sa di avere dentro e dietro di sé tutto ciò che occorre, la chiave giusta per la porta mai aperta: non a caso Peaceful Night chiude come un blues sonnacchioso e ironico, piano alla Dr. John, hammond, clarino e sax, flauto e tromba, drumming claudicante e tamburelli, il canto tra caricatura sussiegosa Ringo Starr e agreste rievocazione The Band. Un passaggio di consegne tra i sé che furono e quelli che non sono più, in attesa d’altro. Che arriverà. Eccome.
“Time, all th’long red lines…” (1998)
Deserter’s Song (V2,1998, 9.0/10), il quarto album dei Mercury Rev, segna l’inizio di una nuova fase e, allo stesso tempo, un punto di non ritorno nella loro carriera. Dopo, niente sarà più lo stesso: Jimmy Chambers e Suzanne Thorpe, già vacillanti durante le session, abbandoneranno di lì a breve, lasciando il timone a Jonathan Donahue e Grasshopper, assistiti in studio da un Dave Fridmann ormai pienamente calato nella parte del produttore d’eccezione. Quello che i Rev sono oggi non può non passare da questo disco: la maggior parte del credito di cui gode il loro nome (e quello di Fridmann) dipende probabilmente da questo lavoro straordinario, ultrapremiato dalla critica nell’anno della sua pubblicazione e ancora ineguagliato ai nostri giorni. Il successo di questo disco va ricercato nella capacità dei Mercury Rev di costruire un nuovo mondo musicale partendo da ciò che erano stati, passando attraverso la classicità pop e la tradizione americana, per approdare infine a risultati inediti e stupefacenti.
Abbandonato l’approccio noisy and goofy della produzione precedente, il sound dei Mercury Rev viene rifondato portando a galla alcuni elementi precedentemente lasciati sullo sfondo: messo ordine nella baraonda, si tenta di recuperare quel poco di razionale che c’era nei primi dischi. Quello che viene fuori è un coraggioso esperimento post-modernista, un’incosciente e coraggiosa rilettura del pop orchestrale per antonomasia, l’imbarco su un galeone diretto verso fantastiche zone crepuscolari, fatte di Tin Pan Alley, Disney, Pet Sounds e Phil Spector, con il dorato post-war dream come portello temporale e la tradizione americana (rappresentata da Levon Helm e Garth Hudson della Band, presenti nel disco) a indicare la bussola. Sottilmente ironici, poetici e bucolici, i Nostri si reinventano storyteller di fiabe per adulti, fotografi di piccoli grandi idilli popolari, scenografi di salite al cielo e sbarchi sulla luna. “Imagine a Fifties celluloid vision of Christmas with modern Technicolor stardust“, recitava il Melody Maker nel 1998, e a ragione: tale immaginario rappresenta per i nuovi Rev una soluzione stilistica portante, su cui si fonderanno e svilupperanno anche i lavori successivi, seppur tra alti e bassi.
In un continuo gioco di specchi che aggira lo stucchevole come una palla di Natale (la carola di Endlessly, i cori pastorali di Tonite it Shows), che cita senza vergogna (il Lennon di Mind Games e la Band di The Night They Drove Old Dixie Dow nella bellissima Opus 40, il Neil Young cosmico in Goddess on a Hiway), che gioca con frammenti e schegge (la petit cacophonie avant-classica Residents The Happy End, il carillon sospeso I Collect Coins, gli onirici e umbratili fermoimmagini in movimento à la Labradford di Pick Up If You’re There), che confonde le tracce (la balera delle meraviglie chiamata Hudson Line, la festicciola per clubbers di italian house Delta Sun Bottleneck Stomp); in tutto ciò, ecco che i Rev trovano la loro nuova identità nel falsetto di Donahue, nelle sue liriche mai tanto ispirate (Well she tossed all night like a ragin’ sea / woke up an’ climbed from th’ suicide machine / with her spanish candles an’ her persian poems / stuck on th’ rocks insude opus 40 stoned) nella chitarra tagliente di Grasshopper (The Funny Bird, psichedelica tra i Floyd e i Genesis più acidi) e nel giusto mix tra grandeur orchestrale, tridimensionalità e appeal da wall of sound di Fridmann (la meraviglia iniziale di Holes, fori nel cervello, follia lunatica di barrettiana memoria).
