Canzoni di protesta degli uomini post-moderni

Devo è, senza ombra di dubbio, un universo parallelo. Sui siti internet a loro dedicati centinaia e centinaia di loro adepti si fanno ritrarre con addosso i celebri Energy Dome, copricapi portati in auge dal videoclip Whip It, o con maschere che ritraggono il personaggio Booji Boy o ancora indossando tute da lavoro dai colori acidi per emulare lo stile post-atomico della band. E poi ancora parrucche plastificate, pictures disc a forma di astronave oltre ai più prosaici cappellini, magliette e spillette e a chissà quali altri feticci dispersi nei labirinti di ebay. Mai si era visto un tale spiegamento di merchandising per un gruppo di musica alternativa. Ma furono i Devo un gruppo di musica alternativa? Seminale di sicuro, vista l’infinita schiera di cloni e brutte copie che l’ascolto dei loro album riesce ancora a generare. Dall’esordio coi due singoli poi raccolti nell’Ep Be Stiff (Stiff Records, 1977) fino alla conclusione della loro epopea con le fiacche uscite di fine Anni ’80 Devo ha mantenuto intatta la sprezzante acrimonia verso la mordacchia che il sistema discografico troppo spesso impone ai veri artisti.

Il gruppo viene fondato col nome Sextet Devo (altri lo ricordano come Devolution Band) nel 1972 da Gerald Casale (classe ’48) e Mark Mothersbaugh (’50), compagni di studi presso l’indirizzo artistico sperimentale della Kent State University accomunati dalla noia respirabile ad Akron, città industriale nello stato dell’Ohio. I due (rispettivamente basso e tastiera, oltre che voce) accorciarono presto nome e organico, escludendo il cantante Fred Weber e confermando i fratelli di Mark, Jim e Bob alla batteria e alla chitarra solista, e il fratello di Gerald, Bob, alla chitarra ritmica. Questa la formazione di partenza, tutto in famiglia. Il concetto supportato con inattaccabile convinzione è che l’uomo, dopo un periodo evolutivo durato milioni di anni sia destinato, causa una stupidità acquisita via civilizzazione e mutazioni genetiche, a d-evolversi in una razza capace soltanto di regredire fino alla completa estinzione. Il Manifesto della d-evoluzione è così riassunto:

1) Sii come chi ti ha preceduto o sii diverso, non ha importanza

2) Scegli di produrre un milione di uova o di farne schiudere uno

3) Vesti colori sgargianti o evita di esporti, non ha importanza

4) Saranno i più idonei a sopravvivere ma c’è posto anche per gli altri

5) Dobbiamo ripeterci

Pur non contenendo l’arguta analisi sociale di uno Zappa periodo Tinseltown Rebellion, il Devo-pensiero, con le sue semplificazioni e gli slogan per canzoni dalla durata radiofonica, si rivelerà parte integrante nella buona riuscita del progetto. Terminato il periodo di formazione, all’indomani della pubblicazione di Be Stiff, Jim è sostituito con Alan Myers. Da subito le velleità intellettuali dell’ensemble vengono riversate senza alcuna continenza all’interno di spettacoli di chiara impronta dadaista, nei quali i Nostri propongono un rock destrutturato e condito con gli interventi dissonanti della tastiera di Mark. Spettacoli terminati in piccole sommosse popolari, coi ragazzi vestiti in succinti completini sportivi e maschere di plastica, erano all’ordine del giorno. Il cortometraggio In The Beginning Was The End: The Truth About De-Evolution, finì per entusiasmare a tal punto David Bowie che questi pensò di formalizzare una proposta discografica. La spuntò invece Brian Eno il quale, innamoratosi del loro sound durante una data al Max’s Kansas City, li invitò in Germania per registrare un Lp col guru degli studi di registrazione Konrad ‘Conny’ Plank (già attivo per Kraftwerk, Ash Ra Tempel, Neu! e nella trilogia berlinese del “Duca bianco”).

