Decennio transelettronico

Ritrattismi

Ci vorrebbe forse un grande ritrattista per riprodurre la figura di Kieran Hebden. Qualcuno che sappia far affiorare dalle espressioni del viso la molteplicità serena di un musicista che naviga da ormai quindici anni nelle acque della musica popolare. Un viso di origini indiane (denunciate pure e in modo ironicamente contemporaneo da una t-shirt con elefante che spesso indossa), senza per questo mancare di essere un londinese medio; un’espressione per niente tesa, sorriso appena accennato, sguardo profondissimo (accentuato dalle occhiaie) e nient’affatto aggressivo. Gli occhi, in realtà, sarebbero sfuggenti e rivolti verso il basso, o di lato, come nella maggior parte delle foto che lo ritraggono (ma supponiamo che il ritrattista ometta questo particolare), a testimoniare una certa timidezza che traspare anche, a detta di molti intervistatori, dal tono della sua voce.

Non tanto per verificare questo, ma per confrontarci riguardo a una produzione che inizia a essere davvero molto sostanziosa, abbiamo fatto due chiacchiere con Hebden. Abbiamo posto domande e ottenuto risposte innanzitutto sul progetto principale che lo vede protagonista, Four Tet ovviamente, alla vigilia dell’uscita di There Is Love In You, primo album dopo più di cinque anni dal precedente – lustro intervallato invero dalla comparsa sul mercato di un EP che, come vedremo, trova cittadinanza tra le produzioni maggiori, per il valore assertivo che ha avuto.

Abbiamo però cercato di spaziare per avere modo di tratteggiare un ritratto a tutto tondo sul personaggio, dipingendone le sfumature dell’intorno. Di fronte a Kieran ci si può infatti allontanare dalla missione del ritrattista, e, di converso, concentrare sulla cornice, anzi cambiare scala e rompere gli argini verso il contesto, verso quello che forse descrive meglio il nostro tipico londinese: un viaggio nel suo network di contatti, di collaborazioni, di immedesimazioni e temporanee aggregazioni in moniker e stili di diversa provenienza. Si andrebbe così a rappresentare un magma di situazioni centrifugo più che centripeto. E questo approccio potrebbe intrecciarsi con un terzo programma di rappresentazione, probabilmente una sintesi tra i primi due.

Altra e ultima maniera è quella squisitamente biografica, che quasi sempre si legge nei giornali di musica; nato a, a vent’anni ha ascoltato questo, prodotto quest’altro. Non è necessariamente la peggiore, anche se la più diffusa, specie trattando queste righe di un musicista come Kieran Hebden: in questo caso, infatti, seguirne la vita, le vicende musico-biografiche, gli incontri, i cambiamenti, non significa solo mettere il fiato sul collo di una figura. Vuol dire prenderlo come esempio, come tipicità, di un intero decennio e più. È così che ci vogliamo approcciare a Kieran: ci interessa come figura esemplare e cartina al tornasole degli ’00 e di come essi sono sprigionati dai Novanta, per i generi di cui si è interessato mr. Four Tet.

I primi passi

Personaggio timido, si diceva, ma in qualche modo perfettamente cosciente del proprio tempo – forse in questa frase fatta si riassume nel modo migliore la cifra di Hebden; e quindi timido ma nondimeno presente nell’etere e nella rete, con decine di interviste a ogni nuova uscita; un musicista di cui non è difficile ricostruire fasi, suggestioni, letture diverse, date in prima istanza da egli stesso.