Se, come hanno detto in molti, Ok Computer è il Sgt. Pepper dei ’90, Deserter’s Song non può esserne che il Pet Sounds.
Tides of The Moon (2001-‘05)
Con All Is Dream (V2, 2001, 7.1/10), i Mercury Rev si trovano nel punto esatto in cui precipitano decenni di folk, R’n’B, psichedelia e pop. Immersi in un composto mostruoso e suadente, oscuro e languido. E’ insomma dove da sempre desideravano essere, l’obiettivo a cui sempre – più o meno felicemente – hanno puntato. Sconvolgendo ogni volta il campionario delle forme, che mutano al mutare della realtà. Al mood barocco e nostalgico di Deserter’s Song aggiungono il fiabesco, il levigato, il bucolico. Quindi accendere altre luci colorate, frapporre altri sfondi di piume e cartapesta, scartare ulteriormente di lato, in una dimensione definitivamente parallela, in un altrove inafferrabile per quanto vicinissimo. Allontanarsi per additare meglio l’oggetto dell’angoscia, l’intimo spavento che sottende ogni manifestazione sonora Mercury Rev.
Per farlo, decidono di affidarsi alla produzione del veterano Jack Nitzsche (già al lavoro con Rolling Stones, Neil Young, Tom Petty e Randy Newman tra gli altri), che – ahinoi – muore poco prima l’inizio delle registrazioni. Inevitabile tuttavia avvertire la sua presenza in questo florilegio di forme romantiche, tra quei suoni in fuga tra le scenografie dell’immaginario, persino in quel senso di disincanto e minaccia, indistinto ma palpabile, in agguato nell’ombra. Anzi, il disco a tratti sembra proprio un omaggio al modo “nitzschiano” di fondere l’impeto e il romanticismo orchestrale con il caracollare ombroso del folk rock.
Proprio come avveniva in After The Gold Rush, album-capolavoro del primo Neil Young solista, il cui allibente impasto di angoscia e meraviglia sembrano riaffiorare in Little Rhymes e nella stupenda Spiders and Flies (simile a dei frugali Van Der Graaf Generator). Quindi, una malinconia per ogni stilla fatata, amarezze a ricamare le ombre di un Eden oleografico, panneggi di tastiere, profusioni di chitarre come scie d’asteroidi di cartone. Cori da sirena omerica ed improvvise deflagrazioni floydiane (Lincoln’s Eyes), archi pizzicati come coniglietti del Paese delle meraviglie tra clavicembali e capricci Tin Pan Alley (A Drop in Time), cherubini su palcoscenico pastorale Brian Wilson (The Dark Is Rising). In Tides Of The Moon, l’angoscia diventa la pelle stessa del suono con effetti a dir poco spettacolari: (andazzo soul-psych trafitto da un assolo tagliente a cura del buon Grasshopper). Non proprio tutto è ottimo e abbondante, comunque: Nite and Fog è eminentemente interlocutoria, e soprattutto Chains che sembra la parente buona della The Show Must Go On dei Queen (voce a parte, s’intende).
Alla resa dei conti, All Is Dream è un disco che arriva dove vuole arrivare, concedendosi en passant la scossa glam di You’re My Queen (eruzione/erezione Roxy Music) per poi spegnersi in quella Hercules, sorta di sbalordente ibrido art-rock/r&b). Difficile cogliere il confine tra leziosità e purezza, tra genio e pianificazione. A tratti balenano i sintomi di una (comprensibile) senilità, altrove ti viene il sospetto che i Rev sfiorino l’apice, la somma stilizzazione d’una sensibilità vorticosa. É un disco che si rivela ad ogni istante artificio impuro. É il rock che fugge da se stesso come ha fatto mille volte. É il malessere profondo di un sogno – il sogno americano? – che scorge la propria agonia. No, non era un’impresa facile. Non l’hanno adempiuta alla perfezione, i Mercury Rev. Ma c’è mancato davvero poco.
