From Turin To Austin: la marginalità viva (ricordando Daniel Johnston)

Senso, valore e consistenza degli album-tributo si misurano sulla linea che separa opportunità e opportunismo, un solco sottile nel quale scorrono talento, sensibilità, quel po’ di amore vero che muove le cose (e tutto il resto). Ci vuole poco per farne pura vetrina, un tentativo di rendere l’insieme superiore alla somma delle parti – certo – ma solo per quanto riguarda la visibilità. Ebbene, non è questo il caso.

Se avessi dovuto immaginare un momento, un luogo e un modo per omaggiare la memoria di Daniel Johnston, probabilmente non avrei saputo ipotizzare niente di meglio: dieci band, l’età che orbita attorno ai trenta, collocate in zona Torino, l’attitudine che puoi dire “indie” senza avvertire alcun rigurgito semantico, vale a dire slegate da logiche e strutture industriali (proprio lì dove è nata e si è sedimentata la mentalità industriale del nostro Paese, se ne è mai esistita una), e soprattutto – soprattutto – dal suono indubbiamente seppur variamente chitarristico.

Il senso di From Turin To Austin – A Tribute To The Great Late Daniel Johnston si stempera quindi tra i diversi livelli di lettura: è un album che omaggia la memoria di Johnston a cinque mesi dalla morte, e lo fa pescando dieci brani dal suo (abbastanza sterminato) repertorio per metterne in mostra le straordinarie qualità di autore. Ma è pure un segnale di vita, o se preferite di vitalità, da parte di quella che in mancanza di termini migliori potremmo definire una “scena”, come del resto ci autorizza a credere la coincidenza di attitudine e angolazione messa in mostra dai dieci gruppi coinvolti. È inoltre un punto esclamativo dopo molti punti interrogativi sul senso della chitarra nel presente, chitarra va detto declinata nelle sue manifestazioni più intime, organica al farsi timbrico e ritmico del suono, che lungo la scaletta definisce un “mormorio” tra il malinconico e l’irrequieto, una vibrazione densa e granulosa, manifestazione sensibile di una consapevolezza in grado (finalmente?) di dire “noi”.

Ed è infine (infine?) un doppio gioco di riflessi, tra Torino e Austin, certo, città assieme centrali e periferiche, diversamente “diaboliche” e sedi di festival musicali che sgomitano per definire un’identità forte (il TOdays e il South by Southwest), identità che serpeggia – e anima – gli obiettivi di questo manipolo di band, intenzionate a specchiarsi nello spirito vivo del re derelitto del rock marginale. Il loro è un fondersi e compenetrarsi di dimensioni schive (più per elezione che per scelta) e fierezza d’intenti, calcolandosi addosso convergenze e divergenze tra volontà e destino.

La palette stilistica di queste riletture insiste sul folk indolenzito (più cameretta che garage), nel cui segno si apre la scaletta grazie a una True Love Will Find You In The End affidata alla collaborazione tra Fouxhound e Heart of Snake, pescando il jolly con gli Starving Pets impegnati in una Go dalla densità volatile e ipnotica. Leggermente spostati in direzione songwriter troviamo Bonetti (con una deliziosamente sbrigliata The Sun Shines Down On Me), mentre i Promises Worth Repeating fanno pulsare Some Things Last a Long Time tra lo-fi e raffinatezze dreamy. C’imbattiamo poi in dei Low Standards, High Fives spiegazzati come nipotini dei Wilco (Walking The Cow) nonché nel fantasma struggente del New Acoustic Mouvement imbastito dai New Adventures in Lo-Fi in Syrup of Tears e dai Seward, Alaska (una Honey, I Sure Miss You sintonizzata su malinconiche vibrazioni Big Star).

Siccome però dicevamo chitarre, ecco la sia pur felpata baldanza targata Lay (una deliziosamente rétro Tell Me Now) e la scorribanda a cuore sbucciato (da qualche parte tra Replacements e Teenage Fanclub) degli Smile alle prese con Life In Vain. Chiude la scaletta nel più classico dei modi la corale Devil Town, tutti insieme appassionatamente ma con buon senso della misura (non era affatto scontato). Misura che poi è la cifra di tutta l’operazione, condotta in porto nel segno di consapevolezza e trasporto, quasi che ognuna di queste band capisse – istintivamente prima che razionalmente – quanto le canzoni di Johnston abbiano percorso e continuino a percorrere la loro stessa strada.

