Flying Nun Records e il Dunedin sound

1981-2011. Ovvero, trent’anni non sono noccioline. L’elezione di Reagan per il primo mandato, l’arresto del terrorista nero Giusva Fioravanti e di quello rosso Mario Moretti, la scoperta della loggia massonica P2. E ancora la morte di Bobby Sands, quella di Rino Gaetano, lo switch off su un modo di fare tv con la tragedia di Alfredino Rampi telediretta, il lancio del primo pc (il 5150 di IBM), Carlo e Diana si sposano mentre Mumia Abu-Jamal viene arrestato per omicidio.

Non c’era ancora il cd e la musica viaggiava su vinile e cassetta, per radio e fanzine. I Metallica erano sul punto di formarsi, Bruce Dickinson saliva per la prima volta sul palco con gli Iron Maiden mentre Simon & Garfunkel facevano il pienone al Central Park; gli EN pubblicavano Kollaps, Brian Eno il seminale My Life In The Bush Of Ghosts e i Throbbing Gristle mettevano la (prima) parola fine alla loro esperienza.

Questa breve e non esaustiva carrellata, completabile a piacere presso un wikipedia qualsiasi, è lì a ricordarci quanto tempo sia passato e come il mondo (musicale, ma non solo) sia cambiato da quando Roger Shepherd decise di dare una forma compiuta alla sua voglia di documentare la nascente scena di Christchurch. Seconda città più importante della Nuova Zelanda e prima dell’isola più meridionale, Christchurch è un agglomerato urbano di non più di 400mila anime che poco o nulla dirà a chiunque, ma che acquista una certa importanza per le sorti della musica indipendente mondiale. Ben presto infatti la città natale del boss Shepherd si gemellerà idealmente con quella che di lì a poco avrebbe unito il proprio nome a quello di un intero sound e che fu il luogo in cui avvenne il fattaccio: Dunedin.

Fu lì infatti che, folgorato da un live della band di Chris Knox, gli Enemy, ma soprattutto dalla band che ne apriva il concerto, i Clean, Roger decise che era il caso di spingere oltre la propria passione per la musica, allora limitata al lavoretto pomeridiano in un negozio di dischi, e passare al di là della barricata. La Flying Nun – nome ispirato all’omonima fiction americana di fine ’60 – era nata. L’estetica del suono della label, così come dell’intero “kiwi-pop”, era ancora lontana dal formarsi, ma i primi passi furono, in questo senso, decisivi.

Come spesso accade, infatti, la prima release effettiva non passa alla storia, ma cede il passo a quella che entrerà direttamente nella leggenda. Il 7” Ambivalence dei The Pin Group (capitanati da un insospettabile e giovanissimo Roy Montgomery!) reca il numero 001 nel catalogo della Flying Nun, ma rimane la prima uscita soltanto sulla carta o per i codici di catalogazione. Il dischetto a 45 giri che segnerà invece l’ingresso della label nel mito è Tally Ho! dei The Clean, forse in assoluto – e di diritto, insieme alle varie incarnazioni assunte da Chris Knox – il vero asse portante della Flying Nun. L’aver scalato le classifiche nazionali fino al numero 19, grazie anche ad un amatoriale video girato proprio da Knox, fu decisamente un grosso aiuto allo sdoganamento della Flying Nun. Nello stesso modo, l’ep split a quattro voci in un insolito formato in doppio 12” dall’eloquente titolo The Dunedin Double EP, inanellando tredici perle di quattro seminali formazioni dell’isola sud della Nuova Zelanda (Chills, Sneaky Fingers, Stones e Verlaines), lo fu per la coesione interna del fermento indie nazionale. Cementando cioè quella scena inter-cittadina che di lì a poco avrebbe attirato i riflettori con varie definizioni: kiwi-rock, kiwi-sound e Dunedin sound le più note, pur nella (inutile) onnicomprensività.