A partire da qualche confessione fatta in prima persona, si fa generalmente iniziare la vita di Kieran – come musicista, dato che come persona quella ha avuto senza dubbio avvio a Putney, Londra, nel 1980 – con un concerto dei Tortoise. È forse la prima mossa di generalizzazione del personaggio nel suo contenitore, ovvero la seconda metà dei Novanta e il primo decennio del terzo millennio. Oppure, semplicemente, è il modo migliore per passare a parlare della prima incarnazione musicale del Nostro. Quando vede la band di Chicago Kieran si innamora del loro suono e delle possibilità che il loro approccio consente. Intuisce le potenzialità di associare strumenti come la marimba e synth, set da post-rocker (che i Tortoise, per loro stessa volontà auto-revisionista, non sono mai stati) e progressione, glacialità e disinvoltura morriconiana. Troppo per il giovanissimo Hebden, che non è ancora abbastanza maturo per fare dell’esperienza un tesoro fruttuoso che vada al di là della fascinazione inevitabile. Anzi, troppo per metabolizzare tutto e subito. Ma abbastanza – e Kieran è già sufficientemente ricettivo – per trovare il lato operativo della scottatura: fondare una band di post-rock, fredda e combinatoria, intelligente e volenterosa di tentare e ritentare in sala prove di riprodurre l’insegnamento di Mc Entire e soci.

In realtà Kieran imbraccia la chitarra ben prima, all’età di dodici anni, e repentinamente passa dal tentativo di emulare Hendrix alle fascinazioni DIY della musica Riot Grrrl, e poi dal lo-fi americano a un gruppo che faceva lunghe tracce strumentali, i britannici Quickspace Supersport (poi Quickspace), che l’adolescente Hebden segue in tutti i live londinesi, che di fatto introducono il Nostro a post-rock, Soft Machine, strutture e macchine morbide e complesse.

Siamo a metà Novanta quando nascono i Fridge, che vedono tre ragazzi neanche ventenni – Kieran, obviously, Adam Ilhan e Sam Jeffers – tentare la strada d’Albione di un post che ha tanto di Chicago quanto di europeo (ma poco del coevo post-rock glasgowiano, per esempio). Tempo di fare i primi vagiti quando Kieran, in un negozio di dischi, incrocia un tale e ci si mette a chiacchierare; gli racconta della band nascente e delle sue passioni. Il ragazzo suona negli Emperor’s New Clothes, gruppetto all’epoca nelle mani del dj e produttore Trevor Jackson. Il compagno di conversazione si propone come ambasciatore di un demo dei Fridge da consegnare a Trevor, Hebden accetta e una settimana dopo riceve la telefonata del big in questione. Ditemi cosa vi serve, chiede il dj, e tempo qualche giorno e a casa di Hebden arriva per posta un registratore multi traccia, con cui i Fridge registreranno i loro early singles e i primi due album del lotto.

Per ammissione proprio di Hebden, i primi tentativi della band non sono sempre dei picchi di originalità, ma tracciano delle linee. Sono necessari apripista e anzi viatico per entrare in una forma mentis (quella dei Novanta) e traghettarla verso la successiva, con ogni probabilità ancora in corso. L’esordio ufficiale ha luogo nel 1997, con Ceepax (uscito per la Output di Trevor, appunto): c’è il basso di Adam (più tardi Adem), la batteria di Sam e una prima formulazione dell’elettronica di Hebden, accanto alla chitarra, suonata sempre dal Nostro. Non male, anche qui, come esemplarità, il rapporto tra il personaggio e la seicorde. Certo, una decostruzione costante in un tempo in cui decostruire non fa notizia, ma soprattutto una ricostruzione, per certi versi, come elemento tra i tanti della miscela analogico-digitale. Un momento aurorale a cui tornerà, come vedremo, in una traccia di apparentemente facile – troppo facile? – interpretazione come quella conclusiva di There Is Love In You, She Just Like To Fight, con richiami a quei Novanta e a quelle sonorità.