In quattro settimane il masterpiece Q: Are We Not Men? A: We Are Devo! (Warner Bros, ’78) è bello che terminato. Album su cui si è detto, scritto e pontificato fino alla noia, Q: Are We Not Men… resta ancor oggi tra i capolavori seminali della new wave per eccellenza. L’adrenalina artificiale della (già) post-punk Uncontrollable Urge funge da perfetto apripista nei live; Praying Hands e Space Junk giocano a far del minimal pop che sarà la fortuna dei Talking Heads periodo eniano; Mongoloid (gemma Made in Gerald) è anthem per pogo robotico. Shrivel-Up vanta dissonanze in comune coi Pere Ubu (freschi pure loro di esordio, l’epocale The Modern Dance). L’unico pezzo non appartenente ai nostri (Satisfaction degli Stones) sottolinea una volta per tutte la differenza tra “cover” e “remake” (buona la seconda) con la forza dirompente dimostrata in tutt’altro ambito dalla versione hendrixiana della dylaniana All Along The Watchtower. È però cosa buona e giusta ricordare che furono i Residents i primi a demolire il classico di Jagger e Co. (il loro 7 pollici è datato 1976) sfregiandolo a suon di demenze abrasive e conferendogli una preziosa oscurità che nessun altro osò replicare.

A questo punto la vicenda si fa frenetica. I concerti s’ispessiscono di trovate, provocazioni, luci pianificate dalla mente artistica della coppia Casale/Mothersbaugh. Citazioni futuriste ed dell’espressionismo tedesco si mischiano felicemente con un amore post-moderno per il kitch e ci s’ingegna a coniare personaggi, terminologie (il ballo del Poot di cui si parla nella stupenda Jocko Homo è pura invenzione) e un’iconografia che attraverso costumi, gadget e art-work ingegnose contribuirà ad alimentare la fama del gruppo. Si prenda la front cover dell’album d’esordio: trattasi della travagliatissima elaborazione di un’immagine di Chi Chi Rodriguez – decorato golfista portoricano – mista a estratti dalle facce dei presidenti Kennedy, Johnson, Nixon e Ford e voilà, la risultante è storia. I Devo posano con caschetti alla Beatles, maschere aliene, seni finti, calze in testa, tute da operai, uniformi da cowboy del Terzo Reich. Segmenti video vengono proiettati durante i concerti su schermi di 7m x 5 dimostrandosi coi già citati Residents tra i più validi pionieri nell’utilizzo del chroma key.

Cavalcando l’onda dell’interesse di critica, l’anno seguente è il turno di Duty Now For The Future (Warner Bros, ’79) col rock indiavolato e l’elettronica schizofrenica del medley Smart Patroll/Mr. Dna e l’angoscia post-industriale di Triumph Of The Will. Da segnalare in questo periodo la collaborazione di alcuni membri della band al sottovalutato esordio dell’ex-cantante degli Stranglers, Hugh Corwell, Nosferatu.

Freedom Of Choice (Warner Bros, ’80) raccoglie altro consenso di pubblico (grazie al singolo Whip It), ma porge il fianco alle accuse di commercializzazione. Il r’n’r Girl U Want e il facile synth-pop di Gates Of Steel non serbano la metà del fascino obliquo del repertorio precedente. Roba buona per gli ascoltatori a venire degli Human League di Dare. Spaventati dalla candidatura a presidente degli Stati Uniti dell’ex-attore Ronald Reagan, Devo muta in Dove, parodia di una pop band revivalista e, di poliestere vestiti, realizzano tre concerti spiazzando fan e critica. Sul campo della discografia ufficiale invece, poco o nulla aggiunge il live Dev-O (Warner Bros, ’81) che, privato del forte impatto visivo della band, ripercorre le tappe più recenti tralasciando i pezzi storici. Nell’81 Neil Young, sfegatato estimatore dei Nostri, li contatta per la realizzazione del controverso lungometraggio Human Highway (memorabile la versione di Hey Hey My My cantata da Booji Boy dentro al suo lettino d’infante). Nella pellicola i Devo fanno la parte del leone, interpretando gli addetti alle scorie radioattive di una centrale nucleare, mentre alla spassosa Worried Man verrà attribuita la responsabilità di concludere il film dove l’intero cast (pure Dennis Hopper) si produce in un balletto allucinato.

