Non solo kilometri

Prova a spiegare la provincia a chi sta in Africa.

“La prima l’immagine che ho di quei tempi è sempre Dario che arriva in treno con uno zaino e una drum machine dentro, indossando un K-Way enorme per coprire entrambi, una versione nerd dello spot della Barilla col gattino che viene salvato dalla bambina. Difficile uscisse qualcosa di più allegro di canzoni come “Spleen” o “La cupezza” o che scegliessimo di chiamarci “Gioia Gioia” in quegli anni”.

Tutto ha inizio ad Est, in quello che un tempo qualcuno definiva Nerd Est. Nella provincia friulana, Dario e Davide fanno strani graffiti sui muri e hanno piccole ambizioni hip hop, come chiunque in quegli anni (primi Novanta) cresca poco fuori dagli epicentri culturali d’Italia. Un mondo di brina e di giubottoni larghi, di condensa e di vin brulè, di hard rock mescolato in discoteca, dei figli della generazione di Mtv. Eppure da lì si muove già qualcosa che la scena hip hop (e non solo) sdoganerà. In questo sfondo di provincia, i nostri si accompagnano a malapena con un Atari perché il buon monotraccia non gratifica più di tanto. Schiacci play e ti senti qualcuno. Chiaro, vuoi evadere, chiaro sei stanco della provincia, ma “prova a spiegare la provincia a chi sta in Africa”! Non c’è molto che il mondo esterno fornisca cosicché spunta, fin dalla preistoria del gruppo, quel tratto di autocitazionismo e autoreferenzialità che lo ha portato dove è oggi. In stretto legame con l’indole sbagliata, sbarazzina, sghemba, che è la prima cosa che contraddistingue questi proto-Amari, ancora senza nome, ma già stufi di andare ai concerti “e sorbirsi la serietà delle band tutte chine sul loro strumento e apparentemente annoiate dalla loro stessa musica”. Non ci stupiamo quindi, se, prima ancora di passare da Arezzo Wave, Mtv e Bbc, il loro primo demo si intitola Autoprodotti come Dio (sic).

Succede che arriviamo al 1999 e dall’altra parte della strada, a Gorizia, militano i 21, nei quali si farà conoscere il dj producer Giuann Shadai. Con loro i Nostri danno vita al progetto (ancora anonimo) di Contingente, “Hip Hop (pur sempre a modo nostro) e fieramente Nord Est, con le nostre prime gite fuori porta, rigorosamente in treno, «col microfono nella cartella» come diceva Neffa, destinazione centri sociali sperduti nella campagna veneta”. La voce si sparge e le ambizioni si fanno più corpose. I viaggi in treno diventano frequenti e gli Amari si fanno in quattro per presenziare agli eventi più cool della scena (Matchmusic, il movimento riminese, Nightwave, ecc.), “quanto mai chiusa, certo, nei canoni di un genere prestabilito che a noi stava stretto”. Ne passerà di tempo per avere una definizione più precisa di questa spinta centrifuga dagli stilemi più claustrofobici dell’hip hop verso lidi di una fruibilità più massificata, ma è importante sottolineare fin da subito che il processo ha origine già in questo periodo. In un periodo in cui gli Amari diventano Amari sui treni, perché il Nord Est è un posto d’accoglienza musicale solo nella misura in cui ci si può muovere da una città all’altra, da un festival all’altro, creando una rete di rapporti che risulteranno utili, magari, in seguito.

