Metamorfosi in mistyc blues

Chiunque negli ultimi mesi abbia seguito le vicende di Josh Tillman dopo la dipartita dai Fleet Foxes sa che l’ex batterista si è dato da fare, cambiando nome in Father John Misty e consegnando un album, Fear Fun – uscito lo scorso giugno via SubPop, la stessa etichetta del gruppo di provenienza -, che un po’ ovunque ha fatto parlare di sé, raccogliendo unanimi consensi di pubblico e critica.

Il concerto dello scorso 7 dicembre al Covo Club di Bologna è stato quindi un’occasione imperdibile per parlare delle dinamiche del nuovo percorso e per ascoltare in prima persona il risultato della metamorfosi umana e musicale del personaggio. Un taglio netto rispetto al passato, non solo per quel che riguarda il divorzio dalla band madre: da singer/songwriter folk ed intimista con ben sette album all’attivo, il nuovo Tillman incarna ora la figura dello showman navigato, sfrontato e sicuro di sé quel tanto che basta per distaccarsi definitivamente dall’immaginario hippy-folk che ce lo aveva fatto conoscere ai tempi dei Fleet Foxes.

Abbandonate la chitarra acustica e le vesti di menestrello appalachiano, lo show che Father John Misty ha offerto al pubblico del Covo Club non delude le attese, anzi conferma quello che già l’ascolto di Fear Fun aveva fatto presagire: forti delle innegabili qualità vocali e di una scrittura ormai largamente consolidata, Tillman e la sua band mettono insieme un live pienamente immerso nel folk acido del Laurel Canyon ma declinato in nuove soluzioni; debitore tanto all’energia del rock americano a marca Sixties quanto al cantautorato country/blues di metà secolo. Non solo canta, balla e si dimena sul palco, l’ex drummer è una star in continua evoluzione, attinge a piene mani al repertorio sciamanico della Hollywood a cavallo tra i ’60 e i ’70, quasi fosse un redivivo Jim Morrison ripulito dagli eccessi, irriconoscibile rispetto ai pacati toni acustici della produzione precedente. Oltre all’intrattenimento – che contribuisce in maniera consistente al fascino di una trasformazione che avviene praticamente sotto gli occhi dello spettatore -, in primo piano rimane comunque la sostanza delle canzoni, testimonianza di una nuova volontà musicale in perfetto equilibrio tra cinquant’anni di tradizione cantautorale e sovradosaggi elettrico/psichedelici.
Ecco cosa ci ha raccontato un paio d’ore prima del concerto.

So che prima di cominciare a registrare Fear Fun ti sentivi nauseato dalla chitarra acustica, cioè lo strumento che ha caratterizzato grandissima parte della tua produzione come J. Tillman. Nel nuovo album invece ci sono sound molto diversi tra loro, non solo country e folk, ma anche rhythm & blues, rock psichedelico, addirittura anche alcuni accenni soul e molto altro ancora. Come hai deciso di cambiare così radicalmente la tua musica rispetto ai dischi passati?

Beh, scrivo ancora principalmente con la chitarra acustica e questo rappresenta un determinato tipo di musica e, di conseguenza, un certo tipo di canzoni. Come autore, però, ho capito che gli strumenti non sono nient’altro che la realizzazione delle tue idee, perciò adesso non mi importa più della chitarra, né di qualsiasi altro strumento. Non mi sento solo un musicista: canto, scrivo canzoni e credo che Fear Fun mi sia servito come mezzo per arrivare all’elaborazione di questo processo. Non devo più spiegare nulla riguardo a ciò che ho fatto in passato, adesso posso fare quello che voglio. Nel disco puoi trovare qualsiasi cosa, dall’honky-tonk alla disco-music, davvero ogni tipo di musica, e tutto ha senso perché ho voluto che la mia voce e la mia scrittura potessero esprimersi in tutti i modi possibili. È la mia personalità.

Quando eri più giovane ti ispiravi ad autori come Nick Drake o Townes Van Zandt, ma i loro nomi sembrano molto lontani dall’immaginario racchiuso in questo disco, quasi che tu abbia voluto cambiare identità.