Con New Traditionalists (Warner Bros, ‘81) Devo accentua i toni di denuncia sociale in pezzi come Through Being Cool, nel quale si denuncia la vacuità della famiglia americana media, ma la musica è ormai appianata su di un pop elettronico buono per gli ultimi guizzi da classifica. Love Without Anger prende di mira l’amore idealizzato dalla fede cristiana, e in Beautiful World (“È un mondo meraviglioso per te/non per me”) il tono leggero della melodia nasconde ai più il cinismo sempre meno velato del gruppo. Il processo sembra ormai irreversibile in Oh No! It’s Devo (Warner Bros, ’82) e Shout (Warner Bros, ’84); il primo gigioneggia col singolo Peek-A-Boo!, il secondo fallisce nel tentativo di replicare i fasti del passato con Are You Experienced? di Jimi Hendrix (il video, censurato, mostra un sosia del celebre chitarrista uscire dalla bara durante un concerto della band). Sconfortati da una situazione che non sembra prospettare alcun miglioramento e dal declino culturale degli States reaganiani i Devo annunciano il ritiro dalle scene. Verrà comunque pubblicata l’interessante raccolta di vecchi pezzi ri-arrangiati E-Z Listening Disc (Rykodisc, ’87) tutt’oggi fuori catalogo.

Gerald si rivela capace regista pubblicitario e videomaker (suoi i primi due video dei Cars, Panorama e Touch And Go), attivo fino a oggi per gruppi come Rush, Silverchair, Soundgarden e Foo Fighters. Mark invece fonda la Mutato Music, compagnia responsabile di jingle pubblicitari, colonne sonore per videogames, cd-rom e film (sue le musiche per Le avventure acquatiche di Steve Zissou e del cartone animato Rugrats). E pazienza se i Devo finiscono per comparire pure nei credits musicali di pellicole tipo le Superchicche: l’ironia è un’arma fatta fatta per spiazzare. Inaspettatamente, nell’88, si tenta la resurrezione ma Total Devo (Enigma) e il funky demenziale del singolo Disco Boy non risollevano la situazione. Ben gradita invece l’uscita del live Now It Can Be Told (Enigma, ’88) se non altro per la rivisitazione acustica del classico Jocko Homo. La seconda chance da studio fornita dalla Enigma vedrà la luce nel ’90; Smooth Noodle Maps, a oggi, è l’ultimo album da studio, col gruppo incapace di sorprendere o acquisire nuovo pubblico.

Inediti succosi sono disponibili su Hardcore Devo vol. 1 e 2 contenenti materiale del periodo ’74-’77; il resto, raccolte e raccoltine, bene che vada concedono remix buoni per collezionisti. Piccola gemma da ricercare è invece la resurrezione del primo gruppo di Mark, i Wipeouters che, riformatisi estemporaneamente dopo più di 25 anni, per la prima volta affrontano la prova da studio: P’twaaang!!! (Casual Tonalities, 2001) azzarda un godibilissimo surf-rock in chiave modernista. Indispensabile per occhi e orecchie il doppio dvd The Complete Truth About De-Evolution (tutti i video eccezion fatta per Are You Experienced? giudicato ovviamente irrispettoso) e Devo Live (illuminante testimonianza di un concerto del ’96). Testimonianze attendibili danno i Devo in forma smagliante durante le tournée celebrative 2005-’06.

Per il momento la notizia di un nuovo album risulta infondata. Nel 2006 Gerald è tornato in pista a nome Jihad Jerry & The Evildoers, proponendo un rock sintetico che nel videoclip Army Girls Gone Wild si fa beffe dell’attuale conflitto States/Medioriente. Pare invece ben avviata l’iniziativa Dev2.O che vede protagonista una band di cinque ragazzini di età compresa tra i 10 e i 13 anni alle prese con alcune delle più celebri canzoni del gruppo. Già disponibili cd e dvd distribuiti dalla Buena Vista Records (diramazione della Disney); l’iniziativa tenta di avvicinarei più piccoli al songbook della band di Akron. Che fare ancora? Difficile se non impossibile cambiare il menù della casa: “We must repeat” è un monito a doppio taglio.