Tanto più se consideriamo che il rapporto fra i due motori pulsanti della creatività amara, Dario e Davide, è un rapporto a distanza. Dal 1997 Dario studia a Bologna e scopre “gli eroi della strada: fattoni, barboni, casa della dello studente”; scopre la città che pullula di vitalità e decadenza, di sbarbinismo allo stato brado e fattonaggio d’assalto. Un’esperienza che segna in modo indelebile la vena creativa di Dario, che negli ultimi anni della sua permanenza ha il tempo di diventare resident del Covo Club (ahi!) e di dar vita al progetto Peluche, quasi speculare all’esperienza del Pasta e Luka Carnifull che fin dal ’99 portavano in giro il progetto Fare Soldi. Davide resta “a Udine a far un corso di grafica (siamo nel 1998). Io tengo i rapporti fra lui [Dario, ndr] (con me nei primi Amari a due teste) e i ragazzi di Gorizia (i 21) che con noi co-abitano il progetto Contingente. Non esiste internet e non esistono i telefoni cellulari, Dio solo sa come abbiamo fatto a non mandarci a quel paese in un mese. Tanti treni, tante “macchinate” in modalità carro bestiame, tanti spostamenti, che alla fine anche quando non ne hai voglia entrano a far parte del tuo stesso essere”. I due, infatti, sono terribilmente divisi (sebbene i tentativi di seguire Dario siano frequenti per il Pasta) da quelle tre ore e trentotto minuti di treno, che servono a fargli maturare coscienze differenti: a partire dall’immaginario retroattivo di Bologna, tanto diverso eppure ancora incapace di perfezionare quello stacco post-adolescenziale per il quale si dovrà aspettare tanto tempo. Dariella e Pasta, divisi da esperienze disgiunte, l’uno radicato in città sempre nuove (è nato a Roma, poi Bologna, Milano), l’altro rimasto al buon paesello, faranno sentire questa duplice personalità nell’essere da un lato costantemente tesi ad una saggezza primaria, da “buone nonne” (“Ti ci voleva la guerra”, avrebbero detto poi) che si fa uso nella società massificata della metropoli; dall’altro costantemente indecisi, riottosi, come solo gli adolescenti sanno essere. Gli Amari saranno (almeno fino a Kilometri, ma ai posteri l’ardua sentenza…) i Peter Pan della musica italiana, la voce dell’adolescenza imperitura, vissuta fra videogames e fughe da scuola, senza risparmiarsi mai lo spazio giusto per la riflessione amara, appunto.

Così, all’inizio, si gioca al crossover, in pieno stile anni Novanta. Dalle corde basse della band in cui Dario voleva fare il Jonathan Davis della situazione, spunta fuori il terzo elemento costituente: Cero. L’occasione è ghiotta per aggiustare il tiro. Le band di solito fanno così: concorsi su concorsi, rifiuti su rifiuti, alla fine – diceva quello – uno su mille ce la fa. Arezzo Wave chiama e gli Amari rispondono, passando con un balzo dalla precarietà di provincia ai grandi palchi. E, quello di Arezzo, al tempo (2000) è un grande palco. Lo sentiamo, allora, anche dalle loro parole: “È un peccato che questo festival sia stato assassinato in quella maniera. Oltre all’esposizione che il festival forniva alle band emergenti, era soprattutto l’unico evento musicale italiano che metteva artisti, giornalisti e promoter spalla a spalla. Era bello perché poi nella quotidianità imparavi veramente tante cose sul panorama musicale italiano e soprattutto come funzionano le cose sopra e sotto un palco importante”. Prospettiva che gli Amari si ricorderanno qualche anno dopo, ai tempi di Apotheke. La genesi della Riotmaker (l’etichetta da loro fondata e che li accompagna tuttora), dunque, è da collocarsi in quest’ottica: Davide (ormai ufficialmente diventato il Pasta) si scontra con l’estro di Luka Carnifull (Fare Soldi è il Frisco Disco della djtudine italiana) e, nel marasma dello spleen tardo adolescenziale, delle contaminazioni Hip Hop, progressive, post rock, italo disco – che saranno proprie di band che passeranno sotto queste effige come Ex-Otago e Scuola Furano – le idee costituenti prendono forma, contribuendo così a istituzionalizzare una delle indie label più influenti e longeve del nostro territorio. Non è un caso che la commistione dei generi (“wrong way to pop” era l’inno nazionale di allora come di oggi), il rifiuto netto degli intellettualismi indie (parola che già si avvicinava ad essere parolaccia) in prospettiva dissacrante, sarà la base da cui partiranno decine di band future, avendo alle spalle l’autorevole nulla osta della Riotmaker (che, non dimentichiamocelo, nel 2007 passerà a distribuzione Warner).

