Franco, Ergo Sum

Rebus?

Gli Anni Ottanta sono di nuovo tra noi, tuttavia Battiato Franco – in arte “Battiato”: si raccomandano vivamente le virgolette – non è mai sparito dal costume e dall’immaginario nazionali. Immaginario non solamente sonoro, poiché il posto che costui saldamente occupa ha, ad un certo momento, trasceso la musica. E’ penetrato nel quotidiano e nel sociale, duplicandosi bizzarramente nelle pozze appartenenti alla cultura “bassa” e dentro ai più ingessati ambienti di quella “alta”, per cui l’ortolano che fischietta Bandiera Bianca siede con pari dignità accanto ai Moretti Nanni e Ferretti Lindo che, rispettivamente, stonano e intonano E ti vengo a cercare. Altro che centro di gravità permanente: semmai, è la mutazione continua dietro una curiosità poliedrica, polifunzionale (Battiato/pittore, Battiato/regista, Battiato/Viaggiatore e via elencando) che funge da bussola. Nazionalpopolare e fustigatore, mistico e misterico però mai a giorni alterni, il catanese si è impegnato a scandire le tappe di una vicenda artistica con pochi eguali in Italietta quanto a solidità, coerenza, carisma. Dunque da ammirare anche solo per questo, non ci fossero anche quei dischi metabolizzati e incredibilmente non ancora usurati, influenti comunicatori sociali e stilisticamente preziosi, i cui effetti tuttora percepisci nel miglior “pop con cervello” del Belpaese.
Non lo afferri del tutto, questo enigma fragrante d’antico, parente prossimo del segreto alchimista – tramutare con la pietra filosofale l’avanguardia in canzoncine argute: c’è riuscito – e di mitologici nodi gordiani. Del tipo che per risolverli non è possibile un banale colpo di spada: tocca al contrario spaccarsi la testa sopra, al di là del citazionismo mordace di “sensi del possesso pre-alessandrini” e “prostitute libiche”, azzerate dalle “ricotte panelleniche” di un memorabile, esilarante sfottò operato da David Riondino. Semmai è che proporsi in pubblico e crescervi significa accettare certe regole, da piegare solo in un secondo tempo al proprio sentire; implica navigarci dentro – se si è capaci – come fossero un liquido amniotico. Con l’accortezza di tenere costantemente la guardia alzata, pena l’affogare in un batter di ciglia. Tenendo da parte nostra presente che il sonno della ragion veduta genera i comici involontari del Francobattiatismo, le macchiette alla Morgan che ne assorbono la forma senza curarsi della sostanza, tanto le masse si bevono ogni fesseria. Un pezzo d’Italia, il Franco de noartri e poi del mondo intero, senza più giochi né frontiere. Adesso, del Monsieur Battiatò si vuole certificare in qualche modo l’entrata nel museo delle cere (si immaginano le risate dell’interessato…) da parte di una EMI forse speranzosa di capitalizzare sulle nuove generazioni, i cui genitori consumarono a squarciagola intere stagioni di Grandi Successi, che nulla di EffeBi conoscono se non per sentito dire o scaricato dal web. L’etichetta ha infatti reimmesso sul mercato (in versione rimasterizzata ma priva di bonus: bravi) le opere in studio che l’Artista pubblicò, dividendo la cinquina della cosiddetta svolta pop a fine marzo scorso e replicando col blocco “ascetico” in chiusura di aprile.
Che tanto pop non era, quella svolta controversa e ancora strabiliante, a meno di intendere l’aggettivo come privato del nome “art”. Che volesse lasciarlo sottinteso? Ipotesi non peregrina, perché nelle vicende di uno cresciuto a pane e serialismo, provocazioni progressive e convocazioni da Stockhausen, c’è poco da credere che i gesti siano frutto di casualità. La stravaganza, dietro il paravento, possiede il più amletico dei metodi. Tant’è vero che l’artista giunge al termine dei Settanta coperto di gloria intellettuale, con in carniere album di progettualità complessa e ottima fattura (in Clic, Foetus e Pollutionparlano chiaro finanche i titoli, ma il rimanente non sfigura:
considerate che era partito dalle balere e dal ’60 rock anglosassone). Il presupposto concettoso non zavorrava la ricerca sul suono e le sue
infinite possibilità, ed è pregio che permarrà grazie all’instancabile attenzione e alle ottime letture. Non incappando nel male comune
dell’epoca, lo apprezzano oltreoceano (O’Rourke e Grubbs dichiaramente).

