Mother Africa calls her sons
Di diaspore, terzomondismi noise e sonorità afro

Africa. Da lì nasce tutto e, come prevedibile, lì prima o poi tutto ritorna. Potremmo tirare in ballo questioni antropologiche – vedi alla voce “progenitore dell’homo sapiens” – per non parlare di tematiche spirituali o socio-culturali (non dicono nulla termini come rastafarianesimo o negus?), ma su queste pagine ci si occupa di musica e a quella ci limiteremo.

Il continente nero, quell’ancestrale madre cui ogni musica tende volente o nolente, ha da sempre rappresentato, trasversalmente quanto in certi casi azzardatamene, un milieu / luogo della mente verso cui confluire, partendo da presupposti altri se non addirittura alieni. Sì, ok, facile fluttuare verso Sun Ra o lo spiritual jazz tutto, ma qui parliamo d’altro in termini di accessibilità “rock”: pensiamo all’ex Blur Damon Albarn e al suo trip tra Mali (passato) e Congo (futuro prossimo), oppure alle ricerche che gli olandesi Ex hanno da sempre compiuto nel rivitalizzare scene ormai dimenticate – uno su tutti Getatchew Mekuria e l’ethio-jazz sepolto sotto dittatura e povertà –, o ancora alla stessa collana Ethiopiques che ci ha fatto (ri)scoprire l’etiope Mulatu Astatke. Per prenderla da tutt’altro verso, potremmo citare il William Bennett aka Whitehouse “intrippato” col percussivismo made in Africa del suo progetto harsh-afro-noise Cut Hands (giunto mesi addietro al primo volume ma prossimo a espandersi in altre forme) o le svisate ancestrali di esperimenti/progetti della scena off newyorchese come il Boadrum made in Boredoms o i Foot Village e tutti i freaks della “new tribal america”. Andando a ritroso nel tempo, l’attrazione che certo post-punk – dai Liquid Liquid ai 23 Skidoo, fino all’antologia Mutant Disco – ebbe per le poliritmie africane (ripreso in forme nuove dall’effimero movimento p-funk), le ossessioni terzomondiste di Brian Eno (in solo, col Byrne di My Life In A Bush Of Ghosts o coi Talking Heads di I Zimbra) o quartomondiste di Jon Hassell, o ancora più indietro, il senso di latente e incompiuto nostos insito in molta musica nera americana – dal citato free-jazz sub specie Black Panthers indietro fino al blues dei primordi – confermano questo legame innato e intatto, di fuga e ritorno, di abbraccio e rilascio, verrebbe da dire.

Una suggestione inspiegabile a parole ma fermamente radicata nelle musiche occidentali e addirittura amplificata dall’indie 2.0 – pensiamo all’accoglienza positiva riservata al Congotronics (Konono N.1 e Kasai Allstars, su tutti) o al lavoro di Brian Shimkovitz a.k.a. Awesome Tapes From Africa – oltre che dal successo sempre più borderless di band originali: pensiamo, per fare un esempio, a quelle del giro del “tuareg blues” come Tinariwen et similia, figli legittimi di una fascinazione antica quanto la musica stessa. Trasversalmente, una serie di band odierne tra le più eterogenee per intenti e finalità, provenienza e background, ha avvertito la pulsione del ritorno alla casa madre, innervando le proprie musiche di tribalismi, suoni cangianti, atmosfere esotiche e affascinante alterità. Parliamo a vario titolo di Vampire Weekend, Extra Golden, Bird Show, Antibalas, per certi versi anche dei losangelini Mi Ami (i primi in particolare, quando l’eredità Black Eyes era ancora viva), di (ex)mostri sacri del post-rock come Doug Sharin e il progetto HiM.

Ci fermiamo qui, che di nomi sennò ne faremmo a scatafascio, ma proviamo ad allungare lo sguardo su questa febbre africana che agguanta sotto forme diverse, tante quante sono le “afriche” conosciute: da quella meticcia e arabo-orientaleggiante del nord, a quella spiritualmente ancestrale delle desertiche lande di mezzo e infine a quella nera e materica delle foreste e dei riti primordiali che ne costituiscono il cuore pulsante e rabbioso.

