The Great Zef’N’Roll Swindle

Per promuovere l’uscita del suo ultimo album negli Stati Uniti, M.I.A. aveva programmato due mega-eventi targati Hard Fest. Le cose però non sono andate per il verso giusto: la data del 17 luglio a Los Angeles è stata cancellata all’ultimo momento per “motivi di sicurezza” (una precisa presa di posizione da parte delle autorità locali contro raduni, rave e quant’altro; solo pochi giorni prima, infatti, una quindicenne era morta di overdose all’Electric Daisy Carnival) e la data di New York è stata funestata da continui problemi con l’amplificazione. In tutto questo casino, ci ha colpito un dato forse marginale-forse no: c’era un unico nome, oltre a quello della regina M.I.A., presente sui cartelloni di entrambe le serate, stampato a caratteri cubitali, ben più grande di quelli di superstar acclarate come Flying Lotus e Skream. Ma chi cazzo sono ‘sti Die Antwoord?

Per rispondere alla domanda è necessario distinguere due livelli di descrizione. Quello della storia così come ci viene raccontata e quello della storia “esterna”, enunciato ed enunciazione insomma. I Die Antwoord (“La risposta”) si presentano come un trio proveniente dalla periferia di Città del Capo, Sudafrica. Ninja, il rapper stecco tutto tatuato e incazzato; Yo-Landi Vi$$er, la lolita raver; Dj Hi-tek, il produttore tamarro e ciccione. Ninja è il frontman e la testa calda, fuma un sacco d’erba e, giusto per dire, la sua mossa pro-legalizzazione sarebbe stata portarne un sacco intero davanti a Nelson Mandela. I Die Antwoord vogliono portare il fokken (fottuto) hip hop a un livello superiore, dicono di fare Zef rap-rave, dove Zef – è Afrikaans – è qualcosa di simile all’americano redneck (letteralmente significa white trash). Zef è qualcosa che è cheap, cheesy e allo stesso tempo cool. Fucking cool. Il loro è un immaginario “contro” e a tinte forti, ma un po’ demente, da ultrapop delle bidonville, fatto di sesso, soldi, cospirazionismo, vegetarismo, fantascienza ed esaltazione della diversità. Dicono di rappresentare le diverse facce del loro paese: “Blacks, Whites, Coloureds, English, Afrikaans, Xhosa, Zulu, Watookal: I’m like all these different things, all these different people, fucked into one person“. Così Ninja nella programmatica intro di Enter The Ninja, groundbreaking video postato su Youtube nel gennaio 2010 e arrivato in pochi mesi a più di cinque milioni e mezzo di visualizzazioni. Base cross/electrohop epica, Yolandi a introdurre e puntellare con quella sua vocina insopportabile, Ninja in totale valanga egotrip, scenografia d’impatto. E, soprattutto, una strana figura. Ma su questo punto torneremo più avanti.

Ninja ha i denti d’oro e il corpo coperto di tatuaggi blu scuro, come i carcerati (sul pene ha scritto “Wat Kyk Jy?”, “che cazzo guardi?”). Yolandi è magrissima, sembra sempre strafatta di qualcosa, ha una vocina all’elio tipo Twetty. Di Dj Hi-Tek conosciamo solo qualche scatto promozionale, opera del curatore ufficiale dell’immagine della band, Sean Metelerkamp (responsabile delle scenografie alla “Keith Haring cattivo” che si possono ammirare in Enter The Ninja). Hi-Tek ha paura di volare e costringe la band a esibirsi spesso come duo, anche se, alla bisogna, viene sostituto dal cugino di Ninja Vuilgeboost. Bah… Appartato Hi-Tek, sovraesposti Ninja e Yolandi, di cui circolano in rete decine di video, studiatissimi off stage, in cui si vedono bere champagne a casa di James Murphy, fanno casino dentro un taxi, sciorinano – svaccati su un divano – fonti e simboli del proprio immaginario: William Gibson, Eraserhead, i pupazzi di South Park e della Friends With You, un B-movie con Eric Bana, la biografia di Eminem scritta da sua madre, dischi di Aphex Twin e PJ Harvey, poster con pin up anni Cinquanta e così via. I Die Antwoord hanno fan mica da poco nello stardom, musicale e non (M.I.A. e la sua cricca, ovviamente, ma anche Katy Perry, Fred Durst, la connazionale Charlize Theron, addirittura David Lynch e David Fincher), e sponsor potenti e danarosi come Jägermeister e Puma.