Ne nasce Corporali (2000), in cui “lo strappo netto con la scena hip hop” si fa tangibile. Vuoi perché gli Amari “prendono dentro un bassista infottato con i Red Hot Chili Peppers, vuoi perché gli ascolti cominciano ad ampliarsi ad altri generi (“impazziscono per Dj Shadow e i Radiohead) o perché i due ex adolescenti intravvedono prospettive di contaminazioni estetiche nelle letture di Ballard e Burroughs, ma tant’è che la seconda prova della band girovaga suona come una miscela elettronica di post-rock, un sapore acidulo di sperimentazione. Chiaro, il fronte di ricerca sul suono, connesso all’autoreferenzialità delle parti rappate o cantate, resta di gran lunga dominante (e lo sarà fino a Gamera), ma il gruppo friulano si accorge del potere indiscusso della creazione estetica, che smette di avere a che vedere solo ed esclusivamente con la musica stricto sensu e si allarga alle potenzialità dell’immagine: è l’inizio del mondo delle spillette, delle magliettine, dei video semi-demenziali, della sublimazione della prospettiva amara (appunto) della vita, vissuta sempre col sorriso sulle labbra. Come non aspettarsi una facile presa su un pubblico (magari principalmente di fascia giovanile) che in quegli anni vedeva ridisegnarsi i canoni musicali (e sociali) dalle verità-velleità dell’hip hop? Passa per di qui l’esperienza di Città di Castello in Umbria, “lo studio dove abbiamo registrato la maggior parte dei dischi. Qualche tempo fa abbiamo calcolato che negli ultimi dieci anni ne abbiamo (sebbene a botte di due tre settimane) trascorsi quasi due in quell’amabile borgo medievale pieno di energia”. I kilometri degli Amari si fanno pesanti, i luoghi della loro vita numerosi, “il tutto tentando di farsi contaminare dai posti che stai frequentando”.

A questo punto la svolta di Apotheke (2002) ci lascia un po’ spiazzati, soprattutto nell’ottica postuma di noi ascoltatori che conosciamo lo sperimentalismo assoluto di Gamera e le strade che intraprenderanno i nostri. Perché Apotheke suona paradossalmente e parzialmente più pop del suo successore? La risposta è presto detta. Apotheke è il disco fortemente voluto dallo staff di Arezzo Wave e che rimane fuori dalla discografia Riotmaker, perché Ondanomala ne prende la produzione, affidando ai giovani musicisti, vergini da esperienze di studio professionale, produttore, fonico e quant’altro. Non si può certo pensare che una prospettiva di audience più vasta non intrigasse i quattro Amari, allettati dalle possibilità di arrivare alle orecchie di un po’ tutti gli italiani. Naturalmente sarà il gusto stilistico a risentirne di più. Commenta il Pasta: “cos’è questo senso di colpa che sento sulla nuca? Ah, è la musica pop? Vuoi vedere che mi ci prendo bene?”.

La risposta, se volete scontata, è il rimpianto di aver ceduto un po’ troppo alla commercializzazione. La storia degli Amari, in fondo, è fatta di bivi, “due passi in avanti e un piede indietro“: arrivano a un punto di ricerca totale, in cui l’empasse fra liriche visionarie e sub-reali e sonorità al limite dell’ascoltabile è supremo e poi rimescolano subito le carte in tavola, a rivalutare tutto: “E se avessimo fatto così?”. Ce ne accorgiamo noi a posteriori, ma lo sanno bene anche loro quando al “primo occhiolino pop di Apotheke, ne nasce il rifiuto di Gamera (2004). “Mamma, mamma, il pop è cattivo, mi ha sedotto e abbandonato, io voglio solo fare casino, ascoltare i miei dischi incensati dalla stampa e fottermene”. Gamera, forse il disco più macchinoso degli Amari, trova concreta contestualizzazione se visto in questa prospettiva. Dal bivio verso il pop, la spunta ancora una volta e ancora per poco, l’hip.

Le fascinazioni del pop.