Soprattutto quest’ultima ha goduto – e gode tutt’ora – della stima incondizionata di critica e musicisti d’oltreoceano, se gente del calibro dei Pavement ha rimarcato spesso l’influenza del Dunedin sound sul proprio indie-pop o se riviste titolate come Uncut, non più tardi di un paio di anni fa, affermavano che, nell’era pre-mp3, i tre assi portanti dell’universo indie-pop underground fossero la Olympia della K Records, la Glasgow del giro C-86 e proprio Dunedin. E sono gran belle soddisfazioni.

Ma cos’è il Dunedin sound? Quali le sue origini, il suo fascino, la sua apparente eternità? Immaginate un suono chitarristico jangle-pop oriented, pieno di melodie insieme appiccicose e dissonanti, irregolare, instabile, umorale e ovviamente lo-fi, imparentato tanto col garage-rock dei 60s quanto con le ascendenze psych e velvettiane, ma condensato in una forma-canzone che di rado supera i tre minuti. Più che un suono, le cui coordinate di base abbiamo vagamente descritto qui sopra, è però una suggestione quella finita sotto quel cappello onnicomprensivo. Un atteggiamento ribellistico, fieramente do it yourself, entusiastico ed eccitato come solo l’età dell’innocenza in musica sa essere. Figlio dell’urgenza di una generazione di ragazzetti from down under pronti a crearsi in casa ciò che la geografia aveva loro negato, relegandoli a distanze siderali dai centri nevralgici del rock.

Una sfilza di nomi secchi e diretti (Chills, Clean, Bats, Tall Dwarfs, Verlaines, ecc.), spesso se non sempre imparentati tra di loro, a dimostrazione di una scena insieme coesa e quantitativamente limitata, ma capace di tenere alto il vessillo dell’undeground neozelandese ben oltre i confini nazionali e di superare la prova del tempo. Questo nonostante (o forse proprio grazie a) una produzione frammentata e disseminata in una serie infinita di pezzi piccoli, tra 7” e 12”. Non è un caso che Chills e Bats siano arrivati al full-length solo nel 1987, mentre Clean e Tall Dwarfs addirittura nel 1990, tutti dopo una serie sterminata di vinili piccoli e cassette.

A chiudere il cerchio, l’attualità. Per festeggiare degnamente il trentennale, la label neozelandese – da poco ritornata in possesso del fondatore Sheperd, dopo una parentesi che la vide ceduta nei primi 90s alla Mushroom Recs per poi passare sotto il controllo della Warner – ha organizzato il proprio (auto)tributo: il Nunvember. Trenta concerti per trenta giorni di festeggiamenti di qua e di là dall’oceano in cui vecchie glorie e giovani virgulti invaghiti del Dunedin sound sono saliti sul palco per rinverdirne la leggenda e mostrarne l’attualità.

Nello stesso modo, una serie di recuperi e ristampe (i 3D’s di Early Recordings, Daddy’s Highway dei Bats e molte altre ancora) e un paio di ottime compilation sono in uscita per rinfrescare la memoria ai meno attenti. Time To Go: Southern Psychedelic Music 1981-86, innanzitutto. Una compilation curata niente meno che da Bruce Russell dei Dead C e pronta a mostrarci come le propaggini del kiwi-pop potessero anche accendersi di svarionate psych. Del lotto, una serie di misconosciute formazioni intente a trafficare con soluzioni texane (Six Down dei Playthings), post-punk (Jim dei Pin Group), sixties (Russian Rug dei The Builders ricorda i B52’s sotto dopamina), dark-weird-wave (I Just Can’t Stop dei The Gordons), ossessivamente noisy (i The Chills di Flamethrower) e via via tutto quello che c’è nel mezzo, per venti titoli che soddisferanno più di un curioso.