Concluso con All Is Dream il tuffo nel fantastico popadelico, avviene il riflusso. In The Secret Migration (V2, 2005, 6.8/10), i Rev tornano a respirare l’aria sotto le stelle, verrebbe da dire, seppur ancora pervasi di materia fiabesca. Diciamolo chiaro: non solo questo è un album di canzoni come i Nostri non licenziavano da See you On The Other Side, ma è in un certo senso il loro primo vero e proprio album di canzoni, raccolte a definire un programma che ha sì una sua linea estetica e poetica piuttosto definita, ma che principalmente obbediscono al proprio compiersi con i mezzi e il tempo loro concessi (nessun pezzo raggiunge i cinque minuti).
Non più inseguire i limiti della distorsione psicoattiva per abbatterli (come nei primi due lavori), non la febbrile rielaborazione di trent’anni di cultura folk-rock-blues per illuminare il crepuscolo del linguaggio-rock (come in Deserter’s Song), ma affidarsi a ciò che l’estro suggerisce, inseguirne le tracce prima che dileguino, acciuffare la coda di un’urgenza ritrovata e – per una volta – stare un po’ a guardare.
Sembra venir meno la “missione” – chissà quanto consapevole – che guida i Rev fin dai primi passi, tuttavia il giochino funziona lo stesso. La cifra Mercury Rev ne esce corroborata, effervescente. Per certi versi depotenziata però presente e viva, frutto succoso dei nostri giorni, di cui anzi rappresenta uno dei riferimenti possibili, uno dei principali. La scrittura si dimostra quasi sempre felice, ad esclusione di una noiosetta My Love (ballata colta tra l’accidia enfatica degli ultimi Floyd e le lusinghe facilone di certo pop eighties) e della discretamente accademica Secret For A Song, che apre il programma tra gorgoglii di basso, piano Nick Cave e chitarre acidule. Fin da subito è evidente la conseguita “fermezza” vocale di Donahue, meno propenso ad avventure in falsetto senza rete, pur mantenendo quel fascino storto e sottile da elfo segaligno.
Il programma è sostenuto perlopiù da una vivida attitudine power-pop: dalla sfavillante In the wilderness (come un pezzo dei Beach Boys rivisto dagli Smashing Pumpkins più soft) alla madreperlacea In a funny way (fremiti Left Banke, Clientele e Jesus & Mary Chain, coro da sirena sullo scoglio del deliquio) passando per gli incanti fantasy di Black Forest (attitudini prog stemperate tra scale e rimbombi di piano, ritmica satura Flaming Lips e panneggi bjorkiani). Giusto un attimo prima però che prevalga una certa freddezza da “mestiere”, ecco gli strappi (la concitata Arise), ecco i frizzi & lazzi (quella Vermillion che nasce in guisa di afflizione piano & voce in stile Big Star) ed ecco le sterzate oblique (Moving on, anomala come un’anomalia Neil Young).
E’ quindi ancora lo stesso vizio di riassumere il patrimonio del pop in un cinerama ipnotico e sbalordente, che non teme di coniugare le iridescenze Radiohead (quelli di The Bends) con morbidezze fumettistiche Supertramp e vaghe minacce western (in Across Yer Ocean), di palpeggiare la trepida enfasi CSN&Y (quelli di Our House) e la sofisticata tenerezza di certi Beatles (in First-Time Mother’s Joy), di rivangare lamentazioni da atavica ballata popolare per deporle su impalpabili perturbazioni sintetiche (la conclusiva Down Poured The Heavens).
Rimane da dire del marchio di fabbrica Rev, il soul fiabesco apparecchiato da Diamonds con farcitura di clavinet (organo?) e glockenspiel, la cui rimarchevole melodia è ripresa in The climbing rose. Una impetuosa prova di mestiere dunque, altri sassolini lasciati sul sentiero di questo lungo sogno sonico. Può un non-capolavoro sancire la definitiva grandezza di una band? Certo che sì.
