Christmas On Mars

Un viaggio in versione celluloide nei meandri della coscienza e della vita umana, un dramma tragico venato di humour nero e surreale.

Ben sette anni sono trascorsi dall’inizio delle riprese di Christmas On Mars, ovvero Flaming Lips on film, impresa cominciata a girare nel 2001, terminata nel 2005 e il resto in post-produzione fino a metà 2008; a novembre dello stesso anno risale l’uscita in DVD. Nello stile autarchico della band, la pellicola è naturalmente artigianale, low budget e autoprodotta, con cast prevalentemente fai da te (band, staff, parenti, ad esclusione di qualche amico attore, come Adam Goldberg, il comico di Saturday Night Live Fred Armisen e Steve Burns), alla regia c’è Wayne Coyne aiutato da Bradley Beesley, documentarista e co-regista dei video della band di Oklahoma City.

Cosa aspettarsi allora dall’ennesimo delirante lunapark lipsiano in versione celluloide? Niente di troppo diverso in fondo, per chi li ha sempre frequentati, dal loro stile psych freak. L’ambizioso ed elaborato (concettualmente) loro ultimo parto si può definire l’approdo ultimo di un percorso che ha fatto da sempre della tenacia, della tensione morale e dell’ottimismo venato di humour surreale e caustico la loro cifra stilistica. A chiudere un cerchio, forse, e riaprire, chissà una nuova fase in un prossimo futuro.

Ossessione è la parola chiave per entrare in Christmas On Mars. La storia che fa da collante al film si svolge nel futuro, su uno spettrale pianeta Marte colonizzato dai terrestri; siamo alla vigilia del primo loro Natale passato lì, in una stazione spaziale ormai quasi in avaria, dove si verificano strane allucinazioni, blocchi psichici, suicidi e paranoie da isolamento, mentre nel frattempo si sta cercando di riparare le macchine e di dare un senso di ottimismo, celebrando la festività, anche in occasione della nascita del primo bambino lì; nascita artificiale che simboleggia l’inizio della colonizzazione marziana. L’arrivo di un bizzarro superessere, Coyne stesso, che ripara il generatore d’ossigeno, infonde speranza alla crew tutta e si riesce anche a risolvere un problema di gravità. “It’s magic and hard work that really gets the job done”, la filosofia coyniana sottesa in questo esprime compiutamente il suo credo (“siamo artefici della nostra felicità”). In altre parole, ottimismo e realismo. E un pragmatismo assoluto su tutto.

Ossessione si diceva poc’anzi. La genesi di Christmas parte da lontano e mette insieme alcuni nuclei tematici delle personali ossessioni della mente di uno come Wayne Coyne. L’inconscio e i ricordi dell’infanzia, la differenza tra ciò che ricordiamo a posteriori e ciò che rimane sepolto nel subconscio, la parte infantile di noi tutti a cui da adulti difficilmente si riesce più ad accedere. In altre parole, i nostri viaggi interiori nel tempo. E la capacità difficilissima, che hanno pochi, di riuscire ad accedervi anche da adulti. Questo il punto di partenza che ha dato vita all’idea del film, cristallizzatasi dopo la morte del padre di Coyne, avvenuta nel 1997. C’è anche la fascinazione per l’oscurità e il senso del magico e dell’imprevedibile, presente negli anni formativi infantili, insieme al senso di luci ed ombre, così importante per un  graphic designer qual è anche  il Nostro. Luce ed ombra così correlate alle paure infantili del resto.

Ancora la sensazione claustrofobica dell’isolamento e della relativa conseguente paranoia, così dominante in alcuni characters del film, i quali rappresentano la parte psichica che è rimasta intrappolata in un meccanismo e contro cui altri personaggi oppongono di contro  il loro humour surreale e una certa dose deterrente di ottimismo. C’è in tutto ciò anche la percezione evidente della nostra fragilità, pur in un mondo ipertecnologizzato qual è quello attuale. And the fight for our sanity will be the fight of our lives. La paranoia da isolamento è anche quella che circolava nei Settanta intorno a una favoleggiata conquista USA del pianeta Marte non andata  a buon fine e di conseguenza mai rivelata al mondo. Leggenda che fa un po’ il paio con la (supposta) conquista della Luna nel 1969. Teorie cospirative sul loro governo che tanto piacciono e continuano a piacere agli americani del resto.

