50s dirty’n’roll

Il lo-fi rock in solo degli anni 00 che ripensa l’immaginario del rock primigenio dei 50s? La ri-creazione della primitiva forma di ribellione giovanile con il sostrato indie-tecnologico del terzo millennio?

Parrebbe di sì, ad ascoltare alcuni tra i più spinti nomi di questa prima metà dell’anno. Dirty Beaches e Bosco Delrey incarnano l’essenza della rinascita del rock dei fifties virato terzo millennio. Ciuffi, brillantina, moine sexy e robotiche attrazioni per un mondo perduto – quello degli albori del peccato originale di un rock come tentazione e ribellione – rielaborato in un esplosivo clash post-moderno tra input diversi e mondi lontani.

Come se la generazione dei ventenni d’oggi, invasi da input multi-disciplinari e trasversali, quasi costretti a vivere in un eterno presente, fosse alla ricerca di un folklore arcaico, primitivo. Alla ricerca di una psico-geografia fatta di luoghi/stati della mente alla quale avvinghiarsi per ricostruire ipotesi di presente/futuro plausibili. Viene in mente un celebre romanzo ucronico di Philip K. Dick, Una svastica sul sole, in cui la ricerca di elementi folklorici del passato (anche palesemente artefatti) tendeva a ricreare un passato mai vissuto. Oppure gli ’80 che ricreavano i ’50 di Ritorno al futuro o la sempiterna attrazione per le auto d’epoca, alla Christine, la macchina infernale di Carpenteriana memoria (vedi alla voce Vomit dei Girls). O ancora, la tentazione del male dei rockabilly mutanti messi in scena in molte delle produzioni, filmiche e televisive, di Lynch.

Ecco, romanticizzare il passato, come ci diranno inconsapevolmente ma all’unisono i due protagonisti del nostro speciale. Questa è forse la chiave di volta che supera a destra l’hypna-filosofia tutta e segna questa tendenza alla modernizzazione dell’antico attraverso lo sporco della peggiore tecnologia attuale.

Due artisti in solo, lontani e molto l’uno dall’altro ma affini nel allungare lo sguardo indietro nella preistoria del rock. Ognuno a modo suo, ovvio, eppure entrambi terribilmente catchy e credibili con quel mix di modernità tecnologica cessofonica (Dirty Beaches, soprattutto) e anticaglia rock sensuale e al limite dell’erotico. In maniera delicata e sfumata come in film come In The Mood For Love oppure in maniera più apertamente aggressiva, selvaggia ed esplicita come nella celebrazione dell’estro e della follia di Jerry Lee Lewis in Great Balls Of Fire!

Siamo però nel terzo millennio. Le camerette dei giovani artisti come i due da noi scelti non sono più soltanto piene di poster e memorabilia rock. A dominare è la chincaglieria elettronica più o meno costosa attraverso la quale sporcare, insozzare, impolverare un suono “classicamente” rock. Crearsi mondi sotto forma di canzoni in cui atmosfere fumose, languide, notturne fanno il paio con drum machines, voci megafonate, melodie reiterate, beats minimali di synth analogici.

Una tendenza, questa della riscoperta dei fifties, che sottotraccia e trasversalmente sta contagiando il sottobosco underground. Lo abbiamo visto nella storica compilation Rockin’ Bones 1950s Punk & Rockabilly, 4 cd editi dalla Rhino qualche anno fa che riesumavano il fenomeno del rock dei 50s più aggressivo e sboccato. Oppure in quelle che la Fantastic Voyage pubblica a getto continuo: la memorabile Rockin’ Rollin’ Wedding, Rockin’ N’ Rollin with Santa Claus, Raunchy Sugar. The Pure Essence of Memphis Rock & Rollo Classy Sugar. The Pure Essence of New York Rock & Roll, tanto per citarne alcune.