Nel 2005 manca solo una cosa agli Amari: l’acclamazione di popolo. Hanno tutto: una band rodata, centinaia di live, il benestare della critica, l’indole beffarda, una piccola schiera di band che comincia a imitarli, la faccia tosta di sentirsi a proprio agio in tutte le interviste, un’etichetta ben radicata. Ma il loro mood ha solo sfiorato le grandi masse. Pochi sono stati (nonostante video indimenticabili come quello di Megamedio) i passaggi radiofonici e televisivi, troppo acerbi e grovigliosi i loro testi per diventare inni generazionali. Nel 2005, dunque, il nuovo bivio li porta a sfiorare l’equilibrio perfetto. Equilibrio probabilmente dovuto al giusto dosaggio della vena creativa di Dario e Pasta: “non ne abbiamo mai fatto mistero: Pasta è l’uomo delle frasi a effetto, dalle quali io [Dariella, ndr] ricamo il tessuto compositivo”. Ecco come nasce una canzone degli Amari, destinata ad essere canticchiata da tutti, un inno generazionale. “Le rivoluzioni pensate sul divano”, conoscere gente sul treno può essere meglio che stringere la mano a chi non si perde con facilità…, se solo sapessi camminare sulle punte e moltissimi altri sono gli epigrammi trans-storici che faranno di Grand Master Mogol (2005) il disco degli Amari per eccellenza. Buttato meno di getto, più meditato, più mediato rispetto a Gamera, il masterpiece degli Amari aggiungerà il tassello definitivo alla loro carriera che nel frattempo sta per compiere il suo primo decennio. Fin dal titolo appare chiaro che le fascinazioni del pop hanno avuto la meglio: la band ha incontrato il grande maestro e paroliere Mogol sulla via di Damasco, ha fatto collidere i Casino Royale con Samuele Bersani, ha fatto pace con la nostra tradizione, riunendola sotto l’egida del revivalismo anni Ottanta, che da lì a pochi anni (eh sì, precursori anche in questo…) avrebbe spopolato. Due le cose che ci interessano nella linea che stiamo seguendo: uno, la band comincia a guardarsi indietro, sente che la maturità preme e inizia a rielaborare la propria storia in prospettiva universale; due, l’inevitabile processo di avvicinamento a un territorio più – per usare una brutta parola – mainstream.

Per quanto riguarda il primo punto è abbastanza chiaro il fatto che una band diventi adulta quando è capace di guardare le proprie esperienze in prospettiva universale: “quello che conosce gente sul treno è palesemente Dario sull’intercity Mestre / Bologna”, così come da lì a poco “Il bullo in stazione (di Gite fuori porta, ndr) sono io al cambio di Mestre”. Anche se tutto è apparentemente legato alle contingenze psico-geografiche e sociali dello sfondo in cui il disco è ambientato (la rivoluzione è quella della Bolognina, mica altro…), anche se gli Amari riescono per la prima (e forse ultima?) volta a rendere il proprio mondo di autoreferenzialità e autocitazionismo comprensibile e condivisibile per l’ascoltatore medio, come una sorta di messaggio unanime e fischiettabile in qualsiasi contesto, non ci si può certo mettere i paraocchi e non notare quanto lavoro su se stessi (sul suono, sull’immagine, sulle liriche) sia stato fatto. Il che ci lega inevitabilmente al secondo punto. Era nell’aria, ma con Grand Master Mogol e Scimmie d’amore si fa tangibile. Gli Amari hanno nel DNA quell’indole estrosa, quella noncuranza delle buone abitudini “indie”, che li ha portati lentamente ad allontanarsi dallo sfondo cupo e auto-commiserante dell’indie italiano, avvicinandoli piuttosto da una parte alle esperienze dei big rapper americani (Kanye West, Jay-Z et similia), dall’altra all’esperienza luccicante della televisione. Per farla brevissima: difficilmente un fan degli Afterhours potrebbe trovare interessanti gli Amari, mentre magari il pischello in fotta con Brand New o Radio Deejay ne è più affascinato. Questo perché gli Amari (che nel loro atto costituente avevano rifiutato il grigiume dell’indie rock nostrano) si trovano a coincidere con il periodo in cui anche il mondo dei grandi media comincia a scavare nel sottosuolo per ricavarne qualcosa di nuovo. Nel periodo compreso fra Grand Master Mogol (2005) e Scimmie d’amore (2007) li troviamo a Scalo 76, Mtv, Mtv-Brand New, Mtv-Your Noise, All Music e, naturalmente, tutte le riviste a stampa specializzate. Ma non sono solo i media ad andare da loro, sono anche loro a muoversi nei territori mediatici. Nel 2006/2007 Dariella lascia Bologna per Milano, dove inizialmente lavora proprio ad Mtv. Dariella è l’uomo di Milano ora; è la sua città, quella che nel 2007 ospita un concerto dei Justice ai Magazzini, che, secondo qualcuno, scuote l’atmosfera cittadina. È a un passo tutto quel mondo fatto di nomi grossi, di gente che, coetanea degli Amari, è arrivata a farsi largo nelle maglie del piccolo schermo o dei teatri o degli auditorium. È dietro l’angolo la prima edizione di X-Factor, la collaborazione di Dario con Syria, la dimestichezza autoriale che viene scoprendosi pian piano con una decina di mestieri sulle spalle e soprattutto un mucchio di kilometri trascorsi.