 

L’intervista

Gerald, quale fu l’apporto effettivo di Eno al vostro 33 giri d’esordio?

Inizialmente lo mettemmo a dura prova poiché tentava di influenzare il sound dei Devo. Anche se era uno dei nostri eroi ci eravamo forgiati una brutale estetica industrial per niente incline al sentimento: lui invece voleva imbellettare le canzoni, aggiungere armonizzazioni vocali e melodie suonate al synth. Nel mix finale di Conny Plank non utilizzammo molto di quanto ci propose. C’è da dire però che le sue incredibili storie e le carte di Strategie Oblique stimolarono al meglio la nostra vena creativa e questo fece andare a buon fine le registrazioni.

In questi ultimi vent’anni Akron ha subito dei cambiamenti significativi.

Non è più la città avvolta dai fumi delle fabbriche che molti ricordano; è discretamente civilizzata e noiosa, come tanti altri posti. E ora mancano i presupposti perché possa generare altri talenti-guida.

Artisticamente parlando, un mucchio di gente considera i Devo l’unica cosa buona uscita da Akron…

Beh, Chrissie Hynde dei Pretenders è un esempio lampante di un altro grande talento cittadino.

Ci sarà pure una formula per invertire il processo di d-evoluzione della razza umana.

La d-evoluzione deve compiere per intero il suo corso. Oggi più che mai è un concetto d’attualità, come puoi vedere dai comportamenti irrazionali e dal fondamentalismo anti-democratico generati dagli astuti fautori del controllo globale attraverso i conflitti e strategie politiche. Stiamo mostrando la parte peggiore della natura umana. Ogni giorno permettiamo che manipolino i nostri cervelli fino a quando non ci saremo sterminati tutti. Il pianeta tornerebbe a essere meraviglioso solo se si estinguesse la razza umana.

Chi era la mente visiva nei Devo?

Mark e io eravamo i visual artists della situazione. Condividevamo una simile visione estetica della faccenda e si collaborava in totale libertà. Fui io a recuperare i completi industriali gialli e personalizzarli con il logo dei Devo. Poi disegnai il classico cappello rosso simil-ziggurat che chiamammo Energy Dome. Dunque io e Mark disegnammo il completo argentato da abbinarci. Abbiamo elaborato inoltre la grafica di tutte le nostre copertine, dei poster, gli storyboard e le trovate visive per i videoclip.

Oggi che la tecnologia ha raggiunto vette insperate la formula del videoclip pare aver smarrito l’appeal dei suoi esordi.

Come ben sai una delle cinque regole della d-evoluzione è: “Dobbiamo ripeterci”. Purtroppo è una condizione sostanziale degli esseri umani. La coscienza/conoscenza si acquisisce tempestivamente ma non in forma continuativa: la realtà è che spesso si scordano gli insegnamenti impartiti. Nei tardi Anni ’70 il videoclip fornì agli artisti un nuovo mondo entro il quale esprimere se stessi. Devo, David Bowie, Talking Heads, Peter Gabriel e altri abbracciarono questo veicolo espressivo scevri da ogni cinismo dando vita a opere che avevano qualcosa d’importante da dire. Oggi la gente non ha una propria visione da condividere e i videoclip sono un prodotto studiato in funzione alle esigenze commerciali dell’artista.

I tuoi idoli musicali?

James Brown, gli Yardbirds, Spike Jones, Edgar Varèse, Morton Subotnick, il Nairobi Trio ed Elvis Presley. Ma ci piacevano pure quelle sigle terribili di certi programmi televisivi e i jingle delle pubblicità. Proprio questi ultimi influenzarono molto la nostra propensione creativa per il gioco, lo scherzo, l’ironia.

Qual è la canzone che avresti voluto scrivere?

Ce ne sono anche troppe di canzoni: 1984 di Bowie, Cars di Gary Numan, The Tears Of A Clown di Smokey Robinson, Let’s All Make A Bomb degli Heaven 17 e tanti altri pezzi apri-pista.

Il miglior verso di una canzone pop che ti viene in mente?

“Per essere un fuorilegge/devi essere onesto”, da Absolutely Sweet Marie di Bob Dylan.

