Don’t tell me L.I.E.S.: intervista a Gunnar Haslam

Le capacità di rabdomante di Ron Morelli, padre padrone di L.I.E.S. Records, sono ormai comprovate: spesso e volentieri i producer arruolati dalla sua label sono personaggi ai limiti dell’anonimato o dell’oscurità mediatica. Così è stato anche per l’artista che si fa chiamare Gunnar Haslam: l’esordio per L.I.E.S. nel luglio del 2013 ha coinciso con il suo debutto. E la partenza è stata subito con il botto: non un semplice 12”, ma direttamente un album, l’affascinante Mimesiak. Nel suo caso peraltro Morelli non è dovuto andare lontano, anzi non si è mosso dal negozio di dischi della Lower East Side newyorkese dove lavorava: raro caso di profeta in patria…Dopo una manciata di singoli (tra cui Bera Range per la chicagoana Argot, Ataxia No Logos per l’olandese Delsin, il 12″ Porte Maillot prodotto dalla L.I.E.S.) e alla vigilia dell’uscita del suo secondo album, ancora per l’etichetta di Morelli (Mirrors And Copulation, novembre 2014), abbiamo scambiato quattro chiacchiere via e-mail con il giovane americano.

Nelle recensioni delle tue precedenti release si fa spesso riferimento a te come a un “misterioso producer da New York“. In realtà, visto che in internet si trovano un paio di tue interviste, non sei poi così misterioso: nato e cresciuto a Manhattan, poi trasferito a Brooklyn; studi accademici in fisica subatomica, poi un master in tecnologia musicale; l’amicizia con Ron Morelli a seguito della frequentazione dell’A1 Records, il negozio di dischi dove lavorava… poi di punto in bianco lo scorso anno il debutto per la L.I.E.S. con un doppio long playing. Sono corrette tutte queste informazioni?

Sì, è praticamente tutto giusto, tranne il fatto che, pur essendo nato a Manhattan, sono cresciuto al di fuori della città. Mi sono trasferito di nuovo a Manhattan quando avevo 18 anni .

Continuiamo ad approfondire la tua biografia, se non ti dispiace: quanti anni hai? Quando e come hai iniziato a fare musica? Quali sono stati i tuoi principali riferimenti musicali?

Ho 25 anni. Ho trafficato con le drum machine per un po’ di tempo, ma ho iniziato a fare musica sul serio solo circa tre anni fa. E’ difficile per me indicare delle influenze musicali più di altre, visto che ascolto davvero un sacco di musica e tutto viene mescolato.

Altrove hai detto che in un certo senso Morelli ti ha “commissionato” Mimesiak. Puoi dirmi di più sul processo di produzione del tuo primo album?

Ho realizzato un paio di tracce, le ho fatte ascoltare a Ron e lui le ha sentite sulla sua lunghezza d’onda. Abbiamo deciso insieme che i brani sarebbero stati meglio nel contesto di un album, invece che in un 12″, così nei due mesi successivi ho continuato a lavorare. Alla fine ha preso forma ciò che sembrava un album, e Ron ed io abbiamo messo insieme il tutto. E’ stato un processo piuttosto facile e rilassato.

A noi giornalisti musicali piacciono molto le definizioni. Se tu fossi costretto a dare dei tag alla tua musica, cosa utilizzeresti?

Techno. La mia musica va a volte un po’ dappertutto, e ogni traccia è fatta in modo diverso e con diversi obiettivi, ma alla fin fine “it’s all techno”. Io vengo da un background techno, è una parte inscindibile della mia musica.

La ripetizione è una forma di cambiamento” (Brian Eno – Oblique Strategies): tu cosa pensi al riguardo?

Non sono d’accordo. Ovviamente io amo la ripetizione nella musica, e la uso molto spesso: tendo a non apprezzare molto la musica che rimbalza di qua e di là. Ma non c’è bisogno di assumere che la ripetizione sia cambiamento solo per giustificarne l’uso: la ripetizione è così in sé, ed il bello sta nel lasciarsi ipnotizzare da essa ed esaminare da nuovi punti di vista lo stesso oggetto reiterato. La nostra comprensione dell’oggetto può mutare nel tempo, ma questo non cambia il fatto che l’oggetto rimanga invariato. La ripetizione di alcune frasi musicali può essere inebriante, ma non tutto è interessante se ripetuto. Prendi il lavoro per esempio: compiti ripetitivi in linea di montaggio portano all’alienazione.

A te piace circondare la tua musica con tanti e disparati riferimenti culturali, sia per il tuo nome d’arte (tratto da un racconto di Borges, ma ne parleremo più avanti) che per i titoli dei brani, che spesso si rifanno alla letteratura (vedi ad esempio Scheherazade, o Bera Range, da Fuoco pallido di Nabokov, o Corridor Metaphysics o Kenosha, tratti da Thomas Pynchon), alla geografia (Anatolia, Aisepos, Dunsinane Hill), alla storia (Nevenoe , il primo re medievale bretone, la Cina maoista di Let A Hundred Flowers Bloom), a luoghi metropolitani (New York, per Culver Viaduct o per B61; Parigi, per Porte Maillot), alla filosofia (il titolo del tuo primo LP, basato sui sample, ricorda le idee platoniche di mimesis), anche alla matematica (il processo stocastico “senza memoria” di Markov Discrete). Sono risonanze personali, un modo per dare più significato e valore alle tracce, di per sé astratte, o cos’altro?