Pop?

Decide allora di mettersi in gioco un’ennesima volta, puntando la fama a modo suo, proponendosi di fronte a boss della EMI che scuotono la testa ma ci credono; la mutazione, in L’era del cinghiale bianco (Emi, 1979; 7.5/10), preconizza l’avvento degli ’80. L’edonismo lieve, gli orientalisti, il canto ieratico, l’allargamento del villaggio globale e i muri che crollano: in nuce assapori tutto nella traccia omonima, ivi incluso l’artista che sarà; lo stesso valga per una sonata intimista come Luna indiana, classicheggiante poi sussurrata, sebbene su tutto si stagli il “masterpiece” sospeso e minimale Il re del mondo(il testo trasuda Orwell virato Dick) canterburiana fuori tempo o nuova onda in anticipo non s’è mai capito. Resta un lieve dazio di fine ’70, un italo-rock che arriva lungo tra grazia pomposa (Pasqua Etiope: non regge il canto in latino, però resta bella e ben arrangiata la musica) e ricordi di gioventù (la glassa Stranezza d’amuri). Con soggetti del calibro di Giusto Pio, Alberto Radius, Tullio De Piscopo non puoi sbagliare, del resto. Forme più compiute fanno ingresso in Patriots (Emi, 1980; 7.7/10), secondo tassello darwinista – non esente da sferza e rischi presi nelle liriche – che aggiusta lievemente la rotta verso la modernità. Quello scagliarsi sardonico contro “la musica contemporanea che mi butta giù” del brano semiomonimo (di una struttura presa a esempio da tanto indie rock nostrano) suona brillante presa di coscienza/posizione e non
voltafaccia/autodafè da italiota, opportunista borghese lui e i falsi miti di progresso. Simboleggia la chiusura di una parabola creativa e
delle sue prassi, poiché il coraggio obliquo dell’indagine viene temprato dall’età più matura; su di esso, anzi, si edifica una canzone
autoriale sui generis, fiera del proprio carattere di unicità. Passando sopra al verboso incipit di Venezia-Istambul (vetriolico al meglio quel che segue) godi dell’appuntita eleganza di Le aquile, del primo classico lirico Prospettiva Nevski, dell’arabico ritornello di Arabian Song, delle audaci forme pop di Frammenti, di quell’anticipare i C.S.I. attraverso Passaggi a livello. L’ingranaggio è in moto, la rivoluzione in pieno corso.
Non lasciava però nemmeno lontanamente intendere cosa sarebbe accaduto di lì a poco: il caso che si somma alla tempestività, la vox che dal padrone passa al populi, cortocircuito di una falsa muzak, dotta ma beffarda oltre ogni dire. Un botto commerciale, tra l’altro. Se l’effetto “fluo” è caratteristica che ingloba lo spirito del decennio, La voce del padrone (Emi, 1981; 8.0/10) rappresenta senz’ombra di dubbio il caso discografico nazionale per antonomasia, l’inspiegabile album che salta fuori da tinelli e autoradio di tutti e che tutti (ci) raduna. In modo vari: polemicamente col tardo kraut Bandiera bianca (“programmi demenziali con tribune elettorali”: non è cambiato niente, la nazione è tuttora in disarmo), meditando con le sinuose volute de Gli uccelli, emergendo alla distanza in Summer on a solitary beach. Forza di un italo-bubblegum spensierato (Curuccuccù) e mordace (Centro di gravità permanente), che riassume e filosoficamente propone in Segnali di vita e chiude solare con Il sentimento nuevo. Lo ascolterà chiunque e ancora oggi stupisce il come, distogliendo troppo spesso dalla bellezza scintillante del cosa, di un disco epidermico e chiacchierone, non una nota fuori posto tanto
è vivo. Eloquente come un punto a capo. Da cotante altezze erano lì ad attenderlo cadere, pennivendoli e scettici: che proponesse una “parte seconda” o un rientro all’ovile, le matite appuntite erano pronte a far fuoco. No, perché Franco Battiancontrario – criticabile, ma allora lo è chiunque – reagì coerentemente. Non va né in una direzione né nell’altra, L’arca di Noé (Emi, 1982; 7.8/10), semmai si guarda intorno e lima il pop e la cultura, impastandoli con sapienza ed estro. La scontrosa Radio Varsavia, il pessimismo pacato di Clamori, la nuova impossibile hit radiofonica Voglio vederti danzare sfoggiano intuizioni e coraggio nel tratteggiare la crisi sociale. La risposta, per il Mistico Franco, sta nell’apocalisse purificatrice (L’esodo, lucida profezia del crollo politico di fine secolo), nell’approdo ai luoghi etno-umani di sempre (Scalo a grado è spinta dagli Ultravox!); per chi non c’arriva, c’è sempre il destino di La Torre e il rock spruzzato di corali ed elettronica verso le New Frontiers.

Dopo essere entrato in ogni soggiorno e autoradio, l’uomo di Catania è richiestissimo produttore (come già ai tempi della Scapigliatura con gli eccentrici di pregio Juri Camisasca e Alfredo Cohen) e sceglie bene in Giuni Russo e Milva, si toglie sfizi nei carrozzoni Eurofestival e Sanremo, intraprende una collaborazione fruttuosa con Alice. In mezzo al tourbillon ne risente la flessione Orizzonti perduti(Emi, 1983; 7.4/10), sul (micro) solco del predecessore con meno freschezza e più lungaggini techno-intellettuali; assenti nelle cose migliori, il capolavoro di non amore esistenzialista come La stagione dell’amore tuttavia evidenti nelle ondate di synth (indenni le più posate Campane tibetani e Mal d’Africa). La chiave del ripiegamento è una e una soltanto, al solito fornita da Francesco in versione spray muriatico: La musica è stanca. Che si riposi, dunque.

Mistica?

Il passaggio verso un’identità “altra” è un lp proiettato dentro l’immaginario cosmico nel senso pieno della parola, che cioè ragiona
d’universi e astronavi, vestendosi a nuovo solo in parte. Mondi lontanissimi(Emi, 1985; 7.6/10) introduce l’orchestra, la registrazione in digitale e le parole di Saro Cosentino, porgendosi elegiaco e levitante (Via Lattea, L’animale) modernamente etno-easy da prospettive che più tricolori si muore (Risveglio di primavera, Personal computer) o asservendo n suono imponente nell’innodica meraviglia No time no space. Tutte le cose assieme assemblate in Temporary Road, comicamente efficace dimostrazione che il Nostro possiede più humour di quanto si creda. Destano semmai alcune perplessità i ripescaggi di tre brani già noti, pur se disinvoltamente adattati al presente (Chanson egocentrique e la gemma Treni di Tozeursono comunque inediti per Lui), mentre l’etichetta divaga col lancio nel mondo anglosassone (freddino e lo resterà) e ispanico (entusiasta e lo resterà). La fine del decennio racconta F.B. in cerca d’autore e
pertanto di sé, un po’ visconte dimezzato e un po’ cavaliere senza testa, impegnato con un’opera lirico-biblica, dischi dal vivo e colonne
sonore. Già che gli avanza tempo pubblica anche Fisiognomica (Emi, 1988; 7.8/10), che lo ritrae fanciullo dallo sguardo sornione in copertina e informa che la curva mistica è percorsa quasi totalmente. Nei testi scompare il situazionista enciclopedico che colse la gloria e arriva l’asceta invocatore dell’altissimo spirito universale. Di conseguenza, il lavoro accantona in via definitiva l’esuberanza che mostrava la corda, abbracciando ardite raffinatezze: ensemble rock e orchestrali a stretto contatto si sommano a trame percussive di gusto mediorientale e computer. Tempi moderni, dove la terza vita nova del cantautore s’illumina d’immenso, dal salmo della traccia omonima alla meritatamente celeberrima E ti vengo a cercare, da Veni l’autunnu quintessenza di Mediterraneo alla leggiadra Nomadi scritta dall’amico Juri. Attraversando i meridiani e i paralleli della memoria di Secondo imbrunire, la sensazionale coltellata ai giovani Litfiba Zai Saman, lo stilnovismo a colpi di chiesastico organo ne Il mito dell’amore, riconosce il mistero delle fedi con la classicheggiante, ipnotica L’oceano del silenzio. A un passo da un altro capolavoro, mezza orma o poco più.

Prende tempo, Mastro, e per non essere disturbato si affida nuovamente ai live, al commento d’immagini e a un’altra opera, a tema profano mitologico. Sono cambiati i compagni di strada, ora si chiamano Virtuosi Italiani e trafficano con spartiti classici e strumentazione altrettanto. La tavolozza è anch’essa mutata, venendo dietro e affinando certe incantevoli intuizioni Fisionomiche. Il suono è cameristico, amaro, memore dell’Orchestra Pinguina e in ciò specchio del Battiatus Umanista umanizzato, perché la clessidra indica che è ora, non si devono sprecare i giorni. Sono trascorsi altri tre anni dal precedente disco “vero” quando esce Come un cammello in una grondaia (Emi, 1991; 7.6/10), un quadro suo come cover e lo struggente capo d’opera Povera patria, da consumato predicatore nel deserto e chiaroveggente di provata fiducia. Non ci si crede che venda fior di copie di riprese da Wagner e
Brahms, col busto di Ludovico Van sul pianoforte come neppure il tenero Schroeder. Segreto da scoprire, se si vuole, dentro a L’ombra della luce. Sono prossimi i saluti, un concerto a Baghdad – s’è detto e si ribadisce: nulla cambia tranne l’Artista – ed ecco Caffé della Paix (Emi, 1993; 7.8/10), che volge lo sguardo attorno e nell’intimo omaggiando Gurdjeff nel trascinante omonimo sviolinare, lanciando in aria mezz’ora di misticismo avanguardista, tagliato in diagonale da respiro etnico e cura estrema delle forme. Sognante l’Arabia di Fogh In Nakhal e lontana dalle cartoline, messianica senza eccessi Atlantide, euritmiche da levare il fiato Sui giardini della preesistenza e Ricerca sul terzo, autoesplicativa Haiku. Franco Oh Franco ha frattanto stretto amicizia col filosofo Mario Sgalambro, le cui parole compaiono in L’ombrello e la macchina da cucire (Emi, 1995; 7.5/10), ed è chiaro come delle brevi ma dense poesie giapponesi questa musica sia contraltare, eretta su sottintesi e false fragilità, ineffabilmente propensa a rifiutare qualsiasi etichetta. A un totale disinteresse per le logiche di mercato si deve l’idea di intitolare il brano che più emerge da questo lavoro assai compatto Breve invito a rinviare il suicidio.

Sciarade?

Dopo di che si chiude la porta e si apre la finestra sull’attualità, tra restituzioni al rock e la consueta apertura a ogni lembo della realtà.
Viaggio, lo sapete, non ancora terminato: condotto come gioco sottile e ambiguo, Franco-amente architettato sulla corda tesa tra la mancanza di caselle adatte e il tradizionale nascondino che ogni Genio imbastisce con la critica e il pubblico. Lo cogli a sorridere, u’ Francuzzu, manco fosse un gatto del Cheshire di sicula stirpe; improvvisa l’evidenza che ti abbia incastrato, bloccato nel fuorigioco da uno scatto repentino. Resti lì davanti al portiere, senza neanche più il pallone tra i piedi, in braghe di tela. Comunque sia, Maestro, arrivederci e grazie.

15 Giugno 2008
15 Giugno 2008
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