Il manifesto dei Devo contiene un preciso messaggio politico?

Va detto che nell’universo Devo la politica è presente. Una volta al mondo siamo destinati a soffrire e morire; ogni leader, ogni detentore del cosiddetto “potere” dovrebbe adoperarsi con ogni mezzo per alleviare a quante più persone questa brutta situazione. Questa dovrebbe essere la linea ideologica per eccellenza di ogni fazione politica. Distogliere l’attenzione da questa priorità dovrebbe essere considerata una grave inadempienza nei confronti della gente. Tutti gli attuali leader occidentali andrebbero immediatamente sollevati dal loro incarico. In questi tempi bui non c’è più posto per autorità illegittime che si scontrano con lo spirito comune del popolo.

Come lo vedi il mondo dell’Arte con le sue gallerie e i vernissage?

Non è poi tanto diverso da quello della moda, dell’arredamento ecc.. Il 99% di ciò che viene definita “arte” è stantio, “leccato” e francamente assai brutto.

Ormai dare a un musicista dell’intellettuale è diventata un’offesa, come lo spieghi?

Sono i responsabili delle etichette discografiche che usano questo termine in senso dispregiativo. I musicisti che ho sempre amato, di per contro, erano tutti degli intellettuali: esistono ovviamente diversi approcci, si va da Captain Beefheart a Prince, passando attraverso tutti coloro che stanno tra questi due opposti.

Il riferimento a Chuck Berry in Come Back Jonee va letto come un tributo o uno sberleffo?

Come nella migliore tradizione Devo c’è un po’ di entrambi. La vedo come una sorta di tributo obliquo ed, essendo il chiaro esempio di un approccio post-moderno, esprime una sensibilità assai contorta.

Nei Devo ci sono ruoli ben definiti o vige una certa libertà compositiva?

Salvo qualche eccezione, io e Mark scriviamo musiche e testi. Ma non esistono regole fisse e ognuno è libero di contribuire come crede. Finora è funzionato così. Comunque è il contributo di ogni singolo membro della band a trasformare una successione di idee e abbozzi in una canzone vera e propria.

Un traguardo artistico che ti secca aver mancato?

M’infastidisce pensare che non siamo ancora stati inseriti nella Rock’n’Roll Hall Of Fame.

Quali sono i film che prediligi?

Mi piacciono i classici noir come Piombo Rovente di Alexander Mackendrick con Tony Curtis e Burt Lancaster, Un volto nella folla, Fronte del porto di Kazan e Criss Cross di Siodmak. E pure la scena neo-noir del Martin Scorsese di Toro Scatenato, Re Per Una Notte, Quei Bravi Ragazzi, Casinò. Ma il mio film preferito è Lungo La Valle Delle Bambole di Russ Meyer.

C’è un’evidente continuità tra il vostro primo e secondo album.

Le canzoni dei primi due album le avevamo già scritte ed eseguite dal vivo più volte prima dell’incontro con Eno. Decidemmo che solo una parte sarebbe finita nell’esordio. Nel ’79, col produttore Ken Scott, ri-registrammo a Los Angeles alcuni dei brani rimanenti che finirono così per costituire Duty Now For The Future.

Ci sarà pure qualche uscita di cui non vai orgoglioso.

Ero molto insoddisfatto di Shout!. Sentivo che non conteneva l’innata irriverenza dei Devo. Mi pareva che Mark avesse attribuito troppo importanza al Fairlight Synthesizer scordando di lavorare a quattro mani con me. A quello strumento non è stato attribuito il giusto peso.

C’è qualcosa che proprio non fa decollare l’album Smooth Noodle Maps

Sì, onestamente penso sia un prodotto di scarsa ispirazione. Le canzoni avrebbero dovuto essere valorizzate da un arrangiatore esperto e invece ci ostinammo a volerle produrre e mixare per conto nostro.

Simeon Coxe dei Silver Apples sostiene che stiamo vivendo una nuova rivoluzione della musica elettronica. Confermi?

