Mudhoney (Due) Punto Zero

Dovevamo immaginarlo che il titolo del nuovo album dei Mudhoney si riferisse al film omonimo (Punto zero in italiano). Non è la prima volta che i padri fondatori del grunge (ma voi non chiamateli così) attingono a piene mani dall’immaginario dei film di culto; non per niente si chiamano come una pellicola di Russ Meyer, regista caro ai cinefili amanti dei b-movies, agli erotomani e, grazie a loro (e ai Motorpsycho), anche agli appassionati di rock degli anni ’90. Intendiamoci, una categoria non esclude l’altra, si può far parte anche di tutte e tre e apprezzare ancora di più. Tornando ai Mudhoney, la storia racconta che sono nati nel 1988 e venticinque anni dopo hanno pubblicato il loro nono album di studio, Vanishing Point. Un bel traguardo per chi sostiene di non aver mai avuto grandi ambizioni: i bimbi crescono (chissà che il figlio di Steve Turner non capiti anche lui su queste pagine, prima o poi), i padri imbiancano ma continuano a fare dischi, suonare in giro per il mondo, concedere interviste e soprattutto divertirsi, tra lazzi e parole sante.

Parte I: maggio 2012

Incontriamo Mark Arm e Steve Turner al Bloom di Mezzago durante una pausa del soundcheck. Accennano soltanto al nuovo disco in lavorazione; l’uscita più recente in quel momento è Head on the Curb, una raccolta di demo dei tempi di Piece of Cake. Ed è proprio da lì che iniziamo una bella chiacchierata.

Di chi è stata l’idea?

ST: Del nostro vecchio A&R della Warner, che aveva i demo e ci ha domandato se poteva pubblicarli.

C’entra anche il fatto che non siete molto soddisfatti di Piece of Cake?

MA: Non sono soddisfatto di alcune delle mie parti vocali, che sono davvero brutte.

ST: Suck You Dry è una delle mie canzoni preferite, ma in generale è vero, lo trovo piuttosto debole.

Mark, nei pezzi di The Lucky Ones canti senza suonare la chitarra. Com’è maturata questa scelta?

ST: Abbiamo provato a fare così per creare le canzoni più in fretta, senza provare i riff per ore. Mark si è concentrato sui testi per scriverli più velocemente [e gli altri sulla musica. Questo spiega anche la risposta di Guy alla domanda sullo stesso argomento, ndr]

MA: C’entra il tour che ho fatto con i DKT-MC5 [la tribute band formata da membri originali dello storico gruppo di Detroit, per cui Mark ha cantato in diversi concerti, ndr]. Abbiamo pensato di scrivere più canzoni in cui saltavo sul palco come un idiota, invece di suonare la chitarra…

ST: Wow, se lo fa con gli MC5, facciamolo anche noi…

MA: A dire il vero il primo album che abbiamo pubblicato dopo l’esperienza con gli MC5 è stato Under A Billion Suns. L’idea non aveva ancora attecchito ma l’abbiamo messa in pratica sul disco successivo.

ST: Non avevamo in mente di fare così tutto l’album, pensavamo di far incidere le chitarre a Mark in un secondo momento. Non capita spesso che un gruppo che suona da vent’anni cambi metodo, però dopo un paio di canzoni abbiamo visto che funzionava.

Sul palco senza chitarra somigli un po’ a Iggy Pop…

MA: A dire il vero sono più un mix tra Blaine Fart e John Bigley [il primo cantante dei Fartz, il secondo degli U-Men, due formazioni protogrunge di Seattle attive negli anni ‘Ottanta, ndr].

ST: E Julie Andrews [ridono come matti]….

MA: Ah, certo! [fa finta di tornare serio] Gli Stooges sono sempre stati una band molto importante per me. Se vogliamo, sono tornato a fare quello che facevo ai tempi di Green River, solo con un po’ meno di stage diving.

ST: Ormai sei troppo vecchio per queste cose.

MA: Si, sono vecchio, non voglio far male a nessuno e non voglio che nessuno mi afferri per il sedere.