Tally Ho! Flying Nun’s Greatest Bits, invece, già dal titolo chiude la parentesi iniziata trent’anni fa con un doppio cd in cui il versate più pop del catalogo – i soliti Clean, Bats, Chills, Verlaines ecc. nel primo disco – e quello più noisy – Tall Dwarves, 3D’s, Dead C, Shocking Pinks – mostrano forse lo spaccato più esaustivo del suono della label neozelandese e del Dunedin sound tutto, esaltandone la trasversalità e la “sfaccettata sfacciataggine”. Scaviamo un po’ più nello specifico le coordinate basilari per orizzontarsi in un mondo così (poco) lontano. (SP)

Dunedin sound sounds great. Quattro punti cardinali per orizzontarsi meglio

The Clean

Non è un caso che la compilation che celebra i trent’anni di casa Flying Nun prenda il nome dal primo singolo dei Clean. Tally Ho! è uno di quei brani capaci di generare un culto, di definire un’estetica. Un uovo di Colombo la cui genialità non è certo da ricercarsi nell’esecuzione, quanto piuttosto nell’attitudine e nella capacità di far di necessità virtù. Nel senso che se i tuoi mezzi tecnici sono ridotti al lumicino e la sensibilità non ti consente di abbandonarti alle efferatezze del punk, tanto vale esprimersi come meglio si può. Ecco allora la melodia da scuola materna di Tally Ho!, con la sua naiveté e quello spirito da “buona la prima” che è l’essenza stessa del ’77.

Difficile pensare a tutto questo senza la rivoluzione copernicana del punk: fino ad allora in Nuova Zelanda non era nemmeno mai esistita una scena musicale autoctona. I fratelli Kilgour sanno appena imbracciare gli strumenti ma, travolti da quell’onda anomala che aveva destato dal torpore la sonnolenta Christchurch, sentono che questo non può costituire un limite alla loro creatività. Reclutato il chitarrista Peter Gutteridge, iniziano la loro avventura smozzicando canzoni sulla scia degli Enemy di Chris Knox, la cosa più vicina a una punk band che giri dalle parte della Nuova Zelanda. E’ qui che il giovane Roger Shepherd diventa il loro fan più accanito, tanto da decidere di dar vita alla minuscola Flying Nun per fissare su disco la loro musica e, più in generale, un fermento che pare minato da un senso di precarietà.

Tally Ho! esce nel 1981, quando i Clean hanno già perso l’apporto di Gutteridge e acquistato, al basso, l’ex Electric Blood, Robert Scott. Grazie al suo appeal selvaggio, il singolo raggiunge la posizione numero diciannove delle chart neozelandesi, accendendo i riflettori sull’etichetta che da quel momento catalizzerà la “meglio gioventù” sonica dell’arcipelago. Intanto, sempre nell’81, i Clean danno alle stampe l’ep Boodle Boodle Boodle, registrato con un quattro tracce a casa di Chris Knox: cinque brani che svelano un’istintiva vena pop e una beata indolenza stemperata nella cantilena barrettiana di Anything Could Happen e nel post punk accidentato e dissonante di Billy Two. Le cronache narrano di concerti infuocati, muraglie di feedback ed elettricità satura, ma su disco la povertà dei mezzi esalta il lato più eccentrico della band. Le loro sono canzoni sfilacciate e senza nerbo, divise fra scossoni convulsi e una slackness primitiva.