Qualcosa del genere è, poi, emerso di recente anche tra le pieghe di un insospettabile. Il comeback di Dev Hynes – the artist formerly known as Lightspeed Champion – col nuovo progetto Blood Orange. Se già con il moniker precedente aveva dimostrato l’amore per il rock dei primordi coverizzando la Devil In Disguise di Elvis in occasione del 75° compleanno del king of r’n’r, con l’esordio Coastal Grooves di qualche mese fa – notare la copertina che fa molto Dirty Beaches – Hynes mischiava ancora di più le carte. Al punto che, tra le pieghe di un suono fortemente debitore degli 80s, emergevano non solo slanci funk & soul, aperture do-bop e vocalità retrò ma anche coloriture rockabilly (Forget It), suggestioni surf-rock 60s (I’m Sorry We Lied) e cinematiche ambientazioni melò (l’orientaleggiante Can We Go Inside Now).

L’ennesima dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, di come l’undeground sia sempre alla ricerca di stimoli e suggestioni. Meglio se sempre più perse nei meandri della storia.

Dirty Beaches, l’apolide del r’n’r

È uno d’impatto, Alex Zhang Hungtai. Uno che colpisce duro a partire dall’immaginario che rievoca. L’apolide del r’n’r – è cosa nota il brodo primordiale delle sue origini e dei suoi vagabondaggi: Taiwan, Canada, Hawaii in un mischione senza fine che fa molto terzo millennio – si è fatto notare negli ultimi mesi come una delle più eccitanti figure del sottobosco statunitense in virtù di una innata capacità di metabolizzare in maniera quasi distopica, personali versioni/visioni di retro-futuro cinematico mai vissuto. Non alla maniera hypnagogic, però, perché i fifties evocati da Dirty Beaches non sono sfocate allucinazioni di passati vissuti indirettamente, ricordi di ricordi, come si è soliti dire, quanto una rielaborazione in chiave contemporanea – sporca, d’accatto, post-moderna quanto si vuole – delle sonorità primigenie del rock.

Foto, atteggiamento, abbigliamento. Tutto in Dirty Beaches rimanda all’immaginario fumoso e impomatato, ribelle e sensuale dei 50s. Al tempo in cui la cultura giovanile perse la sua presunta innocenza, mostrandosi sboccata e arrogante, restia all’ordine e alle convenzioni sociali del “vecchi”.

A venire in mente è la ideale colonna sonora dello schianto di James Dean o quella che scorreva nelle ipotetiche cuffiette di Marlon Brando mentre guidava le scorribande dei Black Rebel Motorcycle Club ne Il Selvaggio. Non è un caso che si siano citati due referenti cinematografici per tratteggiare le musiche dell’artista americano. Aver lavorato in un video-club con la possibilità di affondare nottetempo le mani su tonnellate di film, ha aiutato (e parecchio) a crearsi un mondo in celluloide da applicarsi addosso come un vestito: In realtà, fu un lavoro come un altro di quand’ero adolescente, ma è innegabile che sia stato l’input di una nuova maniera di concepire il mondo. Da lì in avanti ho guardato all’attualità non più con sdegno, quando con curiosità e ottimismo. Quello che cerco di creare con le mie canzoni è un personaggio basato su me stesso, un mix di fiction e realtà, che è un modo più interessante di mettere in musica intime confessioni.

Pensare però che di soli “rebels without a cause” viva l’immaginario filmico di Hungtai sarebbe più di un errore (Non ho mai visto quei film che citi e non voglio essere considerato come a “throw back act”. Amo cose molto diverse e mi piace provare nuove vie e sperimentare). A questo ribellismo giovanile in b/n si può tranquillamente aggiungere la deformante lente Lynchiana così come quella retro-romantica di un Wong Kar Wai a caso (In The Mood For Love, ad esempio, è più di una ispirazione) o del cinema del sud-est asiatico: Questi che citi – risponde Alex via mail – sono artisti che hanno sicuramente influenzato la mia concezione del mondo. La cinematografia tutta gioca un ruolo centrale nella mia musica. Mood, trame, personaggi, ma anche tutti i processi produttivi come il casting, le sceneggiature, le ricerche.