ST: Senza la tua autorizzazione…

MA: Se non gli do il permesso o se non mi paga il giusto. È a questo che servono gli incontri con il pubblico nel backstage, per contrattare…

ST: Venti dollari per toccarti il culo [altre matte risate]

A proposito di fonti d’ispirazione: per voi lo sono stati anche i Flipper, che di recente hanno suonato qui da noi?

MA: Sono stato un loro grande estimatore, soprattutto quando suonavo nei Mr. Epp. Non ero granché come chitarrista e quando li ho ascoltati per la prima volta ho capito che bastava avere una buona sezione ritmica e suonarci sopra tutto quello che volevi, dal feedback a qualsiasi rumore. È stato molto importante per la mia prima band.

ST: Sono stati importanti anche per me. Uno dei primi dischi punk che ho ascoltato in vita mia è stato il sette pollici Ha Ha Ha/Love Canal e mi ha fatto uscire di testa: era qualcosa di così stravagante, degenerato e assolutamente cool.

MA: Strafottenti e degenerati. Facevano parte della scena hardcore ma erano molto diversi, che so, dai Dead Kennedys o dai Black Flag. Sì i Black Flag erano più noise ma la maggior parte dei gruppi, come i DLA, faceva a gara a suonare sempre più veloce. Invece i Flipper rallentavano apposta per dare fastidio ai punk e per questo li apprezzavo ancora di più.

ST: Andavano controcorrente.

MA: Quando è nato il punk poteva essere qualsiasi cosa, c’erano i Pere Ubu, i Dead Boys, i Sex Pistols, i Damned

ST: i Devo

MA: Poi intorno al 1980/81 il “duro e veloce” era diventato la regola. La gente andava ai concerti aspettandosi di sentire una certa cosa e gli scoppiava il cervello quando qualcuno andava contro le loro attese. Dovevi vedere come se la prendevano. Ricordo quando la band di Rob Morgan, i Pudz, fece da spalla ai 999. Erano un gruppo power pop, non c’era verso che ai punk potessere piacere, ma quello che li mandò su tutte le furie fu che il chitarrista indossava una maglietta dei Kiss. Ti posso garantire che la maggior parte di quelli che si incazzavano tanto per una maglietta di Destroyer avevano sicuramente avuto quel disco, prima o poi. Sai com’è: «Ora sono punk, non posso più ascoltarlo!!!» e allora se la presero a morte. Era davvero divertente. Allora mi piaceva un sacco provocare la gente. Adesso un po’ meno.

ST: Ormai ha messo su casa…

MA: I Flipper sapevano davvero provocare, erano molto bravi a spiazzare le persone.

Amavate anche i Public Image Ltd. ma la vostra esperienza con loro non è stata delle migliori.

ST: Ormai non erano nemmeno più la stessa band, c’era rimasto solamente John Lydon.

MA: Li avevamo visti molto prima.

ST: Nel 1982.

MA: C’era ancora Keith Levene.

ST: C’era Jah Wobble?

MA: Jah Wobble non c’era già più ma c’era ancora, credo, Martin Atkins alla batteria. Doveva essere la formazione di Flowers of Romance. Erano fantastici.

ST: Che gruppo quello.

MA: Ma quando abbiamo suonato per loro come spalla con i Green River non erano più gli stessi.

ST: Una pop band di merda.

MA: Il loro Generic non era certo bello come il Generic dei Flipper.

Erano lontani i tempi di Metal Box…

MA: Con loro suonava John McGeogh e sono stato molto contento di conoscerlo. Ero un suo grande fan per quello che aveva fatto con i Magazine e Siouxsie & The Banhees. Per cui non erano così male… [ridono entrambi]

John si comportava da star

ST: [Altre risate] Eravamo giovani e stupidi.

MA: Non eravamo mai usciti da Seattle.

ST: Ci faceva ridere che avesse chiesto una sedia a sdraio nel backstage. E avevano tutti questi roadies…

MA: Adesso che ho un’età mi farebbe comodo una poltrona di quelle…

ST: Non facevo nemmeno parte dei Green River ma bazzicavo nel backstage con Regan e Landrew [probabilmente Regan Hagar e Andrew Wood, ndr], rubavo il loro vino anche se non lo bevevo e abbiamo buttato il loro cibo dappertutto. Ricordo che stavamo facendo casino e ci stavamo insultando con i loro roadies quando, a un certo punto, arrivò John Lydon che ci domandò a voce alta: «Volete essere zittiti?». E in effetti ci fece stare zitti.