Zun Zun Egui. Bristol, Mauritius. Mondo

Tra gli “stranieri” – se di stranieri si può parlare per progetti che fanno del melting pot il proprio credo – i primi vengono da Bristol, cittadina ben nota alle recenti cronache musicali per questioni di fusioni e amalgama. In fatto di amalgama, i quattro Zun Zun Egui non stanno dietro a nessuno. Musicale, ovvio, ma anche di sangue, soprattutto per via di quello che scorre nelle vene di Kushal Gaya e Yoshino Shigihara: creolo il primo, cantante e chitarrista cresciuto a Reunion e trapiantato col suo mash-up cultural-linguistico in UK; nippo e artista la seconda, alle prese con tastiere e backing vocals e con lo stesso percorso di vita che li ha portati a conoscersi nelle serate artistiche del Cube Microplex di Bristol, luogo di ritrovo no-profit per artistoidi, creativi e musicisti free-minded.

Raccattata la – questa volta inglesissima – sezione ritmica formata da Luke Mosse (basso) e Matthew Jones (batteria), l’allegro quartetto comincia a farsi notare nel sottobosco bristoliano a furia di mash-up culturale tra stilemi rock occidentali e influenze “altre” portate in dono dal retroterra dei due fondatori. Un cd-r autoprodotto e un 12”, uniti ad una intensa attività live (l’ultimo tour con i Dirty Three li ha portati anche dalle nostre parti qualche mese addietro) ne hanno fatto da subito un piccolo culto non solo cittadino, pronto ad attirare attenzioni di label di prim’ordine. È Bella Union, infatti, ad approfittare mettendo il proprio marchio su Katang, l’esordio lungo del gruppo uscito nel 2011. Poi il Geoff Barrow di portisheadiana fama che, sull’onda del tour coi Fuck Buttons, li invita a partecipare alla Invada Invasion – sorta di mini-festival domestic organizzato nella cittadina venue di Colston Hall – suona come la definitiva consacrazione in un circuito di culto.

L’album Katang, insieme al 12” Fandango Fresh sempre pubblicato dalla label di Barrow, mostra l’eclettismo a forti tinte world del quartetto messo più a fuoco rispetto alle pur buone prove precedenti. Se quelle erano universi in totale esplosione, ora a dominare sembra essere più un metodo compositivo classico (“We started to develop an interest in shorter composition”, spiegava Kushal tempo addietro). La caratteristica più evidente del suono degli Zun Zun Egui è il multilinguismo anglo-franco-nippo-creolo discendente dal vissuto di Kushal, meticcio culturale vivente sospeso tra la musicalità dei riti della tradizione creola e l’imposizione repressiva del colonialismo francese dei ’60. Da quella musica, cioè, che lo stesso cantante definisce “blues played with African rhythms and Indian melodies” e che è ben visibile nei loro live (buttate un occhio alle session al The Hospital Club, la prima e la seconda, per farvi una idea).

Dal lato strettamente musicale, la fusione alla Talking Heads di mezzo tra prog, indie, afro-beat ed enfasi colorata di sgargianti reminiscenze world, senza mai scadere nei clichè triti e ritriti della “world music” anni ’80, ci dice di una band piena di energia, in grado di rivitalizzare il termine “crossover” e di mostrarci, ancora una volta se possibile, quanto la “giungla urbana post-globalizzazione” abbia i suoi lati più che positivi.

Weird people from down under: Orchestra Of Spheres

I nomi innanzitutto: Mos Locos, Baba Rossa, Jemi Hemi Mandala, Zye Soceles e l’immancabile E = MC303. La strumentazione, poi: theremin, gamelan, biscuit tin guitar, electric bass carillion, sexmouse marimba (?!) e via dicendo. Infine, la (auto)definizione: “ancient future funk” alla ricerca della “spontaneous symmetry in sound”.

Spiazzanti, vero? Aggiungeteci una provenienza che dire esotica è poco – la Nuova Zelanda, ma non quella del kiwi-pop made in Flying Nun bensì quella più stramba e off figlia dei Dead C –, un gusto per l’iconografia più weird-clownesca possibile (coloratissime e accecanti le mise utilizzate dai nostri), una libertà creativa invidiabile, incosciente e bambinesca ed ecco che avrete il giusto mix per sorprendere.