Questa la scena. Passiamo adesso al dietro le quinte. Ninja si chiama Watkin Tudor Jones Jr. aka Waddy Jones, ha 45 anni, ed è un veterano della scena artistica sudafricana, sulla piazza dal 1994 almeno, con diversi progetti musicali all’attivo e una carriera parallela come artista grafico (ha creato alcuni “nasty toys” come un simpatico temperamatite dove la matita va inserita nel culo del pupazzo). Ninja è solo l’ultima di una serie di impersonificazioni studiate da Jones, i Die Antwoord solo l’ultimo di un serie di act via via sempre più complessi, sofisticati (in tutti i sensi) e multi-mediali. Solo per citare i più importanti: il trio street-rap Original Evergreen (due cd su Epic a metà anni Novanta); il collettivo “motivational rap”, leggi hip hop + situazionismo, Max Normal (qui troviamo già Yolandi, che di Jones è la compagna di vita con tanto di pargolo al seguito, e quel Justin De Nobrega che è con buona probabilità il responsabile delle produzioni firmate Dj Hi-Tek); il collettivo arty/Residentsiano Constructus Corporation (con l’ambizioso concept Ziqqurat, favola urban-fantasy a fumetti orchestrata con tappeti ambient/post-techno e spoken word); senza contare svariati album solisti (il debutto a nome Watkin Tudor Jones, Memoirs Of A Clone, del 2001, è un interessante esempio di trip hop eclettico e contaminato, dagli evidenti pruriti sperimentali, con un’interpretazione vocale molto caricata e teatrale).

Ecco, con questo lungo curriculum alle spalle, per alcuni Jones potrebbe essere il nuovo James Philips, talento rinascimentale (rocker, performer, politico, scomparso nel 1995) salutato da molti sudafricani come il primo grande agitatore culturale dell’era post-coloniale. Altri lo accostano invece a Sacha Baron Cohen e alla sua parodia gangsta-rap Ali-G. Lui risponde sibillino: “Ninja rappresenta per me quello che è Superman per Clark Kent. Solo che io non mi tolgo nessun fottuto costumino“. Esplicita poi il concetto: “Sto solo sposando a pieno la componente Zef che c’è dentro di me, che ognuno ha dentro di sé. Ninja non è un personaggio, è un’estensione del mio io, una versione esagerata del mio io“. Come in una specie di “metodo Staninjavskij”. Anche il buon vecchio Robert Christgau, da sempre fan sfegatato del rap più tamarro, testimone della data newyorkese del 24 luglio di spalla a M.I.A., ha provato a sintetizzare a modo suo il profilo e le intenzioni della chiacchierata band sudafricana: “Vogliono demolire tutte le nostre rassicuranti credenze su quella che riteniamo essere la più controversa società multi-etnica del mondo. Il loro look è perfino più efficace dei loro beat euro-rap: sono grezzi, offensivi, spaventosi, intelligenti, e sono pronti a fare soldi a palate. Con l’unico bis della giornata, hanno anche fatto un’interessante chiosa filosofica: Super-Io sono il tuo nemico”.