Le vostre radici e il fatto che vi comportiate come un gruppo punk sono il motivo per cui siete una band così longeva?

ST: Il fatto è che non abbiamo mai avuto chissà quali programmi o pensato che potessimo diventare grandi star, quindi non abbiamo mai visto ridimensionate le nostre aspettative dalla realtà; al contrario, altri gruppi più “piccoli” della nostra città cercavano il grande successo a tutti i costi, non ce l’hanno fatta e hanno mollato tutto. Eravamo molto sicuri di noi stessi e allo stesso tempo molto realisti: ci piaceva la musica che suonavamo e oggi ci meravigliamo di essere ancora in giro.

MA: Avevamo le spalle larghe; quando abbiamo formato i Mudhoney io avevo ventisei anni, non ero un sedicenne ambizioso. La mia visione della musica era già adulta.

ST: Pensavamo che il nostro campo fosse l’underground.

MA: Se guardi la mia collezione di dischi, quasi niente di quello che ascoltavo ha mai avuto un grande successo commerciale, con qualche rara eccezione come i Creedence Clearwater Revival, i Rolling Stones o i Black Sabbath – vabbe’ parlo della mia collezione dei tempi, adesso ho dischi della Warp… [risate] – e Alice Cooper. Gli Stooges, gli MC5, i Sonics e il punk non erano popolari, gli stessi Sex Pistols lo erano in Inghilterra, ma non in America.

ST: Non avevamo ambizioni bizzarre, ci sembrava tutto così facile all’inizio, avevamo il gruppo e un paio di etichette che pubblicavano le nostre cose, non abbiamo mai pensato a un livello più alto, a una grossa casa discografica. Abbiamo poi firmato per una major ma senza prendere molti soldi, non ci aspettavamo grossi investimenti per i tour.

MA: Non abbiamo mai avuto grossi investimenti per i tour.

ST: In effetti era uno spreco, noi andiamo in tournée per guadagnare, mica per spendere.

MA: Quando abbiamo firmato per la Warner eravamo autosufficienti, non un gruppo alle prime armi che aveva bisogno d’aiuto.

ST: Le major, che non capivano perché il rock di Seattle fosse così popolare, hanno perso la trebisonda e allora hanno provato anche con noi. Sarei stato sorpreso se avessimo mai avuto una hit, poi quando è stato chiaro che non sarebbe successo abbiamo abbandonato la Reprise. Mark ha lasciato il gruppo, poi qualche anno dopo abbiamo visto che ci piaceva ancora suonare e abbiamo continuato a farlo. Oggi abbiamo tutti un altro lavoro, una famiglia…

MA: Siamo moolto realisti…

ST: E siamo molto contenti di fare quello che facciamo, di stare qui a parlare con te, nel backstage.

MA: Questo angolino di backstage [una stanzetta del Bloom con i muri pieni di scritte] è meraviglioso, è il posto perfetto per noi, è il nostro mondo, IO SONO IL RE DEL MONDO [urla e scoppiamo tutti a ridere]!!!!

A proposito. Mark, ma tu fai ancora il magazziniere per la Sub Pop?

MA: Sì tutti quelli che lavorano alla Sub Pop vanno anche a vedere i concerti dei loro artisti – tutti tranne me e Jeff Kleinsmith – e fanno pubblicità e pubbliche relazioni; io invece mi occupo del magazzino, spedisco i loro dischi. È il mio lavoro.

Qualcuno dei dischi nuovi lo ascolti anche?

MA: A volte. Spesso capisco già dal nome, dalla copertina o dalla presentazione che qualcosa non mi piace. Non sono un grande fan di quello che è diventato oggi l’“indie”. È abbastanza disgustoso. Non mi piace per niente; intendo quello che chiamano “indie rock” nel 2012.

ST: Ultimamente mi sto appassionando a mio figlio di dodici anni che suona il basso in una band, concerti tipo School of Rock….