L’Orchestra Of Spheres è esattamente ciò che può venire in mente incrociando le coordinate di cui sopra. Un conglomerato di suggestioni tra le più diverse, un reticolato di suoni e input collegabili al milieu da cui provengono, quella Frederick Street Sound and Light Exploration Society che è una specie di comune, un luogo di ritrovo e condivisione di spostati fuori di testa totalmente in fissa con l’home-made. Home-made inteso come strumentazione autocostruita, spesso con scarti post-industriali, o l’improbabile mise indossata dagli adepti: vestiti anch’essi manufatti, dai colori sgargianti e dal taglio improponibile che rimandano ad un’altra esperienza simile e colorata, il Fort Thunder di Providence, di cui i neo-zelandesi offrono una versione solare e non-noise seppur battuta dalla stessa attitudine clownesca e free. Anche qui, e siamo al secondo indizio, è un nome grosso ad attirare le luci della ribalta underground sul collettivo: Caribou, uno che a colori e (pan)africanismo non è secondo a nessuno, se li è tirati dietro all’ATP dello scorso anno dopo averli visti dal vivo, colpito dalla trascinante verve dell’Orchestra. L’Africa è centrale per cantato e percussivismo, com’è ovvio che sia in ambiti etno, ma negli arrangiamenti e nelle sonorità siamo più dalle parti della weirdness degli anni zero.

Theremin, biscuit tin guitar, electric bass carillion, sexmouse marimba, insieme alla strumentazione classica e alle intersezioni corali che impreziosiscono l’album lungo Nonagonic Now, ci portano in dono un pastone di groove alieni e poliritmie africane, ritmi da voodoo marcito e funk bianco deformato, elettronica d’accatto e gamelan indonesiani, in un tripudio che reitera la voglia d’Africa virandola però sotto forme personali. E fuori di testa.

Goat. La World Music dove non tramonta il sole

Mischiano psichedelia anni ’70, afro-beat, ritmi danzerecci (in senso buono), rock acido, kraut eterodosso e chissà cos’altro e, chiamando l’album di debutto World Music, servono la pietanza su un piatto d’argento al povero scribacchino. Afro-kraut? Psichedelia terzomondista? Voodoo rock? A giocare con le definizioni rischieremmo di fare notte, ma il bello della formazione svedese (sì, svedese della Svezia, se non proprio l’esatto opposto dell’Africa, poco ci manca) è che fa di tutto per farsi appiccicare etichette del genere. E l’ancor più bello è che calzano tutte a pennello.

Dietro il nome da satanismo black metal d’antan e la coltre di esoterico anonimato che i tot membri del gruppo (andate voi a chiedere quanti sono) si sono appiccicati addosso, si nasconde qualcosa di ancora più grande e oscuro. Tutta la storia – ormai di dominio pubblico, vista l’esaltazione collettiva della critica musicale, anche nostrana, per World Music – ruota intorno a Korpilombolo (o come si chiama). Villaggio d’origine dei “core member” della band, il suddetto si trova sperduto una trentina di km sopra il Circolo Polare Artico, lontano dal mondo e posseduto da una strana maledizione risalente ai tempi mitici del passato ancestrale della zona. Tempi in cui voodoo e vichinghi, stregoni e antiche iscrizioni, crociati e maledizioni erano, pare, la normalità. Non è facile crederci, ma se i risultati sono quelli del full length d’esordio, accettiamo volentieri il processo di straniamento che ci viene richiesto, peraltro comune a molti dei nomi qui trattati.

C’è un cuore (nero) che batte in Italì.

Non che dalle nostre parti si sia stati più avari. Anzi, sembra proprio che il mal d’Africa, negli ultimi tempi, abbia colpito l’underground nazionale rifrangendosi sotto un caleidoscopico spettro di applicazioni sonore.

Abbiamo detto in passato dell’esotismo del collettivo La Piramide Di Sangue, guidato dall’estroso e folle clarinetto di Gianni Giublena Rosacroce (a.k.a. Stefano Isaia dei Movie Star Junkies) che chiamava così la sua prima tape release per Yerevan Tapes. Se nel collettivo la passione per l’etno jazz si palesava sotto forme irruente, massimaliste, ipnoticamente mediorientali tra volute d’incensi e narghilè, nella sua rentrée in solo – sempre in cassetta e, guarda caso, intitolata proprio La Mia Africa (No=Fi Recordings) – si resta più sintonizzati sul versante africano del nord. Siamo sempre dalle parti di una fascinazione “alterata”, in cui l’Africa – desertica, in questo caso – è percepita più come un sogno, in uno stato di alterazione della percezione che si fa guidare verso il mito africano pur schivando alla grande tutti i cliché etno-world-terzomondisti.