Non c’è nulla da nascondere. Molto prima delle esperienze di Garrincha con la musica commerciale anni Novanta, prima degli incensi piombati su Max Pezzali e soci, gli Amari hanno trovato nel mondo “cazzone”, un che di edificante. Non un mondo da nascondere, cui guardare con il sorrisetto di chi la sa più lunga, quanto piuttosto qualcosa da sdoganare, per ridere sì, ma anche per riflettere. Non solo: il mondo pop preme più forte che mai allo studio di Città di Castello, perché Leo Fresco (il produttore di casa) si sta ritagliando un piccolo spazio sui grandi palcoscenici. Di lì a poco (2008), infatti, diventerà, produttore e amico di Jovanotti da Safari in su. Gli Amari, all’altezza di Apotheke avevano sfruttato solo il recording, ma con Grand Master Mogol e (soprattutto) Scimmie d’amore, la zampa equilibrata di Fresco agisce a limitare gli eccessi.

A Milano Dariella scopre la magia della “posa”, magia che ci mette poco a contagiare anche gli altri. Milano non è New York – dicevano quelli – ma tutto di Scimmie d’amore (2007) sembra nascere da lì, a partire dalle atmosfere fumose, metropolitane, nere com’è nero lo smog della città e com’è nera la copertina del disco. Sono incazzati gli Amari e non sappiamo perché. Sono dei b-boys in posa che se gli chiedessi di fare un passo di breakdance, magari non sarebbero capaci. Ma non importa perché quello che conta è avere quella faccia lì, l’occhio ben puntato sulla telecamera e lo stile polleggiato per eccellenza. Hanno la sicurezza, questi nuovi Amari, di chi ne ha passate tante per arrivare dov’è, di chi vuole fare ancora di più. “La posta in gioco è alta. Che siamo gente che non si accontenta mai s’era capito, ma ora che si fa? Si prova a rifare Grand Master Mogol più duro, più meglio, più veloce, più forte”. Sembra di sentire i Daft Punk senza caschi ma con gli occhialetti da nerd. “Scimmie d’amore è il disco sentimentale degli amari, nato da cocenti delusioni d’amore, di lavoro, di cambiamenti”: vengono consolidati gli obiettivi raggiunti da Grand Master Mogol, la vena compositiva arieggia sempre più di un sapore essenziale, la frase a effetto torna a essere il nucleo del brano (“in fondo ti avevo avvertito…”, è solo un raffreddore, non è sangue di naso, nessuno di noi avrà più camicie stirate), il tutto coi riflettori puntati, grazie anche a un video (quello di Gite fuori porta) destinato a diventare esegesi dell’esperienza creativa degli Amari. Tutine, posa da gangsta, lotte fra crew rivali sulla scia de I Guerriglieri della Notte, solo che non ci troviamo a Coney Island, ma all’idroscalo di Milano, dove decine di comparse, di amici, sposano la causa degli Amari trovandosi in perfetta sintonia: Maccio Capatonda, Diego Perrone (Caparezza), Carlo Pastore, Frankie Hi-Nrg e chi più ne ha più ne metta. Come poteva questa ragnatela di rapporti intessuti da Milano a Udine, passando per Bologna e Città di Castello, non far assaporare agli Amari il dolce gusto della notorietà?