Pensate che si potrà mai ripetere qualcosa di simile al boom di Seattle all’inizio degli anni ’90?

MA: Non lo so e proprio non m’interessa.

ST: Mi sembra difficile, è stata l’unica volta che è successa una cosa del genere. Altre scene erano diventate importanti ma nessuna aveva avuto questo riscontro mediatico a livello mondiale. Per come la vedevo io, a metà anni Ottanta erano esplose la scena di Minneapolis e in parte anche quella di Chicago – Naked Raygun, Big Black, Effigies.

MA: La scena di Austin…

ST: Erano tutte scene nate dal post-punk e dall’hardcore in cui le band iniziavano a muoversi in direzioni diverse e si influenzavano a vicenda nella propria città, come è successo ad Austin con gruppi pazzeschi come Butthole Surfers e Scratch Acid. Erano punk che suonavano quel folle mix di noise e psichedelia, mentre a Chicago c’era il suono più meccanico e preciso dei Big Black e a Minneapolis potevi ascoltare band punk come Replacements e Hüsker Dü. Non c’era il marketing, tuttavia, e quindi non erano realtà così conosciute. Adesso appena si fiuta qualcosa di nuovo, lo si spreme subito fino all’ultima goccia; non credo che succederà più qualcosa di simile al boom di Seattle. L’uso di internet ha cambiato le dinamiche del successo, tutto può essere notato o ignorato all’istante.

Che cosa avete in cantiere?

ST: Oltre al nuovo album dei Mudhoney, dovrei partecipare al progetto di Chris Ballew dei Presidents of the USA, i Caspar Babypants. Si tratta di musica per bambini, mi ha mandato i pezzi e sono molto eccitato all’idea.

MA: Caspar Babybants [ride]

ST: Mark ride, è l’unico della band a non avere figli…

Li saluto mentre ridiamo tutti. Non mi sono mai divertito tanto durante un’intervista.

 

Parte II: aprile 2013

Anche Guy Maddison è a suo modo un pioniere del grunge, un termine usato per definire i suoi Lubricated Goat prima ancora delle band di Seattle. Bassista nei Mudhoney da ormai dieci anni, il musicista australiano risponde via mail alle nostre domande all’indomani dell’uscita di Vanishing Point.

Vanishing Point è il vostro nono album di studio. Come mai avete scelto questo titolo?

GM: Viene dal cult movie Vanishing Point [di Richard Sarafian, in italiano Punto zero; la stessa pellicola che ha ispirato anche ai Primal Scream il titolo del loro disco del 1997, ndr]. È un film di cui siamo tutti grandi ammiratori.

Avete registrato il nuovo disco insieme a Johnny Sangster, che in precedenza aveva già lavorato con voi per Since We’ve Become Translucent e Under A Billion Suns. Possiamo considerarlo una persona di fiducia. Che cosa apprezzate di più nel suo modo di lavorare?

GM: Johnny sa bene il tipo di suono che cerchiamo! E poi indossa sempre pantaloni di nylon, che sono un motivo in più…

Mark Arm si è concentrato solamente sul canto come aveva fatto nel penultimo album, The Lucky Ones, o è ritornato a imbracciare la chitarra secondo le abitudini dei dischi precedenti?

GM: Mark suona la chitarra all’incirca su metà dei brani del disco, il resto somiglia più a The Lucky Ones. I testi di questo album sono stati scritti dopo la musica, ad eccezione di Chardonnay, dove la musica e le parole sono venute insieme, come in un appagante rapporto sessuale [letteralmente: a satisfying sexual congress, ndr].

La canzone I Like it Small ha un messaggio molto ironico e provocatorio. Possiamo dire che riassume un po’ il vostro approccio alla musica e la vostra filosofia?

GM: I like it small è uno scherzo, prende in giro tutte quelle persone – la maggior parte delle persone – che hanno la mania di “fare le cose in grande”. Non c’entra con la nostra filosofia, anche perché noi non abbiamo una filosofia.