Noi restiamo dell’idea che, per quanto interessante sulla carta, il progetto Die Antwoord sia sostanzialmente una bomba inesplosa. Il radicalismo di cui si fa profeta Jones ci pare poco aggressivo, molto di facciata, molto radical chic insomma. Inquadrabile in un situazionismo duttile e malleabile che si insinua nei meccanismi del mainstream con la scusa di fare loro il verso, finendo poi di fatto con l’esserne assorbito. I Die Antwoord come i Sex Pistols? Non ci sembrano così cattivi, così basici, così punk. Le luci della spettacolarizzazione e dell’entertainment – come già accaduto per una certa M.I.A.– sembrano avere messo troppo in ombra la strizzata d’occhio, il ghigno, il pugno alzato, e cioè, qui, l’esposizione satirica degli stereotipi dell’identità culturale suburbana sudafricana così come filtrata dai media. Jones come Baron Cohen? Troppo ibrido il suo personaggio, troppo camaleonte, troppo integrato, privo di un vero scarto critico. Quella della cricca Zef è una pagliacciata convinta, una satira che si fa apprezzare anche e soprattutto da chi ne è oggetto. Forse perché non così deformante, non così parodistica, sul piano squisitamente musicale. Per questo allora una satira ancora più sottile? Non è detto. Forse solo più opportunista. La cricca Zef ci sembra bravissima soprattutto nello spillare $ a quegli stessi ragazzini HH/rave che pure dice (e non dice) di voler prendere per il culo. Ai tempi di Max Normal, Watkin Tudor Jones diceva in suo pezzo “Make Me Popular“. Adesso, dieci anni dopo, c’è riuscito.

Enter Leon Botha

Torniamo al video di Enter The Ninja. E al suo protagonista – neanche poi tanto – occulto: Leon Botha. Leon è nato a Città del Capo venticinque anni fa. A quattro anni gli è stata diagnosticata una rarissima malattia genetica, la progeria, che causa un inarrestabile e devastante invecchiamento delle cellule. A venticinque anni Leon ha l’aspetto di un nanetto deforme e decrepito, è alto un metro e dieci, è senza capelli, ha la pelle avvizzita, le ossa deformate (è costretto a girare con il bastone), la voce come inacidita; non può non ricordare – si vedano gli insulti finiti qualche tempo fa sulla sua pagina Facebook – le donne-gallina di Freaks. Ogni giorno passato e vissuto è per Leon una lotta e una vittoria, dato che una persona affetta da progeria riesce a vivere in media tredici anni. Pare anzi che Leon sia (anche grazie a un intervento al cuore fatto cinque anni fa) il malato di progeria attualmente più longevo. In ogni caso, Leon prende la propria vita come una sfida, alla vita stessa e al senso comune. Fa il pittore, anche se non ha studi artistici alle spalle, ed è alle armi della pittura che ha deciso di affidare la propria terapia personale, l’esplorazione della propria natura e dei propri limiti (Leon starebbe per Learning Element Of Nature). Innamorato della cultura hip hop fin da piccolissimo, Leon ne riversa l’immaginario (volti celebri, stilemi, simbologie) nelle proprie tele, contaminando il tutto con suggestioni esoteriche (l’antico Egitto) e naturalistiche. Ne viene fuori un flusso di coscienza fantasy-hip hop raccontato con un tocco naif che lo avvicina molto – opportunamente – a certa street art. Leon si anche è offerto agli scatti indagatori del fotografo Gordon Clark, e quindi allo sguardo morboso dello spettatore, divenendo egli stesso, da opera d’arte vivente(/morente) quale è, soggetto-oggetto della rappresentazione. Come ogni b-boy che si rispetti, Leon è anche dj (con lo pseudonimo di Dj Solarize). E, soprattutto, dal 2009 Leon è anche una superstar: da quando è apparso, suscitando sorpresa, repulsione, compassione e morbosa curiosità, nel video dei Die Antwoord Enter The Ninja. Lo abbiamo intervistato [26 luglio 2010].

Sappiamo che hai conosciuto Ninja a un concerto rap (di DJ Qbert) e che sei completamente coinvolto nello stile di vita e nella filosofia hip hop, con modelli forti come quello del Wu Tang Clan. Parlaci un po’ del tuo percorso.

Sono cresciuto con l’hip hop, lo ascolto da quando ho nove anni. Ho cominciato con gruppi come i Public Enemy e con una crew locale che si chiama Prophets Of Da City. Mi sono letteralmente innamorato dell’hip hop e ho deciso di esplorare tutte le gemme che questo meraviglioso mondo può offrirmi ogni giorno. E’ impossibile farti qualche nome tra i miei gruppi e artisti preferiti, sono troppi. La cultura hip hop in tutti i suoi aspetti, con tutti i suoi elementi, con tutti i suoi dischi, ha avuto un forte impatto su di me.