La distanza, però, in cui si trovano a operare i tre (quattro, cinque) Amari, può giocare brutti scherzi. Giunti al culmine della loro esperienza, li troviamo presi da una bulimia compositiva. Sulle strade dello stivale, fra centinaia di live, con cui si conquistano la meritata popolarità, non si fanno scrupoli e continuano a comporre. Persino a distanza, prima del 2009, secondo il metodo consolidato, si inviano files e, ognuno, nelle quattro pareti della propria cameretta, ci si scervella. Sono diventati grandi: le canzoni le vogliono far nascere dalla jam, non dalle ore passate a farsi gli occhi gonfi sul laptop. Ne nasce un disco in corsa. Un disco che butta nel calderone decine di suoni diversi, un disco di getto, che riporta nuovamente gli Amari al bivio. Troppo avevano ceduto alle campane della musica popolare, troppo si erano sforzati di sembrare la classica band adatta ai club e clubbini di tutta Italia, alle voci in coro di un vasto pubblico. “Dopo cinque anni in tour che fareste? Noi ci siamo chiusi sei mesi in una cascina in mezzo alla neve a bere thè e mangiare pandoro, suonare pensando solo a suonare, quando non pensavamo anche a quanto piccolo è il nostro amato stivale”. Eppure, la fretta non è una buona consigliera. Perché Poweri (2009) non è un disco che fa subito presa. Sicuramente non da parte della critica. “Poweri è nato con uno scopo, mostrare a tutti che alla fine, più che tre smanettoni eravamo diventati, nel corso degli anni e dei tour, una band vera: a posteriori credo che ci siamo riusciti, sebbene riascoltandolo abbia sempre in testa l’immagine di cinque bambini che, in assenza della mamma, giocano a fare i cuochi in cucina pasticciando con gli ingredienti rubati dalla credenza”. E sono proprio i troppi ingredienti che non convincono l’ascoltatore erudito degli Amari, né l’appassionato delle atmosfere maudit di Grand Master Mogol, né il bimbominkia col cappellino di lato in fotta coi Club Dogo. Certo, gli Amari ritrovano la strada più congeniale alla loro vena hip-hop: l’electro funk, condito dalle partecipazioni di gente come Dargen D’Amico, che, nel frattempo, di strada in quell’ambiente ne ha fatta più di loro. Ma l’indole autoreferenziale, che tanto peso ha avuto nella loro storia perché coniugata con lo spirito del tempo, qui si plasma in modo un po’ troppo manieristico: “la frase “…di aver fatto perdere il cielo a qualcuno”, nel ritornello di “Ho fatto un po’ di casino“, l’ho rubata a una ragazza con cui parlavo occasionalmente in chat”, dice Dariella. A un passo dall’esperienza di autore per Sony (2011), nel 2009 Dariella è ancora indeciso se voler trascinare la propria creatività all’estero o affinare le armi che aveva sapientemente levigato fin lì. Poweri è il primo disco (se si esclude Part(y)-Time Jobs di Gamera, che, guarda caso, ricorda molto Poweri) che può enumerare diversi brani in lingua inglese. Così commentavano al tempo la cosa: “È vero che ci siamo resi conto che l’italiano nei nostri testi è sempre stato un muro, quindi ci siamo detti ‘ok, proviamo con qualche pezzo in inglese’. E pare che l’esordio sia stato positivo, perché siamo finiti su alcuni dei blog più letti nella blogosfera internazionale. Abbiamo ricevuto remix un po’ da tutto il mondo e uno di questi è anche passato alla BBC Radio”. In realtà il muro è proprio la lingua inglese: rincontrandoli nel 2012, ci confesseranno: “l’inglese non è la nostra lingua; difficilmente avremmo potuto continuare a comunicare quello che volevamo comunicare”. Impossibile non vedere, in questo mutamento di prospettiva, da una parte la maturazione di Dario, che comincerà a guadagnare per scrivere canzoni, a vedere il tutto molto più professionalmente; dall’altra una sorta di pentimento per il disco del 2009, che avrebbe potuto essere in decine di modi differenti: “a volte, risentendolo, mi stupisco di come da un brano, tanti i suoni che c’erano, ne sarebbero potuti nascere almeno tre! E un po’ me ne rammarico”. Ci vuole, ancora una volta, la bacchetta magica di Leo Fresco a tenere a bada gli istinti animaleschi; ma soprattutto ci vuole una lunga pausa (la più lunga da Gamera) per rielaborare le urgenze.

Chi può dire come mai siamo arrivati a questo punto?