Sono rimasto abbastanza stupito di me stesso quando ho realizzato quel pezzo. Trovo che sia qualcosa che avrei potuto fare in qualsiasi momento, negli ultimi dieci anni; è come se fosse un sound che mi viene naturale, un pezzo di musica per così dire onesto nei confronti di me stesso. She Just Like To Fight è innocentemente mia, niente che mi proietti verso il futuro, giusto qualcosa di semplice e diretto. È per questo che ho deciso di metterla come ultima traccia del disco…

Una dichiarazione che denuncia una fortissima autoconsapevolezza, non c’è che dire. Parole che confortano il nostro discorso: niente fast-forward del ragionamento, ma conferme semplici e dirette, che ci autorizzano a fare un gioco di rime e rimandi, per trattare, in modo che l’espressione dia un poco del contenuto, l’esperienza Fridge. Il trio è ormai lontano nel tempo, sotto molti punti di vista, ma è anche vero che l’ultimo album della fredda ragione sociale è datato 2007 (in mezzo al lungo silenzio Four Tet 2005-2008), e che quello che possiamo tranquillamente pensare come l’uscita più interessante della band, Happiness, viene licenziato da Temporary Residence solo nel 2001, anno in cui nel catalogo Four Tet ci sono già due titoli in long-playing. I Fridge sono più di una scottatura giovanile. Una sorgente di musica che a Kieran viene naturale far sgorgare. Tanto più che in pieno 2009 esce una compila che raccoglie le primissime produzioni a nome Fridge, quelle più rotondamente tortoisiane: si chiama Early Output 1996-1998 (Domino), fa rima con l’etichetta che pubblicò Ceepax e il successivo Semaphore, del ’97, ma anche ci rimanda a quel Seven’s And Twelve’s (Output, 1998) – a sua volta una raccolta di quegli anni, che sembrò mettere una pietra tombale sulla prima fase Fridge.

Rilanciamo: da Seven’s And Twelve’s si passa, numerologia che fa da ponte, a un presunto singolo, della durata reale di trentasei minuti e venticinque secondi, e per questo intitolato Thirtysixtwentyfive. Siamo ancora nel 1998; con questo lavorio di attenta produzione Kieran licenzia l’ultima mossa con Output; il nome che compare sul fianco del doppio 12” non è più Fridge; è un moniker “solo” del Nostro, dove inizia a sperimentare qualcosa di davvero personale: l’avrete capito, è Four Tet.

Cambio di registro

In Thirtysixtwentyfive è decisivo il cambio di registro. Non più le strutture come “programma” (architettonicamente parlando), ma un “leggero urbanismo” che si regge su un tema di tromba e un rigoglioso (ma non preponderante) lavoro produttivo: suoni che finiscono per riaccendere le sinapsi già stimolate da gente come Terry Riley, o da compositori che, detto con beneficio di raffinamento, usano tutte le fasi della creazione discografica come momenti dove avere pieno controllo degli strumenti. Ragionamento, esecuzione e, naturalmente, studio, stanze dei bottoni. Il travaso della complessità del post cambia affluente ed estuario insieme.

Gli ascolti di Kieran si dilatano a 360 gradi, e il suo orecchio inizia a occhieggiare con fare sornione a jazz e hip-hop. L’inizio del college coincide con l’acquisto di un laptop. Il resto già lo immaginate. Computer e un hi-fi diventano la strumentazione, la sua stanza il suo studio, insieme a un registratore con cui raccogliere tracce di tutto e poi manipolare, missare, editare. Su Dialogue (Output, 1999), il primo album a nome Four Tet, e soprattutto su Pause (Domino, 2001) ci sono tutti questi suoni registrati e trasfigurati. Hebden diventa maestro della tecnica, soprattutto per i bassi, che non riproducono mai suoni già esistenti come tali (o suonati per esserlo), ma lo diventano rallentando a dismisura le frequenze di chissà cos’altro. Per confezionare Untangle, brano di Pause, Kieran lavora moltissimo su un’arpa e sul trattamento di quella con programmi informatici. Il massimo dell’artificio dal massimo simulacro di sonorità naturale. Unicamente le percussioni sono analogiche, ancora intoccabili.