La mia personale fascinazione per il continente nero arriva non da un’esperienza diretta ma da letture, racconti ed incontri”, ci racconta infatti GGR, a dimostrazione di come il mondo “globalizzato” crei anche ponti tra mondi distanti, tra la Torino multietnica d’oggi, dove vivono le ragazze tuareg che cantano un paio di poesie di Isaia nel disco in fulfulde (il linguaggio fula), e quel continente che, come recita il pezzo conclusivo Africa Mia, Mai T’ho Veduta, esiste dentro ognuno di noi.

Di un’altra Africa, stavolta nera e minacciosa, ci parlano altri progetti. I Mombu, ad esempio. L’accoppiata Luca T. Mai (Zu) / Antonio Zitarelli (Neo), prossima al comeback Niger, sin dal nome reitera gli stilemi “jazz-core” cari alle rispettive case madri, ma li trascina verso il cuore poliritmico dell’Africa Nera grazie al drumming feroce e vario di Antonio Zitarelli. L’album Zombi, recentemente ri-registrato e ripubblicato in vinile, è l’evoluzione 2.0 dell’omonimo esordio, impreziosito da ospiti di un certo livello e di una varietà tale – Mike Watt al basso in Regla De Ocho, Giulio Cripple Bastards alla voce e Mbar Dyaye alle percussioni nell’esclusiva Zombi – che i confini di genere, sia esso jazz libero, -core, grind, doom, ecc. si liquefanno all’istante. Il tutto mostrando la sincera passione che il duo ripone nelle elaborate strutture ritmiche made in Africa, filtrate attraverso ricerca personale e copioso sudore, curiosità per una musica ancestrale e quintalate di energia post-moderna.

Di recente il duo ha pubblicato sotto il nome Spaccamombu l’insana unione col chitarrista torinese Paolo Spaccamonti. Un idea musicale che, in nome dell’amore per certo metal primigenio – vedi alla voce Sabbath, su tutti, ma anche certe svisate post-apocalisse recenti alla Sunn O))) – e grazie al supporto del progetto In The Kennel – qualcosa di molto simile al famoso In The Fishtank olandese ma ben radicato nella rumorosa provincia piemontese -, ha elaborato un percorso tra doom, aggressività metal, esotismo voodoo e poliritmi africani in un album breve ma ben architettato che mostra come la via all’Africa passi anche per le sonorità più dure e incompromissorie.

In questo non esaustivo giro d’Africa a tinte varie, è impossibile non citare nomi come Al Doum & The Faryds, composita formazione del Nord Italia di recente rientrata in pista col comeback Positive Force, e Ninos Du Brasil, ennesima botta a metà tra performance artistica e delirio musicale messa su da quel consolidato sperimentatore che è Nico Vascellari. I primi si muovo sul versante meno ortodosso del kraut dei bei tempi, quello che ha ormai eletto gli “orientalisti” Agitation Free a vera stella polare. Sono in sei, sono reduci da un tour europeo da fare invidia e per il quale meritano il massimo rispetto, suonano una psichedelia freakettona, spirituale e groovey che di più non si potrebbe, tra profluvi di fiati, crescendo psicotropi, occhiolini orientaleggianti e trip cosmici. Nord Africa e Medio Oriente sono i luoghi in cui si adagiano i sei, tra spirituali richiami e desertici abbandoni che rimandano tanto agli Om in versione massimalista quanto alla contigua Piramide Di Sangue, giusto per dare coordinate di riferimento conosciute.

Julian Cope ha dato il suo benestare e questo è già sinonimo di qualità. A supporto, la musica sparsa tra l’esordio omonimo e il comeback Positive Force, in cui confluisce in maniera più matura e bilanciata tutto il mondo sopra descritto: certa psichedelia sfattona e kraut, le litanie drogate e oppiacee del vicino Oriente, le ristampe di etichette come Analog Africa o Soundway e il contributo multiforme che molti blog – uno su tutti, quello del citato Awesome Tapes From Africa o anche Analog Africa, metà blog, metà label – hanno apportato allo sviluppo di una marcata sensibilità “altra”.

