Faccia a faccia con un fantasma

Vero e proprio fenomeno dell’anno scorso, celebrato nel Regno Unito e accolto con entusiasmo altalenante qui in Italia, Obaro Ejimiwe, noto come Ghostpoet, ha il pregio di aver saputo coniugare suggestioni provenienti da variegati ambienti musicali declinandole in una chiave tipicamente british. Una chiacchierata interessante sotto diversi punti di vista, quella che abbiamo avuto con lui; di fronte c’è una persona piuttosto concreta, con un’idea molto chiara della sua musica, restia a riconoscere collegamenti diretti con altri filoni o artisti e, soprattutto, molto ponderata nel rispondere. Obaro non è esattamente un individuo rapito dal trasporto nel parlare del proprio lavoro: è misurato e professionale nelle risposte, nella stessa misura in cui lo può essere la sua musica. Non è nemmeno un interlocutore ostile però, tutt’altro. Si dimostra anzi disponibile e cortese, malgrado i numerosi problemi incontrati prima della chiacchierata tra voli aerei e mezzi di trasporto vari. Professionalità e distacco a parte, la chiacchierata dà uno sguardo alla nuova formula live e si attarda sulle impressioni suscitate in lui dall’Italia e dai festival nostrani a cui ha partecipato.

La prima domanda può apparire scontata. Non sei più un ragazzino e il tuo esordio musicale è parecchio recente, per cui viene spontaneo chiedersi cosa ci sia stato prima dell’esordio. Come inizia la storia di Ghostpoet?

Inizialmente ho vissuto tutto come un hobby, seppure molto importante, prima che divenisse una carriera vera e propria. Mi ci dedicavo ogni sera, una volta finito il lavoro. Ai tempi lavoravo per una compagnia di assicurazioni. Poi mi sono trasferito a Coventry, ho messo la mia musica su Myspace e ho aspettato che la cosa diventasse più seria e di raggiungere il livello che volevo. Attraverso il web, poi, Brownswood ha notato la mia musica e il seguito è che ora siamo qui a Milano a parlarne (ride).

Una cosa che colpisce del tuo modo di interpretare i brani è questo tuo essere solo parzialmente inseribile nella definizione di MC, soprattutto se si prende il termine nella sua accezione più classica. Questo, poi, è un elemento ancora più chiaro nell’ultimo disco, distante dall’hip hop anche dal punto di vista strettamente musicale. Il tuo modo di cantare ricorda gli esperimenti precedenti al rap vero e proprio, penso a figure come l’Isaac Hayes di Hot Buttered Soul o a Gil-Scott Heron. Ti ritrovi in queste osservazioni?

Non più di tanto a dire il vero (ride). In realtà mi limito ad ascoltare la musica, non è che sia legato a un genere specifico in particolare o a un solo tipo di musica. Di solito è un discorso che fanno gli ascoltatori, quello di mettere la musica in scatole. Io mi limito ad ascoltare la musica e mi piace darle qualsiasi direzione, a seconda di come mi sento.

Il tuo nuovo lavoro è molto più eterogeneo e, in diversi episodi, sia la matrice black che quella elettronica si riducono drasticamente. Come mai questo cambiamento? Era più una necessità o un desiderio?

No, guarda, non è che sentissi di aver perso l’ispirazione. Alla fine quello che scrivo non deriva da storie di fantasia ma da esperienze che vivo, gente con cui parlo, cose che vedo ogni giorno. In questo disco ho voluto convogliare tutto il mio fare arte, provare a combinare elementi di elettronica e di acustica. Sicuramente ho già ascoltato musica del genere, non sono stato certo io ad inventarla, ma sentivo il bisogno di farla nella maniera in cui l’avrei fatta io.

Ti ho già visto due volte dal vivo in Italia, al Locomotiv a Bologna e al Meet In Town festival, a Roma. In relazione a quest’ultima esperienza, come ti sei trovato al festival? Come ti è sembrato il pubblico?

I festival in generale sono cose complicate da organizzare, tra soundcheck e tutto il resto, ed è naturale che possano esserci inconvenienti. Mi è sembrato tuttavia che quello di Roma fosse ben organizzato. E poi era la prima volta che suonavo là e la città è stupenda, è stato molto emozionante. In più il cibo era buonissimo! Ho notato che l’organizzazione era comunque molto professionale e purtroppo non sono riuscito a vedere alcuni live che mi dicono essere stati molto interessanti, come quello di Squarepusher. Sul pubblico posso dire che è stato educatissimo: eravamo in una stanza priva di un palco e non c’era una vera barriera tra noi e chi ascoltava. In queste situazioni può capitare spesso che la gente ti venga addosso, invece qui tutti si sono sempre tenuti alla giusta distanza e, pur non dimostrandosi un pubblico fuori di testa, mi è sembrato che abbiano gradito lo show.

Che tipo di live set dobbiamo aspettarci per questo nuovo disco?

Per questo live siamo passati da due a tre musicisti sul palco ad accompagnarmi. In più ci sarà un batterista, che è la vera novità del live set. Oltre a questo, ci sarò ovviamente io a cantare e a suonare tastiere e macchine. Questo consente di dare un’anima più musicale al concerto. Inoltre ci sarà la possibilità di eseguire materiale di due dischi, e questa è una cosa che trovo particolarmente stimolante perchè potremo cambiare la scaletta, studiare un repertorio diverso a seconda del live o magari allungare la durata dei concerti.

Una domanda finale sugli ascolti. C’è qualcosa che ha influenzato la lavorazione di questo album?

Non in maniera diretta. Voglio dire, ascolto ovviamente molta musica, ma tendo a chiudermi nel momento in cui inizio a registrare, perché alla fine c’è sempre il rischio di rimanere influenzati da quello che ascolti. Così non posso parlare di ispirazioni vere e proprie, magari qualcosa c’è, ma si tratta di un’influenza che avviene più a livello di subconscio che altro.

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