E non è un caso: il ritmo diventerà con gli anni protagonista assoluto. Per ora la sua preponderanza è dimostrata in termini di reverenza e rispetto, una specie di trattamento speciale riservato a qualcosa per cui bisogna avere una degna preparazione, prima di affrontarla. Nel frattempo, ai tamburi è dedicata un’enfasi espressiva che spicca sul resto; in Dialogue c’è tanto jazz nella batteria, che anticipa uno sfogo mancato che da lì a qualche anno verrà sanato dalla collaborazione con Steve Reid, mago e velocista jazz delle pelli tese.

Ma devono passare ancora degli anni. Tra ’99 e 2000, più che il jazz, forse, lo spartiacque – quanto meno con gli altri componenti dei Fridge – è l’hip-hop: un amore per così dire “negato” spesso dalla critica. Hebden inizia la sua attività come Four Tet e non tutti si accorgono che lui preferisce (come dichiara spesso) interfacciarsi all’hip hop piuttosto che al vecchio post. In Dialogue nasce poi una sorta di malinteso, spesso sostenuto dalla conoscenza e dalla frequentazione di Dan “Manitoba” Snaith, che in quegli anni, e soprattutto poi, con il progetto Caribou, viene preso come esemplare da studiare, a proposito di indietronica. A proposito del montaggio, qualcuno parla di folk-tronica per l’incastro tra strumenti suonati ed elettronici, soprattutto nelle atmosfere più rilassate e downtempo di Pause e di Rounds (Domino, 2003), terzo album effettivo targato FT. Per il resto, il rapporto tra i due è propizio; Kieran conosce Dan prima ancora della nascita del progetto Manitoba, e Four Tet viene indicato come riferimento costante di Snaith. È inoltre Hebden che lo indirizza alla Leaf e che gli propone di mixare un suo pezzo di Pause per far girare il nome.

Un meccanismo, quello dei remix, che fra l’altro è stato fondamentale innanzitutto per Four Tet. A partire dal 1999, all’indomani dell’uscita di Dialogue, la Warp gli chiede di remixare un pezzo di Aphex Twin per la compila del decimo anniversario della label. Il lavoro piace e il nome Four Tet inizia a girare tra coloro che vengono dall’IDM e hanno bisogno di una rinnovata freschezza della fonte – o di un glitch che fa stare bene, più che scassare le meningi. Hebden è la figura giusta al momento giusto; ed è molto bravo – e umile – a buttarsi a capofitto nel nuovo mondo elettronico, ad accettare remix anche rischiosi e a lavorare moltissimo nella nuova veste ibrida di musicista e produttore.

L’ampiezza del suo network di contatti e collaborazioni cresce moltissimo in due-tre anni, cioè prima dell’uscita di Everything Ecstatic (Domino, 2005), terzo album a nome Four Tet, sostanziale consacrazione del personaggio, ma anche un forte discrimine nella produzione, dato che, tra Ecstatic e There Is Love In You, non ci saranno album , solo un EP, lo splendido (e miliare) Ringer. Kieran, giusto per dare un’idea dell’hype che si sta creando attorno a lui, apre per il tour europeo dei Radiohead, nel 2003, ne remixa una traccia da Hail To The Thief, lavora con nomi più noti di lui e inizia ad avere la statura per promuovere a sua volta altri personaggi.

A forza di missare e lavorare con produzioni altrui, inizia a prenderci gusto, con l’arte del djing, prima come aspirazione occasionale, poi come professionista vero e proprio. Lo si conosce ormai non solo presso gli idiemmers, ma anche nel mondo della club culture. La strada sembra tracciata, così come il suo perfezionismo. Eppure in Hebden non si stabilizza nulla. A ridosso dell’uscita di Everything Ecstatic qualcosa si incrina, nell’amore verso le tecniche laptop-music. Cresce il desiderio di complessificare la faccenda, sperimentare altre cose, e soprattutto fare jazz; atteggiamento a cui Hebden ci ha abituati: se c’è qualcosa che gli piace, prima o poi cercherà di farlo lui stesso.

