Anteprima roBOt. Christian Fennesz ci parla di The Kilowatt Hour
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Edoardo Bridda
- 19 Settembre 2013
Raggiungiamo Christian Fennesz prima via mail e poi al telefono per comprendere cosa dobbiamo aspettarci da The Kilowatt Hour, un neonato progetto che lo vede protagonista in trio assieme ad amici e collaboratori di lunga data come David Sylvian, uno che non ha certo bisogno di presentazioni e tantomeno di riferimenti al suo periodo neo romantico, e Stephan Mathieu, musicista eletroacustico piuttosto affermato e già culto tra gli appassionati del settore.
La creatura è veramente nuova: il trio ha provato nei giorni immediatamente precedenti e suonato per la prima volta assieme al Festival norvegese Punkt lo scorso 7 settembre. Ed è la prima cosa con la quale dobbiamo fare i conti vista la labilità di confini e di dinamiche ancora tutte da tracciare e definire. Figuriamoci se il progetto è poi di quelli per loro natura aperti, avvolgenti, dronici e ambientali e grossa parte dell’interazione tra i tre è affidata all’improvvisazione. Difficile pertanto, anche solo conoscendo il chitarrista austriaco, aspettarci grandi discorsi filosofici. Soprattutto via mail dove Christian, che è una delle persone più affabili al mondo, probabilmente assorbito dalla seconda assoluta del progetto il 18 settembre alle Officine Grandi Riparazioni di Torino, non ha intenzione d’investire molto tempo. Decidiamo quindi di sentirlo al telefono, già che lo abbiamo conosciuto e intervistato tanti anni fa (era il 2004) a Bologna prima dello show al Link in via Fioravanti, per scavare più in profondità e conoscere quanti più dettagli possibili riguardo allo stato delle cose del The Kilowatt Hour.
Innanzittutto si tratta di un progetto che ancora non ha finalità di pubblicazione alcuna. “E’ ancora troppo presto per pensarci ma sicuramente se le cose procederanno bene come stanno procedendo questa sarà la più logica delle conseguenze” afferma il chitarrista, che così evade la domanda più ovvia e classica in questi casi. Lo incalziamo sul nome dato al progetto dato che il Kilowatt-hour è di fatto un’unità di misura. Avete per caso utilizzato formule o equazioni matematiche gli chiedo? E lui “non proprio e poi il mio approccio è troppo intuitivo per una cosa del genere“. Niente teorie o concetti dunque. Qui si suona e semmai le energie le potrà misurare l’audience sentendo l’estemporanea interazione sonica dei tre più che scafati musicisti. Il trio baserà la performance su un’unica traccia di circa un’ora e un quarto, apprendiamo. “Stephan si prende cura delle frequenze più basse creando una base di atmosfere aperte per il piano di David Sylvian e le elettroniche e le mie parti di chitarra” afferma l’austriaco. Quindi un approccio che, mail alla mano, democraticamente si gioca “un 50/50 tra improvvisazione e parti preparate“.
La domanda è retorica ma la faccio ugualmente. E il canto? “David non canta ma ci sono degli spoken word registati che compariranno nel flusso. Sono basati su poesie e scritti di Franz Wright“. Inoltre ci sono dei visuals, immagini concrete e/o astratte presentate grazie a un maxi schermo di cui il trio è piuttosto soddisfatto. Chiedo a Christian della strumentazione, anche se la sua già la conosciamo da anni (chitarra, laptop e pedali). Stephan invece si presenta con zither, e-bow, mixer e laptop. David Sylvian, infine, è al piano e al laptop. E’ quanto basta per creare una grossa massa avvolgente, per dirla nelle parole di uno Stephan Mathieu recentemente intervistato dal Punkt Festival.

L’aspetto interessante che apprendiamo dalla nota stampa ufficiale è che Sylvian parla di un ritorno a Plight and Premonition e Flux and Mutability, ovvero ai suoi dischi con il Can Holger Czukay. Fennesz trova che entrambi i progetti abbiano un approccio simile, anche se è innegabile, dal suo punto di vista, la differente natura del sound, anche soltanto per l’interazione in trio piuttosto che in duo. Di sicuro, il prodromo di quest’avventura è Wandermude, un album pubblicato a inizio anno sull’etichetta personale di Sylvian, Samadhi Sound, al quale hanno lavorato sia l’ex Japan, sia Stephan Mathieu con cameo, nell’ultima traccia, da parte di Fennesz stesso. Eppure, specifica il chitarrista, quel progetto, che è un re-work dell’album Blemish, è nato e si è sviluppato per corrispondenza. Dal vivo, veramente, i tre hanno provato nei quattro giorni precedenti alla prima assoluta al Punkt, festival di settore, di grandi fan dei nostri specifica Christian, dove i musicisti hanno attivato dinamiche inedite e avventurose che il chitarrista ha definito, nel comunicato apparso sul sito ufficiale dedicato al progetto, come tuffarsi nell’acqua gelata.
La serata del roBOt festival (24 settembre), che con The Kilowatt Hour inaugura la sesta stagione e conclude il tour di cinque date iniziato alle Officine Grandi Riparazioni di Torino (Mito Festival), e proseguito all’Alcatraz di Milano, al Teatro Massimo di Pescara (21 settembre) e all’Auditorium Parco della Musica di Roma (22 settembre), sarà probabilmente quella che presenterà lo stato più avanzato dell’affiatamento di questi splendidi musicisti. Chiudiamo al telefono con Christian chiedendogli del nuovo lavoro solista. Ci sta lavorando dice. Ha suonato recentemente proprio con Mahieu nel ruolo inedito di batterista, lui che come batterista ha iniziato la carriera per poi dedicarsi a quel mix di elettroniche e analogiche che lo hanno reso famoso nell’ambiente elettronico. Sicuramente vuol tornare a collaborare con Steven Hess, ospite nel suo ultimo EP Seven Stars, primo lavoro a introdurre le percussioni in una sua produzione. “Sto lavorando con alcuni batteristi ma non sono sicuro che finiranno nel mio prossimo lavoro. Quello che ti posso dire è che uscirà per Editions Mego nel 2014. E che non ci saranno grossi stravolgimenti. E’ sempre importante assorbire nuove influenze ma per me è giunto anche il momento di concentrarmi sui miei fondamentali e scavare ancora più a fondo“.