L’affezione per un immaginario retrò non si limita ai film, ma trova la sua compiutezza soprattutto a livello musicale. Sintesi di Alan Vega e Roy Orbison, i Suicide che rifanno il primo Elvis, il rockabilly dei Cramps riletto in distopia da Jerry Lee Lewis o Badalamenti meets i Beach Boys in acido. Facendo un giro online non sarà difficile trovare definizioni ancor più colorite e fantasiose riguardo a Badlands, visto che la blogosfera è veramente impazzita per questo lp. Tutte però non possono fare a meno di esaltare la commistione tra moderno e retrò, tra sperimentalismo rumoroso in lo-fi d’oggi e forme di r’n’r arcaico, clash post-moderno e rock come tentazione primigenia; il tutto reso attraverso un suono a forti tinte noir e con una vocalità da crooner maledetto capaci di tirare in ballo rockabilly dei 50s, garage-rock cavernoso dei 60s, reiterazioni bluesy à la Suicide e alterità weird (i nippos Les Rallizes Dénudés campionati in A Hundred Highways). Spesso e volentieri, tutto insieme e nella stessa canzone.

Quella targata Dirty Beaches è in realtà una esperienza che va avanti da qualche anno portandosi dietro una discografia che si snoda in mille rivoli, prima di arrivare a Badlands, erroneamente considerato il suo esordio. L’album di quest’anno è, insieme, l’estuario in cui sono confluiti gli allenamenti provati in mille 7” e cassette disperse tra autoproduzioni e label semisconosciute e il sunto più focalizzato e finito dell’universo retro-rock crooning di DB. Le prove precedenti, carbonare e di difficile reperibilità, non sono però da meno.

In primis, Horror, l’effettivo e poco messo a fuoco lp d’esordio del 2008, vero magma di droning pulviscolare e reiterato che portò Warren Ellis dei Dirty Three a definire la conclusiva In Dreams come “a grainy nightmare drones and clanks creeping out of a radio tuned to somewhere we’re not supposed to know about”. Di nuovo la sottolineatura di un mash-up spazio-temporale, di una indeterminatezza sfocata e fuori fase che è una delle caratteristiche più evidenti del sound di Alex.

A seguire, oltre ad un altro mini-album (la tape Night City su Night People definita “haunted nostalgia of a fucked up american dream”), una quantità industriale di release tra cassette in tirature ridicole (gli split con Omon Ra e Generic Shit), una raccolta in cassetta addirittura per il mercato cinese e edita da una label di Pechino (Solid State Gold per Rose Mansion Analog, in cui si trova la perla Coast To Coast), cd-r ed ep in formato digitale (rispettivamente Old Blood del 2008 e gli ep Bird e Seaside). Poi, tra la fine dello scorso anno e la metà del 2011, ecco una serie di 7” in vinile tutti o quasi raffiguranti in copertina immagini vintage, sgranate e old-fashioned proprio come il suono che Dirty Beaches andava perfezionando: True Blue, Golden Desert Sun – con una title track a dir poco doorsiana – e No Fun (entrambi per Italian Beach Babes), gli split con U.S. Girls e Conor Prendergast e quello a 12” con Ela Orleans, Double Feature.

Non difficile rintracciare indizi in questi singoli: le cover di Johnny Cash, The Singer, e Stooges, No Fun pur se sepolte sotto strati di riverberi, echi e delay, dicono di un genietto borderless e onnivoro, con pochi mezzi a disposizione ma con idee molto chiare riguardo ciò che vuole ottenere.

Intervista a Alex Zhang Hungtai a.k.a. Dirty Beaches

Cosa è il r’n’r dei 50s per te? È una influenza per la tua musica?

Credo che ogni generazione “romanticizzi” le decadi precedenti, forse perchè la nostra natura innata ci porta ad essere insoddisfatti dell’attualità. Una via di fuga, direi. Personalmente non sono fan dell’apatia e odio il rock dei 90s più di tutto, poiché si sdoganò l’idea di “anti-tutto” in musica. Per me i novanta sono stati l’inizio del declino del rock e dell’ascesa dell’hip hop.