Grazie a un giro di contatti Kieran riesce a incontrare il batterista jazz Steve Reid, con il quale tiene un paio di concerti a Parigi, nella primavera del 2005. È un nuovo inizio, che fa riemergere quel rispetto reverente già segnalato nei confronti dei tamburi. Ora c’è un batterista vero, un africanista jazz tra i migliori in circolazione, la persona giusta con cui intraprendere un’iniziativa senza minimamente sapere dove andare a finire. Kieran riesce così a esternalizzare il suo impulso jazzistico verso le percussioni, per di più con una collaborazione duratura. Nasce il combo Kieran Hebden & Steve Reid, che fissa improvvisazioni e scambi nei due The Exchange Session Vol. 1 e The Exchange Session Vol. 2 (entrambi Domino, 2006), come prima tappa del processo. Gli episodi successivi saranno Tongues (Domino, 2007) e NYC (Domino, 2008), capitolo quest’ultimo dove il duetto di elettronica e free-jazz si trasforma nella profferta di una personale (ma a due teste) versione della ritmica newyorkese a respiro mondiale.

L’incontro con Reid per Kieran è qualcosa di davvero catartico: Steve fa il ruolo del maestro di vita e di esperienze, gli mostra il mondo (soprattutto dell’Africa) e gli apre ulteriormente la testa, come si suol dire. Hebden impara e assorbe come una spugna. Più che i dischi insieme, ammette, è la partecipazione attiva al suo ensemble a essere estremamente formativa. Londra viene ridimensionata, mostra i suoi limiti, le sue illusioni cosmopolite. L’intelligenza di Kieran è però contenuta anche nella capacità di non rifiutare mai il proprio passato, la propria esperienza, ma di metterla a frutto con il presente. Tra il 2005 e il 2008 Hebden si trova bene a fare altro, che non sia “Four Tet stuff”. La doppia raccolta Remixes (Domino, 2006), sempre a nome Four Tet, denota un cambio di equilibrio tra produzione e creazione, sbilanciato ora verso il primo polo della categoria: remix scelti da Hebden nel primo disco, un misto tra remix fatti da lui e da altri nel secondo.

Non solo: Kieran si vede bene come produttore e decide di accettare di occuparsi della registrazione e finalizzazione di Fire Escape (Smalltown Supersound), disco del 2007 dei Sunburned Hand Of The Man; il risultato vedrà soddisfatti in molti e la conseguenza sarà la curatela completa della fase in studio del disco successivo della band della “New Weird America”, un paio di anni dopo. Un’altra via di fuga, un altro modo di fare altro e rimanere sempre se stesso. Un filone in più, che rende sempre meno impellente, agli occhi del Nostro, la necessità di fare uscire l’album n°5 di Four Tet.

Pane ed elettronica

E qui veniamo all’altra “infanzia” musicale hebdeniana, che oggi acquista rilevanza e decisiva consistenza, sicuramente più di quanto sarebbe successo cinque anni fa – per non parlare di dieci. Del resto, abbiamo iniziato il secondo paragrafo dell’articolo dicendo “si è soliti”, o “si fa generalmente”, sottendendo dunque un’alternativa, una possibile ripartenza, un’altra angolatura o taglio. L’abbiamo rimossa volutamente, per riprendere tutto da capo e riconsiderare tutta la situazione storica del Nostro. La chiave è tornare a qualche anno più indietro, non necessariamente prima rispetto a quel grado zero individuato dall’incontro con i Tortoise. Nel periodo in cui il giovabe Kieran iniziava a cimentarsi con l’idea di passare dallo strimpellio a un progetto musicale, attorno a lui c’era l’Inghilterra e le sue high school, traboccanti di jungle e drum’n’bass.