Un oscuro mantra velvetiano (Fish) e la stridula isteria di una Tally Ho! appena meno infettiva (Beatnik) sono le perle dell’ep Great Sounds Great, che la band pubblica 1982. C’è ancora tempo per il singolo Getting Older, dal chitarrismo bruciante e deviato, quello che più si avvicina alla roboante matassa sonora della band e che fungerà da calco per tutta la prima produzione dei Pavement, prima che David Kilgour accantoni il monicker per dedicarsi ai molteplici progetti che lo vedranno attivissimo per tutti gli anni 80.
Si chiude così la parabola dei primi Clean. Appena una manciata di brani (successivamente raccolti nell’album Compilation) e un’eredità pesantissima che risulterà talmente evidente sul finire degli 80s da convincere Kilgour a trovare il tempo per ricostituire la band e pubblicare il primo vero album, Vehicle, nel 1990. Il suono si è fatto più pulito e professionale. Tutta la scena è cresciuta insieme ai suoi protagonisti. Il folk pop della band ora splende di luce propria, anche senza quella sbilenca armonia che lo rendeva così irresistibile. Nondimeno i Clean alterneranno album belli ad altri bellissimi, realizzati nella totale noncuranza di ritmi e logiche commerciali. Non solo: dal loro ceppo sarebbero cresciuti alcuni dei germogli più rigogliosi del Dunedin Sound.

The Bats

Un esempio? Dopo il primo scioglimento dei Clean, Robert Scott, passato alla sei corde, arruola l’ex bassista dei Toy Love, Paul Keanin, il batterista Malcom Grant e la chitarrista Kaye Woodward per dar vita ai Bats, il gruppo che negli anni 80 svolgerà un ruolo capitale all’interno della scena. Con l’ep By Night (1984) mettono i paletti di un indie pop che viaggia spedito su propulsioni ritmiche inarrestabili e un isterico schitarrare elettroacustico. Una sorta di corrispettivo neozelandese di Orange Juice e Joseph K, caratterizzato però da un’assenza endemica di coolness. Basta guardarli, in quei video girati per le strade di Christchurch, fra risolini ed espressioni smarrite. Il sound, poi, che caracolla e incespica su melodiose strutture folk, ha un senso di precarietà che li rende irresistibili. Bisognerà far passare altri due anni e altrettanti ep (And Here Is The Music For The Fireside! e Made Up In Blue) prima di poter ascoltare il loro esordio sulla lunga distanza. Daddy’s Highway è il disco che fa dei Bats l’avanguardia pop del nuovissimo continente; un lavoro che riascoltato oggi non perde un grammo della sua freschezza e in cui la band viene elegantemente a patti con proprie debolezze. Le effervescenti trame elettriche si fanno più sofisticate e le nevrosi si distendono in un contesto folk pop ammaliante, cui il violino dell’ospite Alastair Galbraith dona una dimensione bucolica e atemporale. In Nuova Zelanda il successo è istantaneo, mentre per la stampa di tutto il mondo, che ne coglierà il delicato sottotesto psichedelico, il paragone con i REM sarà all’ordine del giorno.

Peccato che l’anno successivo Robert Scott decida di mettere il gruppo in stand by per prendere parte alla prima di tante reunion dei Clean. Bisognerà attendere il 1990 per vedere sugli scaffali il nuovo album dei pipistrelli. The Law Of Things, è per molti un distillato purissimo del songwriting dell’occhialuto chitarrista; di certo è quello che più di ogni altro definisce i colori cangianti del kiwi pop, nello sfumare dai brillanti jingle jangle all’opalescenza del post punk e con ampi spazi fra gli strumenti che accentuano il languore delle melodie.

Rimarranno un segreto per pochi da questa parte del mondo che proprio non saprà che farsene di un gruppo dall’immagine così poco accattivante; la cosa però non impedirà loro di realizzare altri cinque album in cui le differenze si misureranno col centimetro.

Nel ’95, dopo l’uscita di Couchmaster, un Robert Scott sempre più impegnato fra continue reunion con i Clean, il nuovo progetto Magik Heads e il tentativo di far decollare una carriera solista, mette la band in ibernazione. Quando 2005 At The National Grid riporta alle cronache il nome dei Bats, il sound è inevitabilmente upgradato, ma non per questo meno affascinante. La registrazione e la tecnica della band si sono fatte più sicure e professionali, senza che vengano meno le melodie evocative e quell’afflato nostalgico che ne fa i paladini di un’altra epoca e di un’altra sensibilità.