E su tutto, ritorna il senso della comunità e della famiglia, del clan così tipico dell’universo Lips. A proposto di ricordi, Coyne rivela come la storia si basi essenzialmente  su di un (falso) ricordo della madre che, rimasta di notte sveglia davanti alla televisione  – siamo a metà degli anni ’70 –  aveva rielaborato, addormentandosi, qualcosa che credeva di aver visto in un film. La storia appunto che si svolgeva in una pellicola degli anni’40 su di uno sperduto avamposto, tipo sottomarino o astronave, dove una ciurma ormai alla deriva per guasti meccanici e convinta di dover morire, nel momento in cui affronta la morte e la accetta, viene visitata da un’entità sovrannaturale e si trova così cambiata positivamente dall’evento. Che è quel che succede in Christmas d’altra parte. Inutile dire che il film oggetto del sogno-ricordo si rivelò poi difficile da trovare nel corso del tempo e che sia stata maturata da Coyne la convinzione che non fosse mai esistito.

Se la genesi di Christmas  ha avuto le radici fin qui esaminate, quali sono state invece le influenze filmiche e tematiche che ne hanno determinato il risultato finale? Si è già detto della sua lunga elaborazione e postproduzione, frammista alla lavorazione degli album da fine ‘90 ad oggi. In mezzo alle riprese anche la dipendenza, poi vinta, da eroina del protagonista del film, il batterista Steve Drozd (alias Major Syrtis) tra le altre cose. Forse Eraserhead  o Dead Man misti a fantasia e aspetti spaziali, come Il mago di Oz e probabilmente 2001-Odissea nello spazio, ma realizzati senza veri attori o budget e ambientati durante il periodo natalizio. La storia che si svolge possiede della magia infantile mista a una situazione tragica e realistica”. E’ Coyne stesso ad offrirci suggerimenti sulle alcune delle influenze, dal commento a Christmas On Mars sul sito ufficiale flaminglips.com. Certamente essenziali sono stati Kubrick, la magia e la speranza di un film come Il mago di Oz di Victor Fleming, l’artigianalità, il paesaggio industriale ed emotivo desolante di Eraserhead di David Lynch (ma il bambino dell’allucinazione in Christmas è più tranquillizzante!), il senso del surreale  e del parodistico delDark Star di John Carpenter, frammisti a spruzzate di Solarise Tetsuo. Senza dimenticare però la science fiction più popolare di fumetti, b-movies e serie TV, quali Star Trek, e uno z-movie scombinato quale Santa Claus Conquers The Martians (di Nicholas Webster,1964) che fa il paio con i film del famigerato Ed Wood. Un immaginario fertilissimo per chi cresceva negli psichedelici Sessanta-Settanta tra hippismo  e controculture. E il senso delcitazionismo diffuso da sempre nei Lips.

Girato in 16 mm con prevalenza del bianco e nero (il colore viene associato al suono in scene topiche, come le disturbanti visioni del Major Syrtis o l’apparizione del marziano verdissimo e ipercolorato Coyne), Christmas On Mars è di base un film puramente artigianale – girato per la maggior parte nel giardino di casa – ma con ambizioni “arty”: ritmo rallentato, esplosioni soniche, pellicola invecchiata e via dicendo. Sarebbe un errore considerarlo unicamente come prodotto a sé stante – prodotto di modesta caratura, in verità. Altra cosa è immetterlo contestualmente nell’universo lipsiano, da dove scaturiscono, come si è già visto, una miriade di sensi compiuti, che partono da lontano nel tempo e chiudono completando il cerchio di un’esperienza più o meno trentennale all’insegna dell’immaginazione e della psichedelica più sfrenata e liberatoria.

Si diceva dell’irruzione della musica  in alcune scene; la colonna sonora  viene acclusa all’edizione speciale di questo DVD, ed alcuni estratti erano già stati pubblicati negli anni scorsi; la composizione risale alle session di quello che sarebbe poi diventato Yoshimi Battles The Pink Robots (2002). Lo score strumentale, che irrompe sonicamente a maggior volume in alcune delle scene più deraglianti, ha derivazione prettamente ambient con inserti kraut orchestrali: Drozd negli extra del DVD cita non a caso Bernard Hermann, Brian Eno e Stravinskji come maggiori influenze compositive. E Coyne parla di tono drammatico della musica che ben si adatta e amplifica la tragicità e l’amarezza di fondo  della pellicola.

Ultimo paradosso e humour nero dei Nostri, la mancanza di sottotitoli – inglese compreso – se si escludono i soli presenti, in cirillico (!). Ad un esame degli stessi nei titoli di coda di Christmas, è stato sottolineato che la traduzione non è neanche letterale, ma immette dell’altro, come ad esempio commenti sulla ricerca della felicità nella vita e via discorrendo. Ennesimo detour di senso. Ma non ci aspettavamo davvero niente di diverso.

La vita è dura per lo più priva di senso. Ma sta a noi renderla migliore. Sta a noi cercarne il magico e il senso di meraviglia sotteso. E nel significato più profondo, scoprire cosa sia il sublime. Ce la possiamo fare, al di là delle sofferenze, a creare la nostra gioia e la nostra felicità. Questo è il Natale di cui parliamo”. (Wayne Coyne, 2008)

17 Giugno 2009
17 Giugno 2009
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