Sei nato a Taiwan, hai vissuto alle Hawaii, in Canada, negli States. Questo melting pot ti ha aiutato in qualche modo quando hai cominciato a fare musica?

Mi definisce come persona ma paradossalmente rende difficile agli altri definirmi. La gente è sempre molto confusa quando mi guardano e mi chiedono da dove vengo. I incarno le caratteristiche di tutti i luoghi in cui ho vissuto.

Link Wray, Elvis, Jerry Lee Lewis, Roy Orbison ma anche Suicide, no-wave, drone e lo-fi rock. Qual è il tuo background musicale e quale il tuo obbiettivo come DB?

Non mi sono mai effettivamente “allenato” ma ho comunque suonato in band talmente diverse: metal, impro, post-rock, indie, post-punk e ultimamente noise e drone. È evidente che mi interessa tutto ciò che c’è sulla piazza, cosa abbastanza simile anche alla mia educazione. Spero solo di continuare ad evolvermi col tempo come artista, tralasciando qualcosa per qualcos’altro di più apprezzabile in futuro.

Sembri avere a che fare col giro hypnagogic, anche se apparentemente DB ha un altro approccio verso il passato, la memoria, i ricordi. Cosa ne pensi?

Ho molto apprezzato l’articolo di Wire sull’argomento. Mi sento molto legato al movimento hypna perché anche io sono figlio degli anni ’80 e posso confrontarmi con gli aspetti “nostalgici”. Probabilmente siamo tutti connessi in qualche modo, essendo una generazione cresciuta con gli stesi film, show tv, referenti della pop culture, videogiochi ecc. Il mio pensiero sulla nostalgia è però cambiato una volta lasciati gli USA a causa della scadenza del mio permesso di soggiorno. Perciò è iniziata una profonda riflessione sulla mia intera vita, da quel momento in poi. Forse inconsciamente sto cercando di ricreare qualche che non avrò mai più. Quel senso di imprudente innocenza che si prova quando il mondo è di fronte a te e ti senti invincibile, perché il tempo non importa quando sei giovane.

Suoni roba lo-fi ma sembra esserci un approccio più strutturato nelle tue canzoni, seppur la reiterazione suggerisca il contrario. Il lo-fi è una necessità, una filosofia o una scelta estetica?

Cheap is good. Forse è una conseguenza della crisi economica. Diciamo che lavoriamo con ciò che abbiamo e non molliamo. Credo sia una buona attitudine, non trovi?

Badlands è per certi versi una sorta di fictional concept su tuo padre. Ti va di parlarcene?

Molti mi hanno chiesto di questa storia, ma non credo sia molto importante per gli altri. lo è molto per me, forse è l’unico modo che ho per mostrare a mio padre quanto lo amo.

Cosa c’è nel futuro di DB? Collaborazioni, un buono studio, un ritorno alle atmosfere droning degli esodi…

C’è molto e molto presto, promesso! Innanzitutto, sono in tour negli USA come trio, con sax e percussioni. Forse una label pubblicherà qualcosa su questo tour e se non ne troverò una condividerò le mie cose sul web, così che i miei fan possano sentirlo. Poi ho intenzione di lavorare sui film score, c’è già qualche idea pronta perciò ci saranno novità l’anno prossimo. Dopotutto, bisogna scrivere più possibile prima che il mondo finisca, non credi?

Bosco Delrey, a garbage can Elvis from New Jersey

La definizione è appropriata e a dargliela a questo sbarbato del NJ è stato nientemeno che Diplo. L’a.k.a. del trentenne Thomas Wesley Pentz non parla a vanvera quasi mai: a testimoniarlo l’attività della Mad Decent, laboratorio creativo attraverso il quale Diplo ha affinato il suo naso musicale (dietro la MIA di Paper Planes c’era lui, non dimenticatelo) con operazioni di talent-scouting di notevole interesse. Buraka Som Sistema, i nostri Crookers, Gucci Mane e Rusko, in catalogo, e i tantissimi passati per i Mad Decent Block Party (Major Lazer, Gang Gang Dance, Das Racist, Death Grips solo per rimanere a quelli che vi hanno partecipato l’estate scorsa) sono testimonianza di lungimiranza a tutto tondo in nome della convergenza tra sonorità electro/disco, sensibilità rock e esotismo “altro”.