“Alla fine del tour di Poweri ci siamo presi la classica pausa da noi stessi, come molte band fanno. Ottanta kilometri al giorno per tutto il periodo di Grand Master Mogol e Scimmie d’Amore non sono bruscolini: ognuno aveva i suoi sogni personali da coltivare, chi il dj, chi l’autore, chi il produttore, chi il padre, chi il fidanzato”. Quello compreso tra il 2009 e il 2012 è un periodo denso di cambiamenti per gli Amari. Come già accennato, Dario inizia a lavorare per la Sony, catapultato nell’esperienza più importante della sua vita: quella di trovarsi “costretto” a fare quello che gli piace fare e che, forse, avrebbe sempre voluto fare: l’autore. Non solo brani per artisti del calibro di Syria, ma anche spot pubblicitari, colonne sonore e cose apparentemente distanti dal suo raggio d’azione. Inutile dire che porterà in Sony tutto il suo bagaglio di Amari (dalla vena ironico-malinconica alla cazzonaggine) e che, d’altra parte, una buona percentuale d’immaginario, ma soprattutto d’ispirazione professionale derivata dalla Sony, entrerà nel nuovo materiale. Il Pasta in questi ultimi anni si è concentrato anima e cuore su Fare Soldi, facendo il dj a Los Angeles, a Parigi, a Seoul; ha prodotto in studio alcune valide band, fatto il grafico e l’illustratore.

“Un bel giorno abbiamo sentito la sveglia che suonava, e ci siamo detti “proviamo a beccarci per suonare qualcosa assieme?” E siamo ripartiti da lì, Dario, Cero, Io, più che con lo scopo di scrivere canzoni, con il semplice intento di vedere se si stava ancora bene e in sintonia come un tempo, e così, magicamente è stato. Sapevamo ancora scrivere qualcosa? Sapevamo scrivere qualcosa di rilevante? Sapevamo comunicarlo alla gente?”. Riassumendo: gli Amari hanno l’ansia di comunicare qualcosa e di arrivare (per dirla con Simona Ventura) alla gente, magari riscattando il mezzo passo falso di Poweri: “gli Amari per funzionare devono essere sul baratro, in una situazione limite. In Poweri avevamo il culo al caldo, musicalmente e sentimentalmente parlando, e questo forse influisce sulla voglia di mettersi in gioco, di mettere tutto (noi stessi in primis) in discussione che permea il nuovo materiale, il suo non avere niente da perdere. Insomma più che “mantenere la propria posizione” la regola è “spostarla sempre in avanti” (che poi significa in salita)”. Cambia il metodo compositivo, infine, soprattutto per quanto riguarda le liriche, che assumeranno (vedi ancora una volta, l’esperienza con Sony) importanza assoluta nel nuovo disco. “Arriviamo dal rap, non è un segreto, ognuno scrive le proprie sedici barre, è geloso delle proprie punchlines e amen. Negli Amari nei vari dischi, le abbiamo provate tutte: scrivere un testo e cantarlo, farlo cantare dall’altro, cantare una strofa a testa, una parola a testa, farsi i raddoppi come i Run Dmc, farsi i raddoppi come i Pooh, tutto insomma. Mancava scrivere i testi assieme, questo non l’avevamo mai fatto, o quantomeno mai con questa lucidità”. Non si tratta più di scrivere le liriche al servizio della sperimentazione musicale. Gli Amari, complici decine di revisioni e di versioni di ogni singolo brano di questo fantomatico nuovo materiale, capiscono che hanno bisogno di un impianto sonoro che sorregga, che esalti le nuove cose che hanno da dire nei loro testi: “per la prima volta nella storia della band la musica accompagna le parole, non è semplicemente qualcosa che succede sotto, ai tuoi piedi, mentre canti e tenti di rimanere in equilibrio su una sequoia che rotola su una cascata”. Ne scaturisce un progressivo prosciugarsi della sperimentazione e, ancora una volta un occhiolino al pop, più che all’hip. D’altronde solo nel 2011 erano venuti allo scoperto con la cover di Non ci spezziamo degli 883. Nessuno, ovviamente, aveva visto scandalo in questo, perché, lo sappiamo fin dalle origini, gli Amari non hanno mai fatto mistero di questa devozione per Pezzali e per il mondo provinciale, in versione teen-qualcosa che da sempre ha rappresentato.

