Giancarlo Onorato. Non chiamatelo cantautore

L’opera per il suo autore: Sangue bianco, recita il titolo del quarto disco di Giancarlo Onorato. Tanto per rimarcare che la musica è parto corporeo e sofferto di chi la compone, ma anche entità a sé stante capace di abbandonare i limiti fisici per darsi in pasto. In un dibattere di note e parole a volte descrittivo, a volte – è il caso dell’ultima opera del cantautore milanese – spinto sui crinali di un sentire evocativo e lontano dai facili dualismi da cantautore classico.

Ha un che di vagamente oracolare il discorso di Onorato. Lo status di “classico” per un autore che invece classico non si ritiene. Risultato di un approccio alla materia serissimo ma non accademico, in cui si respirano vent’anni di onorata carriera nell’underground musicale e letterario di casa nostra ma anche la voglia di restare umile. Oltre alle esigenze di un profilo poco propenso a farsi catalogare, borderline come sa esserlo chi la propria arte non la delega a nessuno: non ai presenzialismi gratuiti, non ai fuochi fatui delle tendenze, non alle sirene di una notorietà effimera. E pazienza se un disco come il qui presente o magari come il precedente – bellissimo – Falene rimarrà materia per pochi: è il prezzo da pagare per restare liberi di ascoltarsi e di forgiarsi. In una contemporaneità che parla un’altra lingua e da cui magari ci si sente anche un po’ fuori, pur con la voglia di non lasciarsi sfuggire occasioni di confronto e di crescita personale.

Sono passati cinque anni da Falene, un disco riconosciuto dai più come il punto più alto della tua produzione musicale. In cosa Sangue bianco rappresenta un passo in avanti rispetto a quell’opera?

Sangue bianco è principalmente un disco di musica. Un disco in cui anche le parole vogliono essere parte della musica. Questo lo distanzia da tutto quanto io abbia sinora prodotto, per il semplice fatto che non si tratta di un’opera narrativa come era Falene bensì essenzialmente musicale. Le parole di Sangue bianco non sono meno importanti di quelle degli altri miei dischi, ma sono incarnate nelle composizioni e vivono della musica di cui fanno parte. Una simbiosi che non vuole più essere canzone nel senso solito. Io sono al contempo regista e autore della colonna sonora di un’opera la cui visione scorra nella mente di chi ascolti.

Cinque studi di registrazione, venticinque musicisti coinvolti e un’attenzione particolare per il suono e gli arrangiamenti. L’idea che ci si fa è quella di aver di fronte un disco importante e su cui si è ampiamente riflettuto. Insomma, un prodotto slegato dalla contemporaneità musicale da fast-food a cui siamo abituati…

Il passare del tempo tra una pubblicazione e l’altra è dato dalla necessità di un rapporto intenso con la disciplina musicale, dopo anni di autentico apprendistato. Ci sono alcuni aspetti del mio operato che differiscono profondamente da quello di molti altri autori, uno di questi è l’assoluta indifferenza per le “esigenze di mercato”. Questa posizione, lungi dall’essere una questione di superiorità, risiede in due punti essenziali: il primo è che per pubblicare è necessario avere qualcosa da dire, individuando il modo migliore per dirlo. Ci vuole tempo e lavoro. Molto lavoro. Da ciò consegue il secondo punto: solo con la massima serietà nella produzione si può contribuire a limitare l’esagerato proliferare di musica non esattamente imperdibile di cui soffre il settore. Pubblicare meno dischi ma di più alto valore sarebbe un buon traguardo.

Sul tuo sito internet, nelle note allegate all’opera, si legge che la musica contenuta in Sangue bianco prende del tutto le distanze dalla cosiddetta canzone d’autore”. Eppure tu vieni universalmente riconosciuto come un cantautore. Da dove nasce, dunque, questa contrapposizione?

Oltre a non apprezzare il termine, so di essere quanto di più distante vi possa essere in questo paese da un “cantautore”. Lo dimostrano il senso, la direzione e il contenuto delle mie composizioni. E Sangue bianco, per la sua natura intrinsecamente trasgressiva fuori dalle consuetudini, dai modi, dagli stili, funge da ulteriore separatore da quel tipo di identificazione. Il termine “cantautore” è nato per definire una produzione che non ha niente a che vedere col sentire libero da generi e cliché della musica moderna. Molti tra i dischi più potenti, trasgressivi e “rock” della storia sono dischi realizzati voce e chitarra o voce e pianoforte. Talvolta sussurrati. Io cerco la potenza nel rapporto tra la musica e il suo mescolarsi simbiotico con parole che diventano sostanza sonora e significante. Non conosco nessuno che lavori alla mia maniera. Il più delle volte ascolto testi incollati ad una struttura precostituita, scatole di montaggio. La musica per me è un’altra cosa. Probabilmente prima o poi farò opere di sola musica o magari opere di sola parola suonante. Questo Sangue bianco è già un passo verso la colonna sonora delle cose che ci toccano dentro.