Jungle everywhere”, ma anche un borbottio costante di suoni d’elettronica garage. Quegli anni in Inghilterra si cresceva anche con la 2-step delle radio pirata. Kieran vive quell’incrocio di riferimenti che sembra poco pertinente citare ora, ma che in realtà forse è particolarmente adatto per inquadrarne tutta la storia. Prendete il post-rock da un lato, il 2-step garage dall’altro. Fatte passare qualche anno (frullandoli) e provate a immaginare cosa possa venirne fuori. Lezioni di maestria ritmica, forte affezione al ritmo, dipendenza quasi; eppure grandissimo controllo della pasta del suono e del suo effetto catartico. Un melange di vintagismi analogici, di suoni suonati e di trattamenti digitali. Insomma, tutto questo non sembra particolarmente calzante, per il progetto Four Tet?

Kieran non è il solo, ovviamente, nell’elite dei miscelatori di suoni della UK ’00, a fare quelle esperienze. Il 2-step, come ci confida lui stesso, è alla base della nascita e progressione di un’amicizia forte, personale e musicale, quella con Burial:

Io e Burial siamo cresciuti con il 2-step, un genere che ha sicuramente avuto un’influenza enorme sulla musica di entrambi. Quando ascolto le sue cose sento immediatamente il tentativo ben riuscito di prendere dosi massicce di 2-step, aggiornarlo e adattarlo a nuovi contesti. Sono un fan di vecchio corso della sua musica e siamo amici da molto. Abbiamo iniziato a fare musica insieme un sacco di tempo fa, e lo sviluppo naturale – eccitante e divertente – è stato lavorare insieme.

Il 2-step è un tassello sicuramente fondamentale, nella musica e nella formazione di Hebden. Ma la cosa più interessante è che tale tassello si inserisce nel mosaico di un humus culturale che è diventato imprescindibile per leggere la stessa produzione Four Tet-iana di oggi. Non ci riferiamo solo a Moth / Wolf Cub, il misterioso singolo che a inizio 2009 ha sancito, con un’uscita ufficiale, la collaborazione tra Burial e Four Tet. E’ tutta la club culture a rifrangersi nelle esperienze di Kieran degli ultimi anni. La pausa di produzione interrotta da Ringer EP non è stata per nulla silenziosa, per il Nostro. Ha significato anzi musica a tutto volume, ma quella musica d’altri di cui si occupano i dj dei club. Già dal 2001 Kieran iniziava a sentire che il mare magnum di dischi che si ritrovava in casa, rigorosamente su supporto vinilico, sarebbero potuti divenire il materiale per fare un po’ di djing. Per uno come lui, e per la destrezza – diciamolo – con cui sa muoversi, tra il dire e il fare è bastato un giro di telefonate e e-mail.

Tra 2005 e 2006 riceve l’incarico da residence dj al The End di Londra, dove incontra Timo Maas, con cui poi condividerà svariate serate nei due anni successivi. L’incontro più importante è però con un altro personaggio, suppergiù suo coetaneo peraltro, ma davvero importante per il mondo dell’elettronica inglese. Si tratta di James Holden, responsabile della label Border Community – fondamentale universo post-IDM – e autore di quella gemma solitaria e poliedrica che è The Idiots Are Winning (Border Community, 2006) – un disco della cui influenza non smetteremo di stupirci ancora per parecchio, plausibilmente.

Credo che sia stato molto interessante per me assimilare i suoni e i ritmi del giro Border Community, per poi farne la mia traduzione personale, per esempio nella fase di arrangiamento dei miei pezzi. Mi piace sempre mettere nel mio quello che sento e vedo fuori; ma nel caso di Border Community penso che l’ispirazione che ho ricevuto sia stata più ampia del solito. Ho suonato parecchio nel club di James Holden e in lui ho trovato una persona con cui condividere moltissima musica e interessi musicali. È innanzitutto una persona che si dedica con completa abnegazione alla musica: lo dimostra il modo in cui è riuscito a mettere in piedi proprio la sua label.