Guardando il DVD di I’m Now, il documentario in cui raccontate la vostra storia, ci sono alcuni momenti chiave che meritano di essere commentati. Il primo è la frase di Mark, subito all’inizio: «Se suoni per la folla sei fottuto». Capiamo quello che vuole dire; viene anche da pensare che avete una fanbase molto appassionata e leale che vi segue anche dopo venticinque anni e che suonate sempre la musica che vi piace. È anche questo un tipo di successo, probabilmente quello che i Mudhoney si sono sempre augurati….

GM: Mark vuole dire che non scriviamo canzoni per compiacere un pubblico, qualsiasi pubblico, ma lo facciamo per noi stessi. Ovviamente siamo felici se alla gente piace la nostra musica. Ci consideriamo molto fortunati per la posizione in cui ci troviamo, per il fatto di avere un pubblico leale che ci segue; amiamo i nostri fan. È per loro che cerchiamo di dare sempre il massimo e offrire le migliori performance.

… il secondo tipo di successo riguarda il tour del 1989 che ha esportato il rock di Seattle.

GM: Beh, io non c’ero [in effetti…].

Come è nato il documentario? È curioso che il titolo I’m Now sia l’antitesi della nostalgia che ha contagiato molte reunion nell’ambito dell’indie rock. Complessi che hanno cominciato negli stessi anni o addirittura più tardi ma vivono nel passato anche se sono tornati in pista…

GM: Il documentario è nato dall’idea dei due registi [Ryan Short e Adam Pease], che in precedenza avevano girato un film sui Tad. Il titolo richiama semplicemente la canzone di The Lucky Ones. Per quanto ci riguarda, esistiamo nel passato, nel presente e nel futuro. Nei concerti suoniamo ancora Touch Me I’m Sick ma abbiamo anche un nuovo album e sentirete le nuove canzoni dal vivo. E poi continueremo a fare nuova musica.

Penso che i Mudhoney siano il perfetto gruppo garage postmoderno, anche se voi preferite definirvi una punk band. Pensate che in fondo i due generi siano la stessa cosa?

GM: Io sono un punk e penso di suonare in un gruppo punk. Anche se ci sono delle somiglianze a livello musicale e una certa attitudine in comune tra il punk e il garage, comunque da parte mia sento il punk come un genere molto più aggressivo e iconoclasta.

Mentre la maggior parte dei gruppi considerati “grunge” si preoccupava soprattutto di mescolare hard rock e punk, voi eravate capaci di andare alla radice di entrambi i generi, riallacciandovi all’estetica del garage rock dei ’60, ai Sonics e a molta musica protopunk e protoheavy. Possiamo dire che sia questo il principale motivo che vi ha resi così diversi, così unici all’interno di quella scena?

GM: Sì. Nessuno dei gruppi “grunge” più famosi ha preso il garage come fonte d’ispirazione.

Nel documentario si racconta anche che uno dei momenti di attrito tra i Green River, che con il senno di poi è stato il preludio allo scioglimento, riguardava il giudizio caustico di Mark sui Jane’s Addiction, che invece piacevano a Stone Gossard e a Jeff Ament. Abbastanza sintomatico, se pensiamo che i Jane’s Addiction hanno avuto un ruolo importante nel creare il cosiddetto “rock alternativo”…

GM: Questo lo dovresti chiedere a Mark che non è qui con me. A me piacciono alcune cose di Nothing’s Shocking.

Credete che l’avvento dell’mp3 e la strumentazione digitale abbiano rivoluzionato l’ambito creativo della musica, oltre al semplice ascolto?  In studio i Mudhoney lavorano ancora con strumentazione analogica?

GM: La musica è musica, non importa in quale formato la registri o l’ascolti. A soffrire per la diffusione digitale è stato soprattutto l’artwork delle copertine; in ogni caso, la versione in vinile del nuovo album contiene il codice per il download dei file. Così si può avere il meglio delle due cose. E ci puoi contare: registriamo e suoniamo ancora solo con strumenti analogici!

Dei vostri piani per il futuro che cosa mi racconti?

GM: Suoniamo in Europa tra maggio e giugno; saremo a settembre in tour negli Stati Uniti. In questo momento stiamo lavorando con la Soundwave Marching Band, che sta arrangiando versioni da banda di alcune canzoni di Vanishing Point.

28 Aprile 2013
28 Aprile 2013
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