Quello che io sono adesso

Di rado un disco d’esordio ci colpisce come ci ha colpiti quello di Francesca Messina. A parlare sono i contenuti di questa opera prima, certificati da uno stile vocale che potrebbe rappresentare un punto di incontro tra l’ascissa Carmen Consoli e l’ordinata Cristina Donà (eppure tutto, in Femina Ridens, è molto più teatrale e al tempo stesso intimo rispetto all’immaginario delle artiste citate). Materiale vitale, in fondo folk, ma anche canzone d’autore sui generis su un cantato denso e una scrittura sarcastica, talvolta spietata, più spesso obliquamente fascinosa. Bastano pochi fondamentali per dar vita a un lavoro che guarda curioso alla ricchezza etnica e borderline dei Settanta nostrani («Mi affascina il periodo sperimentale degli anni 70 e l’ironia psicotica che aleggiava negli anni 80 quando c’erano la Rettore e Alberto Camerini»), pur mantenendo un’immediatezza “popolare”. Suggestioni che si trasformano in sbalzi d’umore senza troppi filtri, così diretti da smuovere un portato emotivo di rara intensità.

In Femina Ridens si parla di sentimenti e percorsi di vita. Gli stessi che tra trascorsi dance a fine Novanta sotto le spoglie di Lady Violet – potete immaginare qualcosa di più lontano dall’attualità di questo disco? Noi francamente no -, teatro contemporaneo (Laboratorio 9) e sbirciatine all’indie di casa nostra (La materia strana, con cui incide l’EP Raptus) hanno portato Francesca Messina fin qui. L’obiettivo implicito è non tradire una natura che forse fino ad oggi non ha mai avuto modo di esprimersi pienamente. Tanto che il profilo femminile che emerge dal disco pare abbastanza disilluso, conflittuale, di certo vissuto, anche se la diretta interessata tende a sminuire: «Potrei dirti che Esuberanza è stata scritta quando mi hanno licenziata, mi hanno rubato il motorino, m’è scappato il gatto e mi si è rotto un dente, ma non è così che funziona. Preferisco lasciare aperta la strada dell’interpretazione personale. Non mi piace essere didascalica. Preferisco il teatro alla TV. Osservo le scene di vita quotidiana degli altri, sono empatica, vivo le stesse suggestioni e fregature che vivono le donne del mio tempo senza piangermi addosso: Femina Ridens ha la corda pazza e la vena ironica»

Interpretare, andare oltre la superficie delle cose, per comprendere una poetica spessa ma non complessa. Il codice del caso potrebbe essere paradossalmente l’unica cover in scaletta, toccante oltre ogni previsione e forse persino autobiografica. «Vorrei trovarti mentre tu dormi in un mare d’erba / E poi portarti nella mia casa sulla scogliera / Mostrarti i ricordi di quella che io sono stata / Mostrarti la statua di quello che io sono adesso» recita una Vorrei incontrarti rubata all’Alan Sorrenti di Aria e trasfigurata in un folk tremante ma anche risoluto. Metafora di una sensibilità ambivalente, in bilico tra fragilità e consapevolezza di un’identità a cui non si può rinunciare: «L’ho scelta perché la sentivo nelle mie corde e avevo il bisogno di cantarla e suonarla così, allo stato puro, nella sua semplicità. E’ un brano che mi dà una grande forza. Quando l’ho registrato, mente, corpo e cervello erano in equilibrio. E’ stata un’intuizione, uno stato di grazia». Il risultato va oltre i già ottimi livelli qualitativi dell’originale (e lo diciamo senza timori di smentita), su una voce che si appropria del pezzo cucendoselo addosso con sobrietà e stile. La stessa voce che non nasconde le proprie potenzialità, pur preferendo la visione d’insieme al gesto virtuoso gratuito, la sottolineatura all’ostentazione: «Ritengo il bel canto stucchevole e noioso e i virtuosismi un esercizio di stile. A diciotto anni avevo cinque ottave di estensione e non sapevo cosa farmene. La tecnica è un mezzo potente, ma se non sai esattamente cosa vuoi non è interessante. Ora la tecnica non me la ricordo più, l’ho dimenticata. Se viene, viene da sé, mi sostiene nei momenti in cui ho voglia di giocare, di essere astratta, alimenta la mia libertà di espressione. Ora ha un suo perché anche nei live: è un mezzo di evasione dalla realtà.» Da qui la musica come terapia contro le claustrofobie della quotidianità e testi che dal quotidiano nascono, per poi astrarsi («possiamo solo permetterci / di addomesticare la paura / sperare il meglio possibile / e l’impossibile» si canta in Appariscente).

La cosa che piace di più del disco è la forte personalità che scaturisce dall’insieme, come se nello scrivere la musicista fiorentina avesse seguito un pensiero forte poco interessato a una connotazione stilistica facilmente identificabile. Teso, tuttavia, a non tradire una natura che non si può rinchiudere in facili steccati di genere senza qualche problema di coscienza, esaltata da un impianto musicale minimale e fondamentalmente acustico («Preferisco togliere anziché aggiungere. Ho voluto una strumentazione scarna in studio di registrazione, puntando sul ritmo e su una vocalità che sicuramente ha avuto un imprinting dalla tradizione ma ha anche deciso di andare avanti per la sua strada»). Nessun lusso in un disco che concentra tutta l’attenzione sul significato delle parole e sulla chimica delle emozioni. Una cosa è certa: chi avrà la fortuna di averci a che fare, non lo dimenticherà così in fretta.

22 Marzo 2013
22 Marzo 2013
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