Credo che più di un cambio di identità si sia trattato semplicemente di accettare alcune cose di me, i miei impulsi, il mio senso dell’umorismo. Quando ho cominciato a scrivere canzoni, più o meno a vent’anni, cercavo di trattenere questi aspetti perché volevo essere un artista serio: credevo che non potessero far parte del tipo di musica che volevo fare, perciò ho cercato di essere più cupo, di avere una sensibilità più oscura, sforzandomi di entrare in un ruolo che non era mio. Evitavo deliberatamente la parte promozionale del fare dischi, tutto quello che avevo da dire a riguardo era sul sito della mia etichetta: volevo essere uno di quegli artisti rispettati ma sconosciuti, far parte di quel club mi sembrava una cosa molto romantica (ride). Poi, con Fear Fun, ho avuto come una rivelazione: ho capito che questo modo di essere non mi veniva naturale. In realtà nulla lo era: il modo di pensare, di parlare, di scrivere, non facevano parte di me. Dovevo sentirmi a posto con me stesso, ed è così che è avvenuto il cambio di personalità, liberando alcuni eccessi del mio carattere. Non mi importa se qualcuno pensa che io sia un tipo strano, ho soltanto smesso di essere qualcosa che non sono.

Infatti in Every Man Needs A Companion canti “I never liked the name Joshua, I got tired of J.”, una frase che in questo senso mi pare significativa…

Assolutamente sì, quella canzone è davvero importante perché è il gran finale dell’album. Diciamo che tira le somme, è come se stessi dicendo “se conoscete qualcosa dei miei dischi precedenti, probabilmente vi starete chiedendo cosa c’entra tutto questo con quello che ho fatto finora. Da dove viene questa roba?” (ride). È una canzone poetica, in qualche modo. Distrugge le barriere tra il prima e il dopo, tra la musica di adesso e le esperienze precedenti. Parlo di me, di quello che ero prima, di quello che sono adesso.

Altri brani invece rappresentano bene questo tuo nuovo senso dell’umorismo, in particolare Writing A Novel o Well, You Can Do It Without Me.

Well, You Can Do It Without Me è una canzone ironica, ma anche sarcastica: sono io che mi rivolgo in maniera fin troppo esplicita a una persona precisa, una persona di cui mi ero stancato e alla quale sto dicendo “sono stufo di essere quello che tu decidi che io sia”. Anche se è un brano molto divertente, non c’è ironia in quello che sto dicendo. Invece Writing A Novel è ironia allo stato puro. Parla di quelli che si sentono originali a tutti i costi, che pensano di aver avuto esperienze uniche rispetto agli altri, come appunto scrivere un romanzo. Il testo è volutamente serioso, mentre la musica è molto rock and roll, semplice e diretta, e l’intento era proprio quello di considerare in modo nuovo quello che io stesso ero stato prima. Per moltissimo tempo mi sono sentito come le attrici di cui parla il testo [“It’s filled with people pretending they don’t see the actress and the actress wishing that they could”], gente che per la maggior parte del tempo vive in uno stato mentale di rifiuto. Invece la parte in cui parlo di strangolare Neil Young non è molto ironica, perché è come se quel genere di musica non mi appartenesse più, quindi dovevo davvero liberarmene, in qualche modo (ride). Ho voluto uccidere il mio passato, in senso freudiano (ride ancora). Quello che ho sempre cercato di fare con le mie canzoni è essere onesto. Quando ero più giovane avevo un’idea molto più immatura di ciò a cui stavo provando ad assomigliare, e credevo che usare il dolore fosse l’unico modo in cui potessi scrivere in modo davvero sincero. Ora che ho dieci anni di più ho smesso di pensare che la mia musica debba riflettere quest’idea.

Lo conferma anche il tuo modo di cantare. La tua voce è più forte, più rilassata, forse anche più spontanea.