Certo le analogie tra Kieran e James non mancano. Entrambi latitano nel mercato musicale per qualche anno ma fanno talmente tante cose che non si può non parlarne. È così che in un lustro Kieran cambia radicalmente ambiente: dall’idrovoro hip-hop e dal downtempo alla velocità di Reid e della musica da club. Four Tet inizia a essere assimilato alla schiera di talentuosissimi produttori di talento prodotti in terra d’Albione. Le sue nuove attività non fanno più chiedere, da parte dell’intervistatore di passaggio, di raccontare i rapporti con il Caribou del caso; il fuoco si sposta su gente come Apparat, Nathan Fake, oltre, chiaramente, a Holden. Riguardo ad Apparat, per esempio, Hebden ritrova una familiarità basata proprio sulla formazione musicale.

C’è un’intera generazione di persone [di cui faccio parte] che sono cresciute ascoltando, mentre erano teenager, roba che va dalla Warp di Aphex ai Boards Of Canada; oggi quelle persone fanno musica da club e techno, mischiando influenze melodiche provenienti anche da elettronica d’antan…”, ci confessa Kieran, quasi guardandosi allo specchio. D’altronde, è evidente, nel già citato Ringer EP, quanto la sua testa sia a bagno nei club inglesi. Grazie anche al lavoro con Steve Reid, e alla liberazione free-jazz-acustica dei suoi tamburi, il club dà a Kieran nuovi input e un universo in cui gettarsi a capofitto. Ringer non è un avvicinamento alla club-cluture, ne è un’assimilazione. Per essere più precisi, è l’esito di una metabolizzazione, che ha investito gli stessi riferimenti a cui milieu come quello di Border Community si rifanno. In Ringer si sente il kraut-rock. Si sente la musica cosmica. Swimmer ha i fuochi fatui dei Tangerine Dream fase Alpha Centauri, come le tastiere (snare?) di Klaus Schulze. Ma in Ringer si sente anche l’Inghilterra che filtra quelle esperienze. Come non ritrovare, nella stessa traccia appena citata, anche le tecniche di crescendo techno usate negli stessi mesi dai Fuck Buttons?

Sono suggestioni che mirano a coprire le distanze spazio-temporali. E soprattutto a prepararci al nuovo capitolo di Four Tet, di cui Ringer (secondo alcuni, il punto più alto a cui sia arrivato Hebden) dovrebbe essere l’introduzione. Per realizzare There Is Love In You, Kieran ha deciso di mettere da parte le attività collaterali. Ha messo in pausa la collaborazione con Reid. Limitato a zero i remix e i nuovi contatti – anche se, ammette, l’eccezione avrebbe sempre ragione di esistere, se a chiamarlo per qualsiasi proposta fosse Busta Rhymes. Si è concentrato su se stesso, ci dice, confermandoci di fatto che in Four Tet si riassumono contemporaneamente il ritratto e il contesto, il micro- e il macro-cosmo di ciò che avviene attorno a Kieran Hebden. È lì che si concentra la summa a cui ci stiamo interessando rispetto a tutta l’opera di Kieran.

There Is Love In You è un potenziale riassunto del decennio ’00, per molti versi, il punto culminante della rappresentatività di Hebden come figura esemplare degli ultimi anni. Eppure contiene una qualità che forse Ringer non aveva, pur nella genialità di rimescolamento di ascolti e nuovi stimoli. There Is Love In You è un momento di classicità – veicolata quasi da un fare trance – a cui è arrivato il rapporto Hebden / elettronica inglese. Ci sono le sue tecniche e tutto il savoir faire nel toccare mondi diversi mantenendo riconoscibile un tocco, se non un gesto. Come si diceva, vi trovano spazio sprazzi di post-rock come il minimalismo compositivo con cui, di fatto, lo si chiami così o ripetizione degli elementi, Four Tet ha sempre lavorato. È quindi il disco giusto, probabilmente, con cui tentare un ritratto del Nostro. E per rinchiuderlo in un quadro.

Post-jazz e oltre?