Anche qui, tutto è filtrato attraverso la lente “bianca”, dato che le distanze – culturali, ideologiche, storiche ma soprattutto “genetiche” – ci sono e sarebbe intellettualmente scorretto non ammetterle: “Secondo me – è Domenico Davidini a parlare a nome dei Faryds – l’importante è non fare musica africana (che poi è un po’ vago come termine) perché penso che nessuno sarebbe in grado di avere quel feeling…come quando ascolti musica afrobeat suonata anche bene ma spesso suonata da bianchi, è bella ma è piatta… poi metti su Fela e dici ahhhh ok questo è afrobeat!”. Un paradosso, in apparenza, ma che ritroviamo come sottofondo portante in tutti i gruppi qui trattati. Quella africana è una suggestione, non un codice da imitare; un (ri)flusso ancestrale che riemerge introiettato e ri-prodotto. Richiamo e rilascio.

Ninos Du Brasil è invece un trio che trascina la samba brasiliana nel cuore pulsante dell’Africa nera – sempre quella delle danze tribali, dell’estasi collettiva e della trance mistica – mischiando devoluzione e rumorismo, acide traiettorie e coriandoli colorati. Chiedete a chi ha avuto la (s)fortuna di organizzare un loro live come si sente la mattina dopo, trovandosi lo spazio invaso da coriandoli, festoni e palloncini colorati. Di sicuro vi risponderà nella stessa maniera in cui lo farebbe l’audience: ossia travolto da una insolita passione, irrefrenabile e senza sosta in cui tamburi, tamburi e tamburi – come fosse un sabba iridescente ambientato nella foresta amazzonica – incitano alla danza scomposta e inarrestabile.

Un 12” single sided, un 7” per la belga Kraak e un album, Muito N.D.B. per Tannen, hanno in poco tempo fatto riecheggiare la furia iconoclasta, giocosa e muscolare del trio Nico Vascellari (With Love, Lago Morto e altri), Nicolò Fortuni (Smart Cops, Man On Wire), Riccardo Mazza (Lettera 22, A Flower Kollapsed, Orfanado). A prima vista poco accomunabile con la suggestione africana di questo articolo, a scavare a fondo su trance agonica, selvaggio tribalismo e devianze sambanoise, si converrà che la musica del terzetto non è poi distante dalle parole usate da Isaia qui sopra e degli In Zaire qui di seguito (la rielaborazione personale di una fascinazione autocreata su mondi e dimensioni lontane), così come la patria della samba – la Salvador De Bahia dove venivano sbarcati gli schiavi africani nel XVI secolo – non lo è dalla sua terra d’origine, quell’Africa nera angolana che riecheggia minacciosa e trancey nelle musiche del trio.

C’è poi una lucidità di intenti che va oltre il tour de force eminentemente musicale e che è riscontrabile anche nelle prove artistiche di Nico Vascellari; che risiede cioè nel senso ultimo del progetto Ninos Du Brasil: qualcosa di difficilmente catalogabile, sfuggente al prestabilito, “post-moderno” nel senso più ampio del termine e con un potenziale enorme pronto ad esplodere in un (corto)circuito musicale che troppo spesso si appaga nel proprio status quo “settario”. I Ninos vengono da un nemmeno troppo immaginario Brasile africano per rompere schemi e recinti. E lo fanno a suon di mazzate samba-noise.

Scendendo verso il cuore dell’Africa nera localizzato sulla costa adriatica italiana, incontriamo Baxamaxam, un duo che propone una interessantissima formula di etno-blues minimale meets percussivismo tradizionale. Di nuovo scontri: di civiltà, in apparenza, svolti su un terreno comune qual è quello del blues; di nuovo incontri: quello tra Cristiano Buffa chitarrista di Faenza e Abdou Mbaye, percussionista cantante senegalese.

Migrazioni che portano nuova linfa e spargono i semi di una “africanità” mutevole: di nuovo figlia di travasi, immaginazione, spaesamenti e suggestioni (un po’ meno, stavolta) lontane. “Ho messo un fogliettino d’annuncio in un internet point di telefonia qui a Faenza […] mi ha risposto Abdou, gli ho fatto sentire delle cose che avevo registrato per i fatti miei, lui ha risposto semplicemente ok. Poi ci siamo trovati a provare assieme ed è stata un’unione alchemica”. Le percussioni tradizionali di Abdoue, djembè e ikembè, e il suo cantare lisergico/liturgico (“mi accorgevo che cantava istintivamente quello che gli veniva, idee sue e pezzi tradizionali, popolari…”) si fondono in un tutt’uno col blues di Buffa, tanto che l’ascolto di Baxamaxam (in uscita per Black Sweat in questi giorni) svela molto di più sulle origini del blues: “Non credo Abdou conosca il concetto di blues, semplicemente, per certi versi, lo è […] insomma, la testimonianza concreta che quello che noi chiamiamo blues viene davvero da lì, nella sostanza, al di là delle classificazioni […] pezzi semplici ma molto viscerali, proprio perché dalle viscere arrivano, molto istintuali”.