Sembra una rimpatriata occasionale, invece è l’inizio di una nuova stagione per i neozelandesi, che bissano nel 2009 con The Guilty Office e due anni dopo con l’incantevole Free All Monsters, dimostrando, a 30 anni dall’esordio, di saper confezionare ad arte quelle felpate carezze folk pop che solo dall’altra parte del globo sanno dispensare in modo così sincero.

The Chills

A proposito di filiazioni: Peter Gutteridge, appena uscito dai Clean, finiva nell’orbita di Martin Phillips. Phillips (oltre ad essere colui che suonava il Farfisa su Tally Ho!) è una sorta di Paul McCartney agli antipodi, cresciuto col punk al posto del rock’n’roll. Autore di centinaia di canzoni, aveva iniziato la propria carriera a 15 anni con i Same, una punk band nata sulle orme degli Enemy e degli stessi Clean. Il suo è uno dei talenti pop più spiccati dell’arcipelago. Non a caso i Chills vengono spesso considerati i REM della Nuova Zelanda, nel senso che con loro il kiwi pop assurge alla sua forma più classica, compiuta e rassicurante, arrotondando le forme e trovando l’equilibrio fra il folk pop naif e l’epica del garage Australiano.

La prima incarnazione, che oltre a Gutteridge e Phillips, vede la sorella di quest’ultimo alle tastiere, Jane Dodd al basso e Alan Heigh alla batteria, durerà appena pochi mesi e darà il via ad un succedersi di line-up che, in pratica, farà dei Chills il progetto solista di Phillips. Al momento dello scioglimento (circa ’93) si conteranno quattordici diverse formazioni, all’interno delle quali, ad un certo punto, entrerà a far parte anche David Kilgour (Phillips dal canto suo renderà il favore accompagnando temporaneamente i Clean in una delle numerose reunion). Di certo le prime registrazioni di cui si ha traccia risalgono al Dunedin Double Ep del 1982, il sampler con cui la Flying Nun presentava i gioielli di famiglia e a cui i Chills prestavano tre canzoni. Su tutte, Kaleidoscope World è quella che, nella sua gioiosa amalgama di folk umorale e melodie bubblegum, definiva le coordinate del progetto. Dal 1982 al 1986 i Chills, pubblicheranno per l’etichetta di Shepherd numerosi singoli e due ep (poi raccolti nell’album Kaleidoscope World, uscito nel 1986 per Creation Records) che contribuiranno ad accrescerne l’influenza su tutto l’arcipelago. Il capolavoro lo sigleranno con Pink Frost: un mantra chitarristico notturno, una catarsi glaciale ispirata a Phillips dal sogno (per fortuna mai avveratosi) della morte della fidanzata. Una goccia psichedelica che riverbera tutti i colori del nero e lascia il gelo nelle ossa. Paradossalmente il loro brano più noto e coverizzato è una mosca bianca all’interno di una produzione caratterizzata per lo più gioiose filastrocche elettroacustiche (Doledrums, I Love My Leather Jacket) e scorribande garage pop (Bite).

Bisogna attendere il 1987 per il primo e vero album, Brave Words che pur potendo vantare la produzione di un guru dell’avanguardia rock come Mayo Thompson, delude chi aveva ancora nelle orecchie la freschezza spensierata e un pò surreale dei primi singoli.

Passeranno altri tre anni prima che Phillips dia alle stampe il suo lavoro più compiuto ed omogeneo. Su Submarine Bell (1990) l’afflato pop è potente e magniloquente, la produzione adamantina, il tratto netto e deciso. Il perfetto blend fra rock, folk ed exploit melodici di Heavenly Pop Hits, con quell’organo da fiera paesana e la melodia che si scioglie in cori tardo Beach Boys, diventa il manifesto del disco e dell’intera carriera della band, roba da iperuranio del pop chitarristico. Al contrario, la cavalcata elettroacustica di Oncoming Day furoreggia dando sfogo agli istinti più dinamici di Phillips e soci.

