DFA is playing in da House

Il fenomeno DFA non è recentissimo. Al di qua dell’Atlantico
(ma non solo) se ne parla in verità dal 2002: a farsene promotrice è Pitchfork,
la più famosa rivista di critica musicale della rete, che proprio
in quell’anno dipinge la label come “la cosa più importante
che attualmente ci è data dall’universo musicale”.
Ma chi si nasconde dietro a queste tre lettere puntate, acronimo della
sigla Death From Above?
I fantomatici DFA sono un duo, Tim Goldsworthy e James
Murphy
, personaggi complementari e trasversali nello stesso tempo,
perfetti artigiani globali in un mondo sempre più contaminato, scientifici
e lungimiranti riscopritori di un’estetica post-punk e new wave consapevoli
delle migliori produzioni in ambito techno e house.
Entrambi nascono come produttori, svolgendo parallelamente l’attività di
musicisti: il primo vanta un passato nell’universo trip-hop (U.N.K.L.E.,
Mo Wax e Major Force West) e una serie nutrita di remix (The Verve, Radiohead, Beck, Can,
Tortoise e Massive
Attack
), l’altro sfodera invece un retroterra decisamente indie (era
nella stanza dei bottoni per June Of 44, Primal Scream, Six
Finger Satellite
, Trans Am e come strumentista in
band come Pony e Speedking).
DFA non è soltanto un’ etichetta: la sigla nasce per identificare
dapprima un sound system – creato dal solo Murphy per i Six Finger Satellite
– e poi – in seguito all’incontro con Goldsworthy – un moniker per le release
di mix e remix. Non solo: DFA è anche Plantain, lo
studio stanziato al West Village newyorchese dove fisicamente avvengono le
produzioni (legato, questo, ad un’associazione fondata da Tim, l’ennesima
tra le numerose emanazioni del marchio DFA).
Tra queste mille attività, un progetto è comunque molto chiaro:
rifare il make up al sound di alcune band, operazione che finirà per
ridefinire i canoni del rock e della dance, fondendoli nuovamente come non
accadeva da più di vent’anni; il disegno acquista forma fin da subito,
quando si tratta di produrre The Juan McLean (ovvero John
Maclean, ex Six Finger Satellite), anche se si definirà pienamente solo
con i Rapture,
un’acerba wave band di post-hardcore.
Dopo una prima release che sposta il baricentro sonoro della band verso la
No Wave e il funk bianco – il mini Out Of The Races And Onto The
Tracks
(Sub Pop, 2001) -, i due produttori trovano la giusta
chiave di volta con House of Jealous Lovers, un brano rivoluzionario
dove dance e post-punk si bilanciano perfettamente.
Il viraggio decisamente dj-oriented della traccia confonde i Rapture, che si
mostrano inizialmente reticenti alla pubblicazione; tuttavia, sbrogliati i
dissidi, il singolo prende piede nell’undeground newyorchese dando nel contempo
la giusta spinta al marchio DFA.
La label pubblica così i lavori di The Juan Mc Lean, Black
Dice ma anche di Gavin e Delia, oltre naturalmente allo
stesso James che, sotto la ragione sociale di Lcd Soundsystem,
si farà carico di enunciare i diktat del nuovo corso.
Uscito nel 2002, il manifesto prende il nome di Losing My Edge
/ Beat Connection
, un binomio di groove caldi e secchi che si
traducono nelle ritmiche wave-tribal in puro stile !!!, in
aperture synth ambientali Warp 90, nel canto monocorde à la
no-wave, in casse dritte techno e in drappi acquatici à la Pump
Up The Volume
. È un ibrido ben congeniato, rivolto non al ballo
acefalo dei rave bensì a quello colto preconizzato dai Kraftwerk (benché traviato
dal punk). A questo punto, a mancare è soltanto il cosiddetto stappo
della bottiglia.
Basta aspettare l’uscita di Echoes,
il primo full-lenght dei Rapture su major (Universal), il botto è decisamente
fragoroso. Si crea, per tutto il 2003, un hype spaventoso intorno ai quattro
newyorkesi (l’album è sulla bocca di tutti, pure di molti scettici),
tanto da spingere il duo a produrre una prima compliation per valorizzare gli
altri cavalli da battaglia della scuderia DFA.
L’operazione mette in moto un tam tam mediatico che tuttavia coinvolge più i
circuiti della critica che le classifiche di vendita; meglio farà nel
2004 la seconda parte di quella raccolta. Complice dell’operazione è anche
qui una major – Emi – che, in seguito a mesi di trattative, è riuscita
ad accaparrarsi il production duo più cool del circondario, dispensando
un triplo cd – DFA compilation #2 – nel novembre
del 2004. E così, battendo il ferro finché caldo, si arriva a
febbraio 2005, data di pubblicazione del primo (doppio) album omonimo di Lcd
Soundsystem
, un lavoro a 360°, fortemente marchiato da elettro-rock
analogico e post-punk, che rimescola elementi synth-pop e no-wave in un cocktail
sfizioso, ora alla moda più che mai.
Tim e James cavalcano l’onda di un successo tanto meritato quanto fugace,
come produttori godono attualmente di una fama assodata: nel 2004 tutti li
hanno voluti a mixare i loro lavori, da Björk a Beck,
raggiungendo, con le proposte (rispedite al mittente) di Britney Spears e Madonna,
i picchi più elevati di un’escalation apparentemente inarrestabile.
L’impresa più ardua, ora, è confermarsi a questi livelli,
per consolidare la propria credibilità in un mondo mai sazio di novità,
che fagocita e consuma così voracemente tutto.

Entro il 2006 (quando scadrà il contratto con la EMI) vedrà la
luce l’album di The Loving Hand, il neonato
progetto solita di Tim Goldsworthy.

1 gennaio 2005
1 gennaio 2005
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