Infine, last but not least, una congrega che ruba il nome al continente nero per applicare le influenze e le suggestioni made in Africa ad un mistone di kraut assassino, post-dub, killer sound chitarristico e tanta, tanta energia primordiale. Dietro la sigla In Zaire si nasconde uno dei migliori chitarristi italiani (Stefano Pilia), uno scultore di suoni dal cuore noise e dal cervello avant (Claudio Rocchetti) e due invasati capaci di costituire una sezione ritmica devastante e muscolare (gli ex G.I. Joe Riccardo Biondetti e Alessandro De Zan). Quattro membri che si sono stratificati via via partendo da un nucleo formato proprio dagli ultimi due, la cui trasformazione da G.I. Joe a In Zaire con l’ingresso di Rocchetti, mostrava il lato ancor più tribale e selvaggio del suono in sfasciume lo-fi della band madre, per poi inglobare la chitarra del Massimo Volume Stefano Pilia.

Allargando gli orizzonti e le possibilità però (“Ci abbiamo messo un po’ a trovare una direzione peculiare – racconta Claudio Rocchetti – ma direi che gli elementi erano già tutti presenti fin dall’inizio. Ora sono più chiari, più definiti. E abbiamo dischiuso maggiori possibilità per il futuro… la parte percussiva e l’improvvisazione penso che rimarranno delle costanti, ma per il resto vedremo!“), la carica da Africa nera non si è persa, anzi, ha trovato sempre nuove vie – dub, afro-beat, kraut meno canonico – per svelare la sua dirompente forza ancestrale. Il nome In Zaire – tratto dall’omonimo pezzo italo-disco di Round One – è saltato fuori per caso, ma il concept del gruppo, ci ricorda ancora Rocchetti, “era abbastanza chiaro: energia nera, impatto rock, immaginario psichedelico, il tutto con lunghe parti improvvisate”.

Dopotutto, “volevamo un gruppo che richiamasse qualcosa di africano e misterioso”, suggerisce Riccardo Biondetti, batterista furioso e titolare della berlinese Sound Of Cobra, consolidando in noi l’idea di gente bianca, in fissa totale col rock più slabbrato in circolazione, che ad un certo punto sente il bisogno di riprendersi le radici di un suono che prima di diventare merce per white trash era il canto dell’origine perduta, del distacco, dell’esilio forzato. E lo fa a modo suo, ancorandosi a un luogo – l’attuale Repubblica Democratica del Congo – che è il vero cuore pulsante del continente nero e insieme la dimostrazione di questo sfasamento, di questa slabbratura: “un posto che adesso ha un altro nome e che incarnava perfettamente la nostra falsa radice nera” continua Riccardo suggerendoci nuove traiettorie di spaesamento cui fa eco l’altro “berlinese” Claudio Rocchetti: “Alla fine, è un’Africa all’acqua di rose. E’ una cosa che è già filtrata, dal funk per esempio. Un’altra cosa è l’hype che è arrivato di conseguenza … ora son tutti negri. A me interessa l’energia e la foga performativa e ovviamente lì se ne trova a bizzeffe”.

Falso quanto si vuole, quello della prima nazione subsahariana a partecipare ad un mondiale di calcio – Germania ’74, nello specifico, con la magra figura dello 0-9 con la Yugoslavia – è dunque un ricordo non vissuto, una reminiscenza ancestrale. Una parentela atavica che i quattro rielaborano in un album, White Sun Black Sun, che possiede le radici nere del funk, del dub e, in nuce, del jazz spirituale, l’impatto psicotico ed ipnotico del tribalismo, dei riti voodoo, dello sciamanesimo e la deragliante spiritualità dei canti propiziatori, sfasando il tutto con la carica violenta, destrutturante e devastante del rock “bianco”. Sole bianco, sole nero, dopotutto.

27 Marzo 2013
27 Marzo 2013
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