Nel 1992, Soft Bomb verrà registrato negli USA da una formazione parzialmente americana. Phillips vorrebbe farne il suo Pet Sounds e allestisce una produzione sontuosa, che vede addirittura Van Dyke Parks agli arrangiamenti per la sinfonica Water Wolves. Manca forse la coincisione del precedente lavoro, ma è un dettaglio. Purtroppo la difficoltà di tenere le redini di un progetto diviso fra le due sponde dell’oceano Pacifico pone Phillips di fronte al dilemma se effettuare l’ennesimo cambio di line up, o consegnare il moniker alla storia. Sceglierà quest’ultima, salvo concedersi estemporanee rimpatriate con Sunburnt (uscito nel ’96 a nome Martin Phillips & The Chills) e l’ep Stand By (2004).

Chris Knox

C’è un nome rimasto sullo sfondo delle precedenti vicende: è quello di Chris Knox, la cui carriera si intreccia inestricabilmente con quella di Clean, Bats e Chills. Chris è il demiurgo del kiwi pop grazie alla band che fonda insieme al chitarrista Alex Bathgate, gli Enemy, e alla ferrea etica DIY che negli anni farà proseliti e costituirà il marchio di fabbrica del Dunedin Sound. Gli Enemy sono i primi interpreti delle nuove sonorità. Chris li forma nel ’77 dopo essere stato folgorato sulla via di Damasco dai Sex Pistols. Del punk gli Enemy recuperano l’urgenza e lo spirito movimentista. L’ispirazione, decisamente più melodica rispetto a quella delle formazioni inglesi del periodo, diventa ancora più evidente quando la band si trasferisce ad Auckland e cambia il nome in Toy Love. E’ in questo periodo che Knox, acquistato il primo quattro piste, inizia la collaborazione con Flying Nun, coltivando campioni di pop indipendente come Clean e Bats. Frattanto i suoi Toy Love suonano come una versione appena più arrabbiata dei Television Personalities: stesse dinamiche sgangherate, stessa ritmica essenziale. Le chitarre, più che bruciare, pennellano melodie 60s come quelle dei singoli Rebel e Don’t Ask Me. Durano appena il tempo per registrare un mini album, dal titolo Tall Dwarfs, sigla che adotteranno come moniker per il successivo progetto. Con i Tall Dwarfs, Knox e Bathgate porteranno alle estreme conseguenze la stilizzazione della loro musica.

Nelle loro canzoni non c’è neppure una batteria, i due vi sopperiscono con battiti di mano e percuotendo oggetti di varia natura. Più spesso costruiscono madrigali distorti di folk elettrico che pur nella povertà dei mezzi e nell’imperizia dell’esecuzione, mettono a frutto tutto il talento melodico di Knox. Il manifesto, Nothing’s Going To Happen, presente sull’ep d’esordio Three Songs, lo vede nelle vesti di figlioccio di Lou Reed, fra chitarre acustiche che graffiano come unghie sulla lavagna e brogliacci elettrici di sottofondo. Ci vorranno ben sette ep prima che i due si decidano a pubblicare un vero e proprio album (Weeville, nel 1990), e ancora di più prima che Chris Knox entri in un vero e proprio studio di registrazione (accadrà solo nel 2006 con il suo album solista Chris Knox And The Nothing). Nel frattempo i Tall Dwarfs diventeranno leggenda: pionieri del più integerrimo pop “fai da te”, riusciranno persino a piazzare una hit (la cantilena velvetiana di The Brain That Wouldn’t Die) nella Nuova Zelanda di quegli anni. Un luogo e un tempo in cui poteva accadere di tutto: persino che idee e creatività valessero più che immagine e hype. E che si realizzasse in sordina quell’utopia fieramente indipendente che il punk inglese aveva solo vagheggiato. (DB)

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