Oltre ad essere un musicista sei anche un romanziere (Il più dolce delitto, Filosofia dell’aria). Quanto l’emotività immediata che un disco porta con sé può replicare l’immaginario narrativo di un romanzo? E in che maniera l’essere scrittore influenza il lavoro del musicista?

La musica può ispirare e influenzare la produzione letteraria, ma credo che non vi sia contatto più di tanto tra le due discipline. Un romanzo, nel migliore dei casi, è un sentimento esteso e meditato; la canzone è qualcosa che vive in un mondo a sé. Tutta la musica si basa su altri fattori. E’ il modo in cui ci arriva a renderla altro e tale da non potersi replicare. Cerco di allontanare i due momenti creativi – musica e narrativa – perché pur essendo dimensioni complementari suonerebbe retorico e inutile forzarne il bacio. Tuttavia, siccome il mio immaginario è lo stesso quando scrivo canzoni così come quando affronto un romanzo, accade che ci siano passaggi di significato tra una forma e l’altra. E’ anche vero che i miei romanzi non sono storie nel senso ordinario, ma piuttosto una sequenza di momenti interiori. La mia narrativa è psichica, dunque assai più vicina ad una composizione musicale che ad una storia con precisi personaggi e avvenimenti. Si potrebbe dire che nella mia produzione una forma è la continuazione dell’altra.

Nella poetica che contraddistingue il tuo immaginario ricopre una grande importanza la materialità dei corpi, la sessualità. Penso al tuo ultimo romanzo, a opere pittoriche autografe come Dio distribuisce e Etica ed estetica – per citarne solo un paio – o ai frequenti riferimenti alla dimensione corporea che si ritrovano nei tuoi testi. Come lo spieghi?

Se ciò che ci ha generati non è l’argomento degli argomenti, non ne vedo altri. Io sono un astronauta delle carni, l’universo a portata di mano.

In una vecchia intervista ai tempi di Io sono l’angelo parlavi della tua canzone come della “canzone del dubbio”. Che cosa intendevi sottolineare con quella definizione?

Probabilmente che l’opera vuole essere un concetto aperto a diverse soluzioni, imprevedibile e anche imprecisa, come la vita. Le cose più belle sono imprecise.

Hai all’attivo varie produzioni di altri musicisti. Cito, tra i tanti, l’esordio di Davide Tosches o Tutta la dolcezza ai vermi di Pane. Quanto è difficile per l’Onorato solista – con l’immaginario fortissimo che si porta appresso – scendere a patti con la musica di altri artisti?

Meno difficile di quanto possa sembrare dall’esterno. Produrre un altro artista vuol dire capirne la dimensione, visto che il tipo di collaborazione che metto in atto non è mai prettamente tecnica ma soltanto di pura regìa. Io non faccio che entrare il più possibile in sintonia con la persona, preoccupandomi di capire chi è e di far intendere chi sono io. Quali sono le mie ansie, cosa voglio, cosa mi manca. Questo genera lentamente un’apertura e un abbandono delle resistenze da parte di chi collabora con me ed è il modo migliore per entrare in contatto, parlare la stessa lingua. Ma ci sono persone e persone, quindi una produzione artistica è come un percorso di psicoterapia in cui il soggetto è chiamato ad essere fortemente sè stesso con tutti i propri contenuti, buoni e cattivi, Ogni disco produce un nuova situazione con cui fare i conti. Per questo posso permettermi di produrre artisti – purché inclini al confronto – stilisticamente diversissimi tra loro.

Stiamo vivendo un momento di riscoperta della canzone d’autore. Nuove leve si affiancano a nomi storici. Pensiamo a 33 Ore, Dente, Baustelle, Amor Fou, Lele Battista, Non voglio che Clara, ma anche l’ultimo Iosonouncane o quel Vasco Brondi de Le luci della centrale elettrica che – volente o nolente – ha segnato col suo Premio Tenco un punto a favore di tale riscoperta, quantomeno catalizzando l’attenzione dei media sulla “scena”. Come coabita con l’attualità uno come te che nell’ambiente circola ormai da vent’anni? Quale giudizio hai maturato su questa “new wave” del cantautorato italiano?

Io sono e resterò sempre un neofita. Uno che ogni mattina ricomincia a vivere da capo. Non mi accorgo del tempo che passa perché sono concentrato sui miei traguardi. Ogni tanto, però, esco dalle mie cose e vado incontro agli altri. Ammetto di sentirmi più a mio agio accanto alle nuove leve, piuttosto che in compagnia di chi spernacchia da anni le stesse cose. Inoltre sono chiamato spesso a curare la direzione artistica di eventi in cui gravitano buona parte delle personalità che si distinguono negli anni. Quindi ho condiviso di frequente serate con diversi dei nuovi compagni di settore. Con Vasco Brondi, ad esempio, c’è stato uno scambio molto utile per entrambi e ci siamo piaciuti. La stessa cosa