I riferimenti che hai individuato sono più o meno tutti corretti. I termini che ho usato tratti dalla matematica o dalla fisica tendono ad essere molto personali, tenuto conto che passo gran parte delle mie giornate ad occuparmi di questi ambiti. Discrete Markov fa riferimento ad un processo che utilizzo spesso per lavoro, e che a volte uso anche nella mia musica. Altri titoli, che si riferiscono alla letteratura o alla geografia, sono tentativi di dare un contesto ideale alla mia musica. Quando ho composto Aisepos non ero proprio sulla riva di quel fiume dell’Anatolia, ma stavo leggendo qualcosa al riguardo e ci stavo fantasticando. Altre citazioni geografiche sono molto personali: ho fatto B61 durante il weekend dell’uragano Sandy, e fa riferimento alla linea d’autobus che porta alle aree più colpite di Brooklyn.

Ho notato che usi anche tanti riferimenti specifici all’Italia: titoli come Gragnano (la pasta o la città?), Laghi Sotterranei, Denominazione… C’è un motivo particolare?

Gragnano si riferisce al vino frizzante della zona. A dire il vero non so se c’è una ragione… Ogni traccia è nominata al momento, ed è semplicemente capitato che molte delle tracce pubblicate avessero titoli italiani. Amo molto cucinare, in particolare la cucina italiana; tra i miei registi preferiti ci sono Fellini e Pasolini; compro molti dischi di library italiani, tipo Egisto Macchi e Morricone. Credo che mi piaccia molto la lingua, soprattutto perché non la parlo!

Quest’anno hai collaborato con il mago della 303 Johannes “Tin Man” Auvinen per il progetto Romans. Auvinen al riguardo ha dichiarato: “questa potrebbe essere la musica che si ascolterebbe viaggiando nelle strade romane alla fine dell’impero“. Ora è il tuo turno: cosa puoi dire sul progetto?

Il progetto è nato mentre Johannes ha vissuto a New York per un po’. Ogni volta che siamo nella stessa città ci incontriamo e facciamo musica. E’ un buon amico e lavoriamo molto bene insieme. Cerchiamo di vedere, senza pensarci troppo, dove ci portano i nostri macchinari. Entrambi tendiamo individualmente verso una certa malinconia, ma mi piace pensare che lavorando insieme tiriamo fuori interessanti sfaccettature l’uno dell’altro.

Il podcast L.I.E.S. 001 (così come quello per LWE, o la seconda parte del recente show di due ore per BCR) ha dimostrato le tue capacità, la tua cultura e la tua sensibilità nel fare il deejay (spero in futuro di poterti vedere dal vivo: prevedi di venire ad esibirti in Italia?). Domanda banale: qual è il rapporto tra fare la propria musica e selezionare tracce di altri per un DJ set?

Mi piacerebbe davvero venire in Italia! Come hai notato, ho un amore profondo per la cultura, il cibo e l’arte italiana, e sarei davvero contento di passare un periodo da voi. Faccio il DJ da tanto tempo, ed è ancora la forma di espressione più familiare per me. Selezionare tracce per un set è per me un processo simile a campionare sample. Ho notato che tendo a lavorare sui layers dei miei brani allo stesso modo in cui mixo come deejay. Anche se non è una priorità, mantengo sempre un punto di vista da DJ quando produco i miei brani, cercando di  produrre cose che mi piacerebbe mettere sui piatti.

Ora è arrivato il momento del secondo album: Mirrors And Copulation. Il titolo è tratto dallo stesso racconto di Borges (Tlön, Uqbar, Orbis Tertius) dal quale sono tratti anche i nomi Gunnar Erfjord e Silas Haslam. La citazione completa è “gli specchi e la copula sono abominevoli, poiché moltiplicano il numero degli uomini“. Presumo che questo racconto sia molto importante per te: perché?

Mirrors And Copulation fa riferimento, tra le altre cose, alla crisi della sovrappopolazione globale, una tra le più importanti questioni ambientali. Intende avere una visione oggettiva dell’umanità e del suo rapporto con il pianeta: i modi in cui arricchiamo la Terra con la ragione, la cultura e la matematica, e i modi in cui permettiamo che i nostri inferiori istinti animali si esprimano attraverso la violenza e la riproduzione. Il racconto di Borges parla di un complotto di accademici per sostituire il mondo attuale con uno immaginato: un possibile metodo per modificare il nostro corso attuale verso la crisi ambientale.

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Quali sono le differenze e le affinità tra Mimesiak e Mirrors And Copulation?

Sono molto diversi. Mirrors And Copulation è stato subito concepito come un album e ha preso forma molto velocemente. E’ il mio lavoro finora più personale e coerente. Mimesiak, come ho accennato prima, è più una compilation di lavori più vecchi, anche se continuo a sorprendermi per come comunque funzioni bene a livello di coesione.

Mi risulta che tu abbia detto “tendo a fare musica come una sorta di risposta, di reazione ai dischi che ascolto, e io compro un sacco di dischi”: quali dischi pensi che abbiano sollevato le domande più rilevanti a cui Mirrors And Copulation ha risposto?

Con Mirrors And Copulation ho fatto molto meno affidamento sui sample e molto più sulla convenzionale sintesi analogica e digitale, quindi pochi dischi fanno direttamente parte dell’album come campioni. Ma traggo sempre ispirazione dalla mia collezione e dalla musica degli amici. Sono stato ispirato dalla struttura tradizionale del long playing: volevo che il disco fosse come un LP singolo, che ti siedi ad ascoltare per venti minuti o più prima di alzarti per cambiare lato. La musica elettronica è passata per un periodo buio in cui si stampavano album di 30-40 minuti su due pezzi di vinile, così che gli album diventavano inutilmente costosi, consumavano risorse e occupavano troppo spazio nella borsa di un DJ. I miei compagni di etichetta alla L.I.E.S., così come artisti come Silent Servant e NeoTantrik, hanno ripreso a far stampare LP singoli, ed è una mossa molto positiva in reazione alla crescita continua dei prezzi dei dischi.

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