Non sfugge alla regola Bosco Delrey. Uno strambo “bedroom generation” retro-rocker figlio di questi anni incerti, armato di giubbotto di pelle e una capigliatura che pare un Dylan ventenne imbastardito dalle droghe ma con un (retro)gusto rock fifties che incuriosisce eccome.

Non un purista, sia chiaro. A giudicare da amicizie e frequentazioni – non solo Diplo e la Mad Decent, ma anche il supporto live per acts come Sleigh Bells e CSS e i remix di cui ha beneficiato anche da parte di pezzi grossi come Mike D e AD Rock dei Beastie Boys – lo sbarbato si dimostra piuttosto eclettico per ascolti e modalità sonore, mischiando e confondendo ad ogni passo. Ne è la prova Everybody Wah, effettivo debutto dopo un’accoppiata di 7 pollici usciti sempre per Mad Decent: Wild One/Evil Lives, il primo, Space Junky/My My Racecar a ruota.

Quest’ultimo specialmente, col suo lato A lo ha fatto notare nel mondo delle webzine in virtù di un sensualissimo electro-rock che è veramente l’incrocio impossibile tra Buddy Holly e l’elettronica cheap della bedroom generation e che nella sua versione live fornisce fantasmagoriche visioni di un impianto genetico ad alto voltaggio tra Alan Vega e Elvis. Retro-futurismo rock a go-go nelle mani di uno sbarbato fuori di testa.

Non che l’altro 7” Wild One/Evil Lives fosse da meno. Sgasate di moto a introdurre ritmi forsennati, chitarre twangy e atmosfere classic rock sempre innervate di electro disturbata e in bassa fedeltà, rimandano ad un immaginario che è quello anche di Dirty Beaches: ciuffi ribelli e giubbotti di pelle, sensualità a palate e manipolazioni elettroniche casalinghe per (retro)visioni di passati possibili. Aleggia lo spettro hypna? Manco tanto, in verità. Qui si va dritti al passato, giocando di ossimori, non lo si reimmagina per conto terzi.

È però nell’ampio respiro del debutto Everybody Wah che la costellazione di riferimento di Bosco si manifesta in maniera più compiuta, giocando sempre sulla fusione tra l’elettronica d’accatto che funge da base e i suoni sporchi e datati – vintage è termine troppo alla moda per uno che è demodé fin dall’abbigliamento – della chitarra di seconda mano del capellone del New Jersey. Uno che se ne è andato a Memphis a registrare l’album, mica da un’altra parte. Quasi a riannodare fili e ristabilire traiettorie nella fitta trama della propria musica. Più precisamente, Bosco ha fatto meta nello studio di Doug Easley, da cui sono passati grossi calibri come White Stripes, Sonic Youth, Pavement, Wilco, Cat Power. Lì è stato limato un 13 tracce concepito in cameretta e che è stato definito come un “perfectly surreal pop beat troubadourism for modern America” in virtù di un “wall of distorted dance-grunge” che fa suo il fuzz dei 60s.

Niente male per un esordiente, no? Un taglio moderno al rock’n’roll classico, ora con un approccio alla Jon Spencer Blues Explosion, ora filologicamente primitivo, ora come se il catalogo In The Red fosse catapultato indietro di un cinquantennio dopo essere stato centrifugato nell’electro post-moderna del musicista 2.0. Rispetto e innovazione, in definitiva, con in più una dose catchy affatto trascurabile. It’s only rock’n’roll, sempre e comunque.

Intervista a Bosco Delrey

Da dove vieni? Musicalmente e materialmente. Presentati ai nostri lettori…

Vengo da una piccola città del NJ. Adesso lievemente più progredita rispetto a quand’ero piccolo, ma sempre rurale, tipo fattorie e campi di granturco. C’è una scena dei Sopranos, quando si allontanano dalla civilizzazione per seppellire un corpo nei boschi che probabilmente è dove vivevo io. Dalle parti del Delaware River.

