Non mi ha fatto ridere

«It’s just entertainment» -Frank Zappa

L’eterna lotta tra il bene e il male

Quando ero piccolo un amico più grande mi passò una cassetta degli Squallor, Cielo Duro, dicendo «poi ti passo anche gli Elio», come a sottintendere un apparentamento stretto e quasi scontato tra le due cose. La seconda cassettina però non arrivò mai. Negli Elio così ci sono andato a inciampare – come molti – solo con l’exploit sanremese (in zona vip), e non li calcolai più di tanto: mi sembravano abbastanza scemi. Avevo capito tutto e avevo capito niente. Fu poi la volta – tra i banchi del liceo, quando tutti mi tiravano fuori i Gem Boy – di Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu, di Esco dal mio corpo e ho molta paura, della chicca assoluta Not Unpreviously Unreleased’nt (à rebours), e di Craccracriccrecr (al passo coi tempi): era il 1999. Fu amore. In parallelo scoprivo anche un musicista italo-americano baffo&mosca che faceva musica “assurda”, e piano piano cominciai a chiudere i primi cerchi.

Gli Elio sono uno dei gruppi italiani più importanti di sempre: che in pochi lo riconoscano e lo dicano sottolinea ulteriormente l’italianità del contesto, brodo di coltura perfetto per prese di posizione in fondo sempre ideologiche. Italianissimi gli Elio, come la pizza (spaghetti, mandolino, mamma), entrati nell’immaginario nostrano con una serie di mosse ben assestate e di tormentoni facili facili (ma tutt’altro che banali, dai cachi sanremesi ai vari Ti amo: Cara, Campionato e Andreotti), portando avanti però un discorso musicalmente poliglotta e – per quanto dotato di una sua immediatezza – non certo facilissimo. Gli Elio sono stati sempre abbastanza fraintesi: ma loro fanno musica pop (con la “p” maiuscola e dove “pop” sta per gioco), fanno musica che parla di se stessa, che ride di se stessa, musica orgogliosamente umoristica. Se fanno cabaret, e lo fanno, fanno un cabaret innanzitutto musicale: musica parodica e auto-parodica.

Chi va con Zappa impara a zappicare

Chi conosce Frank Zappa (e abbiamo già citato un paio di paroline magiche che non possono non rimandare a lui), sa bene come gli Elio siano vicinissimi ai suoi modi pop-carica(tura)ti anni Settanta/Ottanta: gli stessi che sono poi andati a coverizzare in The Lugano Tapes (2001). Non si tratta di una filiazione diretta, certamente è un’influenza forte, e dichiarata (e oculatamente sfruttata), ma comunque nell’ottica di un riscontro, della scoperta di uno spirito affine, di una via possibile: di una visione compiuta, già lì bella e pronta quasi a legittimare delle idee che non aspettavano altro per potere esplodere. Gli Elio hanno mutuato da FZ la giocosa visione del fare e del vivere la musica. Parolacce incluse. I paragoni però sono davvero insensati (oltre che ingenerosi), data la portata enciclopedica e la complessità dell’opera del baffuto, la sua potente capacità di sintesi dei riferimenti musicali metabolizzati.

Gli Elio, in questo esattamente come Zappa (e da Zappa), hanno una visione collagistica della cosa musicale, ci giocano come con un puzzle, come coi Lego, e usano pezzi provenienti da tanti scatoloni musicali diversi: cabaret (quello meneghino), canzone italiana vecchia e nuova (soprattutto – ovviamente – nella sua declinazione canzone d’amore “appiccicosa”), pop e rock internazionale (da Burt Bacharach ai Beatles ai Deep Purple), dance (la disco e l’italo-disco tamarra del periodo d’oro), jazz (nella sua accezione più soft e “conservatrice”), prog (Genesis e PFM, ma anche Area), musica classica (con citazioni smangiucchiate qui e lì). Il tutto sempre e comunque come assunto in secondo grado, con una strizzatina d’occhio.

Implicito, viste le premesse, il riferimento al loro percorso artistico, cominciato sui palchi scalcinati dei teatrini off: nati sulla spinta adolescenziale di un pauperismo do it yourself figlio del punk, con un approccio fortemente sbilanciato sulla verbalità, temprati dalla gavetta nei locali della provincia milanese, su sempre più su fino allo Zelig di Viale Monza e all’incontro col produttore Claudio Dentes aka Otar Bolivecic. Poi, rapidissimo, l’arricchimento e la messa a fuoco sulla sostanza propriamente musicale, matura già all’esordio su disco, a creare un mondo di lussureggiante varietà: una forma-canzone infarcita di bizzarrie, di ammiccamenti, di citazioni, di seconde letture. I testi? Grande inventiva linguistica e intelligente stupidità, testi demenziali (ma nel senso – ancora – di «vena surreal-sessual-sarcastica zappiana» – Luca Valtorta), con quell’uso insistito della parolaccia e quel nonsense portato al parossismo. Il rischio è che, per osmosi, l’etichetta “demenziale” (così come comunemente intesa) finisca per identificare tout court la musica del gruppo.