A questo contesto, manca solo lo sfondo, il significato pregnante e profondo di quello che sarà il nuovo disco degli Amari. Gli va incontro in questo l’abilità di guardarsi indietro, quella capacità (derivante da Grand Master Mogol) di far tesoro delle esperienze passate, anche intime, di sublimare il proprio Tempo e il tempo a venire, di renderlo alla portata di tutti. Quale miglior topos, a guardare tutto il percorso dal 1996 a oggi, se non quello del viaggio, dei kilometri, in senso fisico-spaziale-materiale, ma anche in senso figurato-temporale. Abbiamo cercato di accennarlo durante tutto il nostro intervento: gli Amari sono una band in movimento, fatta di “macchinate in modalità carro bestiame”, che è diventata centrale per la musica italiana grazie a centinaia di live e a centinaia di kilometri percorsi con grande generosità. Ne nasce un concept involontario sulle categorie di Tempo e Spazio: Kilometri (2012), che gli stessi Amari credevano “fosse un disco sociale, d’amore, di speranza” ha invece “come grosso interlocutore questo tempo che passava e nel quale riponevamo sempre le nostre speranze per il futuro. Ma il tempo è legato allo spazio, è un tempo che gli Amari trascorrono viaggiando, amando, e spesso viaggiando per amore”. C’era da aspettarsi un ammorbidirsi e così è, seppure non si rinuncia alla cifra dominante della prosodia del cantato (non più parti rappate), alla centralità di alcune immagini (tra l’altro in pieno stile hip hop: “delle liriche lunghissime e incasinate, ti resta impressa un’immagine lampo”), alla riflessione dolceamara del passato, che qui si fa centrale.

Con una novità: la totale sincerità e schiettezza. Dei testi, certo, ma anche delle sonorità. Kilometri è nato anche dalla crisi di rigetto per i mille suoni, tutti peculiari, tutti importanti, tutti con qualcosa da dire/fare/baciare/lettera/testamento di Poweri: un po’ di silenzio per favore! Se vogliamo capirci qualcosa, qualcos’altro dovrà fare un passo indietro, abbassare la voce, dire/fare meno cose, stare fermo, far sentire la propria presenza, semplicemente. Questo a parole per noi era già chiaro fin dalle prime session, purtroppo non avevamo idea di quanto sarebbe stato difficile realizzarlo nella pratica e senza Fresco non ce l’avremmo fatta: serviva una persona super partes a cui dar piena fiducia, che si prendesse l’onere di trascinare nel cestino tutti quei file pieni di inutili capriole”. Intendiamoci, gli Amari non hanno smesso di autocitarsi né di essere autosufficienti, ma l’appoggio esterno di un produttore del calibro di Fresco li ha aiutati in quello a cui tenevano di più per la nuova opera: essere onesti e – ci ripetiamo – arrivare alla gente. Non ci stupiamo, dunque, se Kilometri è il vero Mogol degli Amari, il disco più sincero, forse non il migliore, ma di certo senza trucco e fondotinta, sacrificato sull’altare del songwriting; il disco che è capace di dire “prendere per mano il logorio dei giorni”, “è una rivoluzione ad ogni malumore” o, con assoluta lucidità, “chi può dire come mai siamo arrivati a questo punto” aggiungendo subito dopo “abbiamo superato proprio tutto”.

In Kilometri sta probabilmente racchiusa la maturità degli Amari che, se non abbandona del tutto l’ispirazione sbarazzina, la rende lirica e contemplata. Appoggiandosi sulla tradizione nazionale e coniugandola con le proprie rodate abilità, la band friulana non ha più paura di smarrirsi in afflati disordinati e disomogenei, raschiando la possibilità di “entrare nei teatri” o farsi canticchiare in spiaggia. Dal creare la storia di un pop sbagliato a farlo rientrare nei canoni, il passo è breve ed è stato compiuto: il Tempo e il senso dei kilometri percorsi si fa prolungamento ideale di quello che sarà nel futuro, seguendo la linea tratteggiata del sorpasso consentito e lasciando dietro di sé una pesante e importante eredità.

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