Sono sempre stato in qualche garage-band nella mia adolescenza. Non suonavamo come i Troggs o le compile della Nuggets ma un pop-punk da garage. Ho scritto qualche pezzo carino sul bruciare la casa di una immaginaria ex fidanzata o odi a negozi convenienti appena falliti. Cose che ci succedevano, insomma, come le ragazze che venivano a fumare sigarette durante le prove così che finivano per andare in piscina …

Il padre di un mio amico era in una country band e una volta ci ha fatto anche aprire per lui ad una fiera o in un saloon. Credo fosse prima che raggiungessi la pubertà, intorno ai 12 anni o quasi, ma quello è in qualche modo l’inizio di quello che faccio ora.

Stai uscendo per l’etichetta di Diplo. Come è avvenuto questo strano incontro?

Ci siamo solo spinti l’uno verso l’altro. Tramite amici di amici, al solito. Stava lavorando coi 77Klash così come me. Una notte siamo finiti in studio per i Major Lazer e mi disse che il mio demo era fico, chiedendomi se avessi qualcos’altro. Così, tornato a casa, ho registrato un intero album.

Diplo ti ha definito una specie di “garbage can Elvis from New Jersey”. Ti ci ritrovi?

Non so. Vuol dire qualcosa? Ha un senso? Mi fa pensare a Oscar the grouch (il personaggio dei Muppets) con un ciuffo in testa. Io la vedo più come una versione cartoonesca di una art rock band degli 80s. ma Elvis, beh, lo amiamo tutti no? quella definizione mi fa decisamente sorridere.

Cosa significa il r’n’r dei 50s per te. Influenza la tua musica e in che modo?

È il principio della cultura giovanile moderna e il tempo in cui la chitarra elettrica era ancora al suo stadio di scoperta. Cosa non amare di quel periodo? È la bomba-h contro la cultura del milkshake. Un sacco di belle canzoni furono scritte al tempo perché era un tempo di scoperta e veniva riportato in musica. Io amo le canzoni con delle storie. La musica moderna spesso mette insieme soltanto delle vaghe frasi senza documentare la vita. Io amo molto le storie reali e le persone reali che prendono queste esistenze e le condiscono con un po’ di sale. Apprezzo l’onestà. Se c’è una cosa che apprezzo dei 50s è questa…e Buddy Holly.

In Everybody Wah suoni tutto da solo. Cosa utilizzi? Chitarra, sampler e nient’altro?

Certo che no. Uso un sacco di strumenti nell’album. posso aver campionato degli strumenti, ma l’ho fatto su ciò che suonavo io. Non ci sono strumenti o suoni pre-registrati, è tutto live. Ci sono timpani, sospiri, synth leggeri, un pianoforte e un violino suonati live. Ci sono moltissimi strumenti nel disco e tutti sono suonati dal vivo.

Nella tua musica il jingle-jangle che fu del rockabilly incontra beats, samples e elettronica. Cosa cerchi con questo clash?

Sto facendo solo ciò che è naturale per me. Non c’è realmente un obbiettivo a cui giungere. Mi piace solo avere e provare tutto ciò che posso avere.

Cosa pensi del ritorno del rock 50s in alcuni progetti musicali di oggi, come Dirty Beaches?

Non conosco bene DB, ma mi sembra più 80s oriented. Romanticizzare il passato non è un fenomeno nuovo, pensa ai Rolling Stones. C’è un certo non so ché che permette alla grande musica di venire concepita e ognuno la rintraccia in luoghi differenti.

Qualcuno ha parlato di te come un Billy Haley reinventato per la bedroom-producer generation…

Sono più un “bedroom generation do whateverIwanter!”

La tua musica ha a che fare col passato, con le memorie, con un immaginario datato. Ma non è hypnagogic. Sei d’accordo?

Penso che la “droning muzak” sia ottima per i cocktail party e per le case dei genitori. Ma a me piace il punk-rock!

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