Elio e le storie pese

Proseguendo coi confronti e con le supposte (…) filiazioni, la vexata quaestio Skiantos vs. Elio, ottima pubblicità per entrambi, ha solo in minima parte motivo d’essere, generatrice com’è di una gran confusione: gli Skiantos fanno rock (punk, hard, blues), gli Elio fanno pop (come quando si fanno scoppiare i cuscinetti della carta da imballaggio), gli Skiantos portano avanti un discorso essenzialmente poetico, gli Elio un discorso essenzialmente musicale, gli Skiantos furono vera ruvida avanguardia (pubblico di merda), per questo ancora sostanzialmente moderni (ribelli e contestatari, e non poteva essere diversamente), gli Elio sono un fenomeno di riflusso, dichiaratamente post-avanguardia, giocano col kitsch consapevole (uno per tutti: il duetto con Raffaella Carrà), post-moderni per definizione, nessun bersaglio da colpire, interessati semmai ad una “protesta” tutta pragmatica (il caso Parco Sempione, 2008), per quanto comunque oggetto di storici episodi di censura che nulla hanno a che vedere con le solite parolacce, ma con l’avere messo in mezzo i nomi “sbagliati” (è il caso Sabbiature, Primo Maggio 1991).

Più vicini allora gli Elio, per paradosso, alla gratuità di Savio, Bigazzi & Cerruti, con l’aggravante della spiccata meta-musicalità di questi ultimi rispetto al discorso portato avanti da Freak Antoni & Co. Agli Skiantos, del resto, il neo-dada di Piero Manzoni, agli Elio il neo-situazionismo di Maurizio Cattelan. Chi è meglio, chi è peggio? La domanda è fuorviante: si gioca in due campionati diversi. Il difetto degli Elio? Essere un prodotto di seconda generazione, essersi nutriti anche degli Skiantos (il nome del gruppo storpia la mitica intro di Eptadone). Il punto di contatto tra le due monadi ridanciane? Non tanto la demenzialità dei testi, quanto proprio lo sfondo – attenzione, parolone – filosofico in cui questi testi trovano posto, il valore assegnato alla risata: riso a oltranza come unico possibile farmaco contro la stupidità (quella vera, non costruita in laboratorio) del mondo.

Nubi di ieri sul nostro domani odierno

Troppo da dire sugli Elio fissati su disco, troppa la carne al fuoco, tra picchi, abbassamenti fisiologici e auto-riclichi, e allora noi tagliamo la testa a Mangoni e ci agganciamo agli Elio extra-disco, per tracciarne un profilo a cavallo tra il musicale e il sociologico. Gli Elio sono la cumpa, la banda di bastardi trasformata in complessino raccontata dal docu-libro Vite bruciacchiate (AAVV, 2006), il carroarmato linguistico-semiotico spiegato ne L’importanza di chiamarsi Elio (Angelo Di Mambro, 2004), la giocosità non priva di retrogusto amaro dei racconti surreali di Animali spiaccicati (EelST, 2004), Fiabe centimetropolitane (il solo Elio, 2004) e Scritti scelti male (Rocco Tanica, 2008), sono la zozzerie goliarda della joint venture con Rocco Siffredi di Rocco e le Storie Tese (1997; progetto fortemente voluto dall’intenditore Sergio Conforti aka Rocco Tanica, che del gruppo – per inciso – è l’anima musicale). Sono il piglio da entertainer consumati che anima le loro liasisons televisive, da quelle storiche con Gialappa’s Band e derivati (l’ultima – inevitabile – con la Shortcut di Maccio Capatonda, uno che gli Elio se li è ascoltati per bene fin da ragazzino), fino al Dopofestival 2008, girandola di parodie e pastiche dei loro bersagli-riferimenti preferiti: la canzone italiana e la canzone d’amore.

Ecco allora gli Elio al varco dei venti (1989, primo disco) e dei trent’anni (1980, nascita della sigla Elio e le Storie Tese con una formazione di cui è superstite il solo fondatore, Stefano Belisari aka Elio). Dopo una serie di dischi musicalmente generosissimi, dall’esordio fino a Craccracriccrecr (aperto quest’ultimo da quella dedica che è l’intensissimo solo di sax – preso da TVUMDB – di Paolo Panigada aka Feyez, stroncato da un malore sul palco della Biba Band), passando per il picco assoluto di Italyan, Rum Casusu Çikti (con dentro la massima espressione della meta-musicalità elica, La Vendetta del fantasma formaggino), ecco, dopo almeno dieci anni di ottimi dischi (in soldoni: tutti come minimo sul sette), proprio quella degli entertainer sembra essere diventata la dimensione più congeniale agli Elio, quella più curata e produttiva. Il passo francamente inutile, inutilmente celebrativo, dell’ultimo Gattini, ne è la conferma: i loro pezzi classici resi ancora più classici – queste almeno le intenzioni – dall’arrangiamento orchestrale. In mezzo ci sono stati i temporeggiamenti degli infiniti riepiloghi live (comunque godibili) e i decisi abbassamenti qualitativi registrati con Cicciput (2003) e Studentessi (2008), con dentro però alcune chicche delle loro, anche solo a livello di efficacia della trovata, una per tutte la cover au contraire di Elvis in Ignudi fra i nudisti.

Gli Elio sono oggi più che mai a un bivio, restando la loro attività live un punto fermo (coèsi, se vi pare): riconcentrarsi sulla materia musicale oppure considerare il fare dischi – magari anche di inediti – come una delle loro tante attività. Vedremo.

17 Gennaio 2010
17 Gennaio 2010
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