Distruggere per costruire

I Luminal non sono più i Luminal. Non lo sono nel suono – quanto mai lontano, quello dell’ultimo Amatoriale Italia (2013), dallo stile messo in mostra nei precedenti Canzoni di tattica e disciplina (2008) e Io non credo (2011) – e non lo sono per una formazione stabilizzatasi in terzetto “sbilenco” voce, basso distorto e batteria (Carlo Martinelli, Alessandra Perna, Alessandro Commisso), dopo l’abbandono di Alessandro Catalano e Alessandro Pieravanti. Distruggere per costruire. Fuori da una wave elegante, cantautorale, raffinata e dentro un mood nero e invischiato con una contemporaneità che fa saltare i nervi, tra sbalzi umorali improvvisi, minimalismo post punk tesissimo, testi melmosi col vizio dell’invettiva. Nessun compromesso, insomma, e lontani da un passato del gruppo che a sentire Carlo Martinelli (voce, chitarra) proprio di compromessi si era ampiamente cibato: «C’erano grosse differenze caratteriali e di gusto. Riuscivamo a funzionare trovando una specie di limbo in cui nessuno potesse sentirsi minacciato, nonostante nessuno stesse facendo davvero quello che voleva. Oggi invece c’è un’unità d’intenti piuttosto sorprendente, per cui ad ogni idea folle ne arriva una più folle di risposta, invece di un rifiuto. Il disco è nato anche così, rilanciando in continuazione su scelte radicali».

Le scelte radicali di cui si parla rientrano nei suoni scheletrici del disco, ma ancor più in un impianto testuale che decide consapevolmente di sporcarsi le mani affrontando senza filtri tematiche condivise e attuali. Quello che a prima vista potrebbe sembrare allora un ammiccare al “quartierino social” – altri, prima della band romana, hanno scoperto le potenzialità comunicative di testi “inseriti” nelle dinamiche giovanili “internettare” e non, vedi alla voce Lo stato sociale, L’officina della camomilla, I cani e via dicendo – in Amatoriale Italia diventa invece finzione letteraria, romanzo neorealista aggiornato ai ritmi forsennati della modernità, senza amorevoli velleità pasoliniane da mettere in mostra e ben calati nel cinismo desolante dei giorni nostri. Si utilizza lo stesso linguaggio frantumato della realtà che si prende di mira – internet, gli hipster, i social network, la scena indie, la televisione, gli orrori quotidiani -, ma lo si fa attraverso scelte musicali che non hanno nulla di edonista o ammiccante. Suoni semmai violenti, squallidi e urticanti, che agiscono quasi da antidoto, svestendo quel link tematico – un hic et nunc che racconta la scena musicale, ma anche il Paese – di ogni possibile accezione positiva: «Crediamo che questo sia il lavoro che deve fare un disco punk, nonostante i Luminal non facciano punk in senso stretto. Creare un senso di straniamento forte e reale, fare orrore, costringere a guardare il baratro ad occhi aperti mentre ti ci butti dentro». E dell’operato delle band che invece scelgono coscientemente di cavalcare questo tipo di approccio comunicativo, cosa si può dire? «Il problema non è fare un disco molto contestualizzato, il problema è se poi il medesimo disco non fa nient’altro che raccontare cose irrilevanti con un vago cinismo giocoso.
 Capisco che il nostro disco superficialmente possa sembrare simile, ma è perfettamente antitetico ad un’operazione del genere nella sua natura profonda».

Siamo d’accordo. A pensarci bene tutto questo discorso si inserisce perfettamente nella diatriba, nostro malgrado sempre più attuale, sul ruolo che dovrebbe avere la musica indipendente: intrattenimento e specchio per un pubblico in cerca di un identità da fotografare con l’onnipresente smartphone o arte sfuggente, coraggiosa e creativa, come nell’era pre-internet?: «C’è ancora (poco) spazio per l’arte nella musica. Per quanto mi riguarda, i più grandi capolavori sono brani che sono riusciti ad essere entrambe le cose. Nel rock non ce ne sono pochi, ma penso soprattutto ad Aretha Franklin, Wilson Pickett, Stevie Wonder e a un mondo in cui le capacità tecniche erano mostruose e al servizio di menti geniali e del pubblico.
 Noi al momento facciamo musica di “trattenimento”, ma l’obiettivo è riuscire a fare entrambe le cose». In questo senso, allora, qual è il “potere mistico dell’arte” di cui si parla in Carlo Vs. il giovane hipster? «E’ quella forza incomprensibile ed assoluta tramite la quale qualcosa creato da un altro essere umano riesce ad innalzarti da questo pianeta pieno di miseria, disperazione, morte e noia. E’ una delle pochissime ragioni per cui valga davvero la pena vivere».

Tutto questo è l’ultimo disco dei Luminal. Assieme ad ascolti personali che – parola di Martinelli – vanno da Talking Heads, PIL, Gang Of Four, The Sound, Chameleons e tutto il post-punk più artsy e dark a Dalla, Paoli, Tenco, GrazianiIn Amatoriale Italia c’è moltissimo Gaber nei testi, e qualche vago eco di Battisti in qualche melodia»). Noi leggiamo anche un sentore CCCP in quel declamare reiterato e pungente, ruvido e monocromatico, ma il front man della formazione romana ci tiene a mettere i puntini sulle “i”, pur confermando l’attualità del messaggio della band emiliana: «In realtà no, anche se si tratta a mio avviso del miglior gruppo punk/rock/quello che ti pare, della storia italiana. C’è un pezzo come Grande madre Russia che è una loro presa in giro, e un altro paio di pezzi come Dio ha ancora molto in Serbia per me, che sono più dichiaratamente punk e possono sembrare ricalcati su di loro (anche se in realtà il gruppo più “copiato” da Amatoriale Italia sono i Mclusky). I Cccp sono attuali nel 2013 non per le “tematiche” ma perché sono, per tornare al discorso di cui sopra, a modo loro un’opera d’arte. Più attuali di loro sarebbero i primi Disciplinatha [i primi due dischi dei Luminal sono stati prodotti da Cristiano Santini, leader dei Disciplinatha, ndr] sicuramente meno immediati, pop e per certi aspetti incompiuti, ma a mio avviso molto più intelligenti».

Il messaggio è chiaro: nulla, con i Luminal, è quel che sembra e tutto è perennemente in divenire. Soprattutto in un presente che sembra vissuto dalla band giorno per giorno, senza una progettualità a lungo termine e con la stessa irruenza che si coglie nei suoni dell’ultimo lavoro. Del resto lo sottoscrive anche Martinelli stesso a fine intervista: «Non abbiamo idea di come sarà un prossimo disco dei Luminal. Se ci sarà». Più chiaro di così.

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