Da un certo punto di vista ha ragione. Se ci pensi scrivere e mixare musica in maniera efficiente dal pc è una realtà effettiva degli ultimi 7-8 anni. Realtà che, tra l’altro, continua a progredire e affinarsi di giorno in giorno. Considero i Chemical Brothers i pionieri di questa nuova forma di elettronica.

Dal vivo attribuite una significativa importanza alla libertà interpretativa.

Il nostro processo creativo si fondava sugli insegnamenti derivati dall’arte delle performance e sull’improvvisazione musicale. Fin dall’inizio impiegavamo questi approcci elaborando canovacci ben definiti ma duttili. Poi eseguivamo il brano dal vivo asciugandolo di ogni sovrappiù in funzione di altre bizzarrie.

Manuel Göttsching trova più semplice sperimentare attraverso l’elettronica. Ma il fulcro della vostra grandezza sta in una formula ibrida tra strumentazione tradizionale rock ed elettronica. Esiste una differenza a livello compositivo tra queste modalità operative?

Una strumentazione di basso, chitarra e batteria consente di porsi rispetto alla sperimentazione in modo più diretto e interattivo. I computer e gli effetti digitali sono per loro natura maggiormente “autocratici”, se vuoi, ma suonano tediosi quando cerchi di esprimere un’idea musicale.

Siete interessati a quel che la critica musicale ha da dire sul vostro conto?

La leggiamo e ce la buttiamo alle spalle. I Devo possono certamente dirsi la band più fraintesa degli Anni ’80. Solo adesso la critica sta rivalutando con cognizione di causa la validità del nostro operato.

Ai tempi delle vostre prime dissacranti esibizioni dal vivo quali erano le reazioni della gente?

Come puoi immaginare il pubblico era compatto nel deriderci e in alcuni casi si mostrò duramente ostile. Ma ci facevamo forza poiché quelle reazioni sottolineavano la nostra capacità di saper evocare emozioni forti nella gente. Ricordo una volta, durante un concerto a Cleveland, in cui un pubblico prettamente composto da hippy ci gridò di tutto durante il call & response di Jocko Homo. Dovettero intervenire i roadies per tenerli a bada e alla fine dovemmo abbandonare il palco.

Sei ottimista quando si tratta di analizzare l’attuale scena pop degli States?

In generale non sono affatto ottimista se si tratta di pop. Anche le migliori band in circolazione ripropongono attitudini pescate dai ’70, ’80 e ’90. In questi tempi reazionari vorrei tanto sentire qualcosa di rivoluzionario!

Per un musicista è importante “farsi le ossa” con le cover?

In una parola, no.

Che mi dici della partecipazione al film di Neil Young Human Highway?

Un’esperienza veramente bizzarra, preziosa ed entusiasmante che nessuno si sarebbe mai aspettato andasse in porto.

Eccezion fatta per Human Highway, non ricordo nessun’altra collaborazione del gruppo con altri artisti. Una scelta premeditata?

No, è andata così, non c’era nessuna premeditazione. Forse influì il fatto che fossimo unici e avanti rispetto ai tempi; magari è per questo che la gente non ci ha proposto altre collaborazioni interessanti. Li spaventiamo.

Dei Devo come persone non si sa praticamente nulla…

Gli artisti non conducono necessariamente una vita privata più interessante delle persone normali. A me piace viaggiare, consumare ottime pietanze, bere vino di qualità e fare un bel po’ di sesso. Cerco di portare avanti i miei affari standomene quanto più lontano possibile dalle teste di cazzo. Sono uno chef navigato e un esperto conoscitore di vini con una vasta collezione di etichette toscane e dell’Oregon. Mi piace mettere a dura prova il motore della mia Audi S4 e farmi qualche bella partita di tennis.

Quale è l’opinione di un musicista di “sintesi” come te in merito alle complessità strutturali di band prog tipo i primi King Crimson e Genesis?

Presi a piccole dosi sono ottimi… se ti vuoi fumare una canna.

Cosa ti fa arrossire?

I complimenti.

Qual è l’aspetto più straordinario dell’essere un artista?

Come artista devi relazionarti e vivere con intensità il tuo presente, senza aspettarti nessuna risposta e senza chiedere a nessuno il permesso per agire.

1 Gennaio 2006
1 Gennaio 2006
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