Sì, lo credo anch’io. Cantare è soprattutto una questione psicologica e se scegli un certo tipo di songwriting anche il tuo modo di cantare deve essere in un certo modo. I miei dischi precedenti richiedevano un tipo di voce che adesso suonerebbe ridicola, e viceversa. Ci è voluto un bel po’ di tempo prima che mi sentissi a mio agio con il fatto di avere una bella voce e adesso sono dell’idea che qualsiasi cosa io voglia cantare, devo riuscire a comunicare il significato delle mie parole. Ora che scrivo in un modo diverso, canto nel modo in cui le parole mi suggeriscono di farlo. In effetti è stato un bel cambiamento. È buffo riascoltare i miei dischi passati e sentire come mi sforzassi per raggiungere quelle note così basse (ride).

Anche le esibizioni sono cambiate, il modo di stare sul palco, il modo in cui intrattieni il pubblico.

È sempre per la stessa questione di onestà di cui ti parlavo prima. Sono su un palco, con un microfono in mano di fronte a della gente, devo per forza fare qualcosa, devo mettere insieme una performance. Devo esibirmi, è questo il motivo per cui io e chi è venuto a vedermi ci troviamo lì.

Cambiando argomento, qual è stata la canzone di Fear Fun che ti ha fatto capire che stavi per intraprendere un nuovo percorso?

Ce ne sono due. Una è Fun Times In Babylon: è stata l’ultima canzone che ho scritto quando ero ancora a Seattle e non l’ho toccata per moltissimo tempo. Writing A Novel invece è stata la prima, l’ho scritta in dieci minuti, senza nemmeno rendermi conto di quello che stavo facendo. Mi sono semplicemente detto ok, ci siamo, ed è venuta fuori. Provare a scrivere un romanzo, invece, è stato quello che ho dovuto affrontare prima di riuscire a scrivere di nuovo canzoni. È stato un passaggio obbligato per voltare pagina, mi ha aiutato a trovare la consapevolezza per andare avanti. È anche il motivo per cui credo che Fear Fun sia la cosa più interessante tra quelle che ho fatto finora.

Perché hai scelto Jonathan Wilson come produttore? Com’è stato lavorare con lui?

Si è trattato di una serie di circostanze. Siamo diventati amici quando mi sono trasferito a Los Angeles, perciò è stato naturale cominciare a lavorare con lui. Non so cos’altro dire a riguardo perché non avevo pensato che ci sarebbe stata una domanda su com’è lavorare con Jonathan Wilson (ride). Scherzi a parte, quando ho cominciato a lavorare su Fear Fun ero ancora con i Fleet Foxes, non avevo una label né un titolo per l’album, non avevo la minima idea di cosa sarebbe potuto succedere con la band e con la mia carriera solista. Negli ultimi dieci anni ho praticamente registrato un disco all’anno, perciò in quel periodo il mio stato d’animo era “oh, è arrivato il momento di registrare… di nuovo”. In più c’erano anche gli album dei Fleet Foxes. Tutto questo mi ha come fatto sentire alieno da me stesso, da quello che stavo facendo sia con il gruppo che da solo. La musica dei Fleet Foxes contiene qualcosa di profondo e bellissimo, ammiro tantissimo la sensibilità melodica e il talento di Robin [Pecknold], ma non mi appartengono. Molti credono che essere stato il loro batterista – nient’altro che il batterista – abbia avuto una grande influenza su di me, ma non è affatto così, perché musicalmente i Fleet Foxes non hanno niente a che vedere con il concept e la creazione dell’album. A posteriori, posso dire che non hanno avuto un ruolo così ampio nella mia vita: quando ero in tour con i Fleet Foxes, ero semplicemente “in tour” con i Fleet Foxes. Ho sempre fatto anche altre cose, scrivevo le mie canzoni, ed è così che nato anche Fear Fun.

Per concludere: quanto sei soddisfatto dell’album?

Davvero molto. Alcune di queste canzoni me le porto dietro da molto tempo e adesso sono davvero contento del risultato. Penso che rispetto ai miei dischi del passato, nessuno mi sia mai piaciuto quanto Fear Fun, perciò se dovessi morire domani spero che ne seppelliscano quattro o cinque copie insieme a me (risate).

5 Giugno 2013
5 Giugno 2013
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