Do.ma.ni. ad Ateliersi

Non è un dj-set, non è una performance, non è un live, non è un’installazione. Non solo una di queste, intendiamoci: è un po’ delle quattro cose insieme e, soprattutto, un ambiente di suoni e immagini. Cos’altro non è Do.ma.ni., «centrifuga di immagini catturate dalla psicosfera collettiva e una selezione di musiche possibili e impossibili»? Lo abbiamo chiesto ai diretti interessati, Nicolas Maria Albanese, Massimo Carozzi (Zimmerfrei) e Federica De Pascalis: «È una domanda molto ostica», confessano, «la negazione in questo caso non rappresenta una semplice inversione di segno vero-funzionale, ma esclusione di interi mondi che Do.ma.ni. potrebbe in futuro essere interessato ad esplorare. Diciamo solo che Do.ma.ni. NON è una collezione di assiomi ma di fascinazioni che entrano ed escono fluidamente nel progetto»

Do.ma.ni. è una creatura allo stato fluido, un generatore di immaginario che nasce nel 2014«sotto forma di incontro domenicale a cadenza mensile tra Massimo e Nicolas all’interno della Caffetteria dell’Ateliersi». Do.ma.ni. è appunto un acronimo che sta per Domenica, Massimo, Nicolas. «L’idea era grossomodo quella di integrare degli ascolti musicali all’interno di uno spazio morbido, vagamente domestico». All’accostamento acustico di multitracce, multigenere e multicontesto, si è presto aggiunta l’immagine, una selezione randomica (il liquido zen che insemina) di cartelle visive raccolte nella semiosfera (un “Cartellone-Mondo”), rese protagoniste di successioni fluide, appunto, eppure spiazzanti. Il risultato lascia intravedere materie narrative sottili, a patto dell’assorbimento completo dello spettatore.

L’ambiente, si diceva, è “vagamente” domestico, nei primi appuntamenti dell’Ateliersi di Bologna, collettivo e luogo di produzione artistica che torna a ospitare il progetto, a partire dal 30 settembre 2018. Oggi, a distanza di quattro anni, Do.ma.ni si stabilisce ad Ateliersi per una residenza strutturata per tappe che ha inizio con una lunga sessione di «sperimentazione visiva, sonora e relazionale». Abbiamo passato diverse ore a osservare questo dispositivo complesso, negli anni. Ora ci hanno chiesto di essere osservatori con un ruolo ratificato, ufficiale: accompagneremo la residenza di Do.ma.ni. e i suoi frutti con un diario su questi schermi. L’intervista che state leggendo è il primo risultato, introduttivo, di questo scambio.

Ora più che mai, meglio che in una casa, sembra di stare in un cervello (in psicanalisi si dice che chi sogna case sta sognando la sua testa), dove i neuroni accolgono agenti chimici e producono strade di impulsi, tante e percorse contemporaneamente, dando una forma di insieme che poi è difficile scomporre nelle sue parti. Do.ma.ni si è trasformato, negli anni, a uno sguardo e ascolto dall’esterno, da un dispositivo complesso (complessità è sistema di parti…) di produzione di immaginario-casa (quello che ascolterei a casa con amici) a produzione di immaginario-spazio meno stabile emotivamente. Un immaginario che produce tensioni e micro narrazioni nella successione, come dicevamo, specie per la sequenza delle immagini.

«Il Cartellone è diventato, di fatto, una specie di quarto componente del gruppo. Non lo vediamo più come una collezione di oggetti, ormai emana una forma di Autorità che ci condiziona non poco quando vogliamo arricchirlo di nuovi spunti: ci troviamo di fronte a una specie di mostro di Frankenstein dove la somma delle parti è maggiore del tutto. L’archiviazione e il ricordo organizzato ci interessa perché colloca oggetti singoli in una dimensione collettiva che li nobilita e, contemporaneamente, li consuma e li svuota. Ad oggi il Cartellone conta circa 3.340 immagini ed è stato progressivamente alimentato senza regole predefinite dai membri di Do.ma.ni. mediante la funzione “salva con nome” nel corso del browsing quotidiano. La parte sonora è quella che è nata prima, in questo progetto, e mantiene una sua autonomia rispetto alle immagini. Inizialmente la nostra voglia era semplicemente di selezionare musiche a noi care ed anche di scoprire cose nuove insieme. Progressivamente stiamo cercando di trovare un modo diverso di suonare insieme, che si discosti dal semplice dj set o dalla selezione. I dischi, pur mantenendo una loro identità, diventano strumenti, utensili, e attraverso la pratica del campionamento in tempo reale stiamo cercando un modo di assemblare e accumulare gli elementi sonori che rispecchi la caoticità e l’aleatorietà del flusso delle immagini, ma che mantenga comunque una sua autonomia narrativa».

Una delle novità degli ultimi passi di Do.ma.ni. è l’introduzione di variabili tematiche e concessioni a dimensioni temporali più compresse. «Do.ma.ni. funziona meglio con le lunghe durate, probabilmente sì, ma ci sono state un paio di occasioni (l’invito ad Atlas of Transition, festival curato da Piersandra Di Matteo, e il roBOt Festival) che ci hanno spinto a sintetizzare la performance intorno a un tema specifico. In questa modalità è anche più naturale provare a cercare un accordo tra le immagini e la musica». «Quando lavoriamo ad un tema specifico (come nel caso di MorboRosa per roBOt) “consultiamo” prima il Cartellone, un grimorio della cui grammatica ormai ci fidiamo ciecamente. Una volta estrapolati i filoni conduttori ci incontriamo e proponiamo delle associazioni (meno didascaliche sono e meglio è) e con queste chiavi iniziamo a cercare».

La fluidità di questo organismo-ambiente ricorda la “viscosità” di cui parla Timothy Morton a propositi dei suoi amati Iperoggetti. «La proiezione del Cartellone dà in qualche modo a Do.ma.ni. una collocazione nello spazio fisico e un’opportunità per perturbare tale spazio. Ci si rimane invischiati (noi stessi lo siamo) perché l’immaginario a cui fai riferimento è un sottoinsieme credibile della psicosfera collettiva, è assolutamente inclusivo e non necessariamente in una direzione positiva. Mentre partecipi al flusso delle immagini che ti passano davanti, internamente provi a ricucirlo in un tessuto fatto di associazioni, a riproporzionarlo ai tuoi riferimenti personali. Ma è un tentativo effimero, condannato a fallire dal ritmo inesorabile della scansione: un’immagine ogni 4 secondi». Eppure, una volta usciti dalla centrifuga al ralenti di Do.ma.ni., la concezione del tempo un po’ si perde…

30 Settembre 2018
30 Settembre 2018
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