Il tuo lavoro come pittore e come performer (gli scatti del fotografo Gordon Clark) è fortemente legato a te in quanto essere umano, alla tua storia, alla tua vita. La tua opera pittorica e grafica sembra una sorta di auto-esposizione, una specie di canto disperato rivolto alla vita. Perché hai scelto di unirti ai Die Antwoord, di esporti così fortemente con loro, a livello mondiale; è  un gesto che ha lo stesso valore e significato delle tue opere?

Esattamente.

C’è un messaggio preciso che tu e Watkin avete voluto lanciare?

Forse…

Intendo… Sei consapevole che la tua figura, il tuo aspetto, la tua storia personale sono il motivo principale del successo virale che ha avuto il video di Enter The Ninja? Non ti è mai passato per la testa, anche solo per un secondo, che forse in qualche modo i Die Antwoord ti stavano sfruttando? Una specie di “pornografia della visione”… La tua presenza nel video è forte e d’impatto, hai catalizzato l’attenzione del pubblico. Lo hai fatto per far pensare le persone, far loro vedere le cose in maniera diversa?

Forte e d’impatto… catalizzare l’attenzione del pubblico… far pensare le persone, far loro vedere le cose in maniera diversa“. Esatto, e aggiungerei anche “fare porre loro delle domande sulle cose che pensano di conoscere meglio, su quelle cose in cui credono di credere”. Io e Ninja siamo entrati in una profonda sintonia fin dal primo istante in cui ci siamo conosciuti. La mia empatia con questa specie di guru Zen/buddista è totale, lui sa quel che fa, è completamente immerso nell’hip hop, senza stare troppo a pensare all’hip hop come dovrebbe essere o come è comunemente inteso, senza mettere le cose dentro una griglia. Non gli interessano i media, le opinioni del pubblico, i premi, niente. Ho cominciato a fare dj-ing con lui e ad aprire i suoi show, e mi sono sempre impegnato moltissimo. Sono molto meticoloso in tutto quello che faccio, non avrei mai accettato di stare con loro se avessi sospettato anche solo per un secondo quello che dici. Ci rispettiamo molto reciprocamente.

Qui in Italia conosciamo molto poco della cultura, e quindi anche della musica, sudafricana. E ovviamente della subcultura Zef. Puoi dirci qualcosa?

Io conosco molto poco della cultura Italiana, quindi mi è difficile dire cose sia importante (per voi), fare delle differenze che abbiano senso. In ogni caso, qui in Sud Africa è come un arcobaleno, un melting pot di culture, sottoculture, musica, arte. Essere un artista o un musicista qui è molto duro. Tanto economicamente quanto dal punto di vista delle disponibilità di luoghi dove esprimersi. Una piccola cerchia di artisti controlla la cosiddetta scena e, come per qualsiasi cosa e in tutto il mondo, ci sono luci e ombre. Nè bianco, né nero, ma una grande zona grigia. E saremo comunque tutti sudafricani finché non moriremo…

Watkin Tudor Jones è un artista multi-mediale (musica, grafica, pubblicità) e concettuale. Ha esplorato la forma-rap già con il suo precedente progetto Max Normal. Ma devo ammettere di non capire del tutto l’idea (o l’ideologia) che sta dietro ai Die Antwoord. E’ ironica, satirica? La vedo un po’ come una parodia di certo hip hop americano e delle tendenze UK rave. Cerca di fare un ritratto contraddittorio, a tinte forti, del patchwork culturale sudafricano (magari appunto attraverso questa forma parodistica). E’ semplice entertainment?

Significato, scopo e valore dell’arte non stanno dentro le cose, ma tra le cose. E’ questo che fa dei Die Antwoord quello che sono. Farei loro un torto a definirli, a confinarli in un ambito preciso. Secondo me oggi è tutto così ovvio – marketizzato, managerializzato, cucinato e servito come pappetta – che gli ascoltatori/fan sono diventati troppo pigri. Il bello dell’arte (e della vita) in fondo risiede nel suo mistero.

Ti vedremo coinvolto in prima persona in altri progetti dei Die Antwoord?

Ancora non lo so, potrei fare qualche apparizione in futuro, chi lo sa.

Grazie Leon.

Grazie a voi.

28 Dicembre 2010
28 Dicembre 2010
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