Dice giustamente Paul Morley, introducendo il video di una recentissima intervista a Kieran Hebden, che una cosa di cui è profondamente convinto è che un musicista jazz – o post-jazz, per differenziare la produzione attuale – non è più (se lo è mai stato) un musicista che suona sax, batteria o percussioni, ma qualcuno che libera lo spirito dei grandi jazzman del passato, vale a dire una persona che fa della fluidità il cardine della ricettività e produttività della propria musica. Soggiunge Paul – stiamo traducendo molto liberamente il suo pensiero, dietro alle parole – che sotto questa ottica la palma di post-jazzman della decade ‘00 (o anche più) la darebbe tranquillamente a Hebden.

Ciò su cui ci sentiamo più d’accordo con Morley riguarda la puntualizzazione successiva: non si sta riferendo all’esperienza (chiaramente jazzistica) con Steve Reid, ma alla produzione licenziata sotto il moniker Four Tet. Qui la cosa si fa interessante. È questione di atteggiamento. L’elettronica intelligente da cameretta per persone intelligenti è lontana, nella musica di Hebden. Non l’intelligenza stessa, ma il concetto e l’ideologia che stanno dietro. C’è piuttosto una fluidità che oltre a traghettare se stessa (cioè, autopoieticamente, la musica che si trasporta da un genere all’altro) diventa superficie di trasporto, soprattutto per l’ascoltatore.

Alla fine della decade e del nostro articolo, va ancora esplicitata la risposta a una domanda rimasta implicita dall’inizio, quando dichiaravamo pacifiche conseguenze senza spiegarne il motivo: in che senso Kieran Hebden è rappresentativo, una tipicità, dei tre lustri passati? La risposta passa per quella funzione di “caronte” di cui poco sopra. La sua musica è superficie di trasporto, in tanti sensi. La produzione un concentrato di attenzione al particolare che però non ha mai la presunzione di assorbire tutte le nostre attenzioni. Detto altrimenti, è un mezzo che ci porta di qua e di là, e anche un partner perfetto per montare un video di architettura, un documentario urbano, un supporto cinematico. Di per sé, questo non rappresenta di certo una novità del decennio appena trascorso. È chi fa questo che ci porta su nuove considerazioni. Kieran è un ragazzo – lo ripetiamo, classe ’80 – che è cresciuto con la sua chitarra ma che è anche riuscito a staccare il cordone ombelicale. Qui sì, fenomeno rappresentativo. Il grande addio alle chitarre mitizzate l’abbiamo metabolizzato tutti come affare di un “prima”, ma gli arrivederci e i “ciao, come va” ciclici e funzionali a un modo di fare musica, un modo disinvolto, sono cose nostre.

Ci ritroviamo, in Kieran, in una figura passata dal post al clubbing, prima come ascoltatore e poi operativamente, da musicista. Anche noi abbiamo fatto alcuni dei suoi passaggi, negli ultimi anni. Basta vedere la quantità di elettronica inglese post-IDM presente nelle classifiche di mezzo mondo, alla pari dell’underground e/o del rumore. L’opzione chiusa dell’ascoltatore post-rock è roba vecchia e storicizzata. Ma siamo noi, in prima persona, ad avere messo a distanza quello che eravamo. Anzi, meglio: abbiamo assorbito quello che eravamo in quello che siamo. Non sopportiamo il post-rock fatto oggi ma le nostre orecchie giudicano la nuova produzione Warp anche alla luce di quegli ascolti passati. Non c’è più bisogno di rinnegare? Sta di fatto che chi a fine Novanta ascoltava prevalentemente le strutture del post, magari insieme all’IDM, ora non disdegna l’ascolto di quell’ibrido tra club e cameretta che sono le produzioni hebdeniane. Un’attenzione all’orecchio, per l’orecchio, anche e soprattutto. Il post-jazz esistenziale non è per nulla post-moderno, né liquido, né schizofrenico. Come, del resto, Kieran Hebden che fa djing, kraut-electro e jazz non è un goliardo della pluralità, né nessuno si sognerebbe di medicalizzare, con categorie, la presunta scissione delle sue identità.

16 Gennaio 2010
16 Gennaio 2010
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