Se c’è un senso che il pop-rock alternativo – anzi, si era detto: indie – può ancora vantare, è la consapevolezza che il margine è una dimensione minore solo secondo gerarchie che non risolvono davvero la questione che (si) illudono di poter gestire: la ricerca di un’esistenza dignitosa e, possibilmente, felice. Sarebbe il caso di dire che l’importanza – la valenza – di un disco come questo si spinge oltre la dimensione musicale, se non fosse che siamo convinti che ogni disco lo faccia, o debba farlo.

Per tutto questo, fare qualche domanda direttamente agli autori ci è sembrato doveroso. Loro ci hanno risposto collettivamente, e ci è sembrato giusto così.

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C’è molta uniformità, una compattezza emotiva che rende la scaletta estremamente coesa, organica. Vi siete dati dei parametri stilistici o i pezzi sono usciti così?

La mancanza di parametri è forse l’unica scelta che abbiamo fatto. Abbiamo lasciato ai musicisti completa libertà stilistica ed emotiva: scegliete un pezzo a voi caro e registratelo. Nient’altro. Ne è uscito un racconto della passione che gli artisti hanno provato per Daniel Johnston, e con questa per uno stesso concetto di musica. Ed è probabilmente l’onestà emotiva che sta dietro ad ogni interpretazione ad essere il filo comune che le lega. Abbiamo scoperto che più di parametri, c’è stato un sentire comune. Quello che è venuto fuori ci è sembrato piuttosto incredibile, fin da subito. Ma dietro non c’è nulla di studiato o pianificato.

Oltre la devozione, parlando tra di voi come esce la figura di Johnston, perché può essere considerato un punto di riferimento irrinunciabile per chiunque viva la musica nella frattura tra potenzialità e marginalità?

La maggior parte di noi ritiene che ci sia un senso d’urgenza nello scrivere, quell’impulso a gettare fuori, quella liberazione tanto spesso legata a doppio filo con la sofferenza. In questo senso marginalità e potenzialità sono le due facce opposte della stessa medaglia, dell’essere umano. Daniel Johnston ne è una grande rappresentazione e ci piace pensare che un pezzo di questa dicotomia stia alla base di ognuno dei nostri progetti. Del resto, il suo approccio alla composizione era espressione allo stato puro, senza filtri o sovrastrutture, cioè la spinta principale di chiunque voglia fare musica come la immaginiamo noi. In un periodo storico in cui ogni questione musicale sembra artefatta, anche nell’indie, nel mondo di Daniel Johnston quello che contava era tutto nelle canzoni e nelle melodie. Inoltre pensiamo si debba recuperare un certo orgoglio nell’abitare — occupare? — il margine. Più che altro per marcare delle differenze. Ci hanno abituato che tutto è uguale a tutto, e non è così.

Austin e Torino: due città diversamente diaboliche, scisse tra dimensione centrale e periferica, tra capitale e popolare. Questa strana “asse” quanto ha influito sulla definizione del progetto?

A parte avere quasi lo stesso numero di abitanti, immaginare il TOdays come il nostro South by Southwest, ed essere considerata la città del demonio (Devil Town?), magari questo progetto potrebbe essere il ponte definitivo tra le due città. Anche in questo caso torna l’idea di abitare il margine. Torino e Austin non sono Milano, Londra o New York. Sono due città che hanno una specificità, una identità precisa. L’idea è recuperare quel senso di comunità che le città “fuori dalla capitale” hanno sempre avuto nella storia culturale e farne un motivo di vanto non per costruire un recinto, ma per andare a dialogare nel mondo con il proprio bagaglio particolare e non omologato.

Secondo voi c’è qualcuno là fuori che possa sentire in queste canzoni un messaggio — ebbene sì — generazionale?

Lo speriamo. La semplicità e l’immediatezza delle melodie delle canzoni di Daniel possono arrivare ovunque. Parte della nostra idea è proprio sottolineare come questa generazione di musicisti torinesi abbia unità di intenti. Volevamo che la compilation fotografasse lo stato attuale di parte della scena cittadina sia per riscoprici e tornare a riconoscerci tra simili (appunto, il sentire comune), sia per offrire uno sguardo diverso sui problemi della vita di tutti i giorni: dando attraverso i pezzi e le re-interpretazioni di Daniel Johnston la possibilità di ritrovarsi. 

 

La pubblicazione è prevista solo in digitale e in formato audiocassetta (quest’ultima in tiratura limitata). Per info e contatti: [email protected]

13 Febbraio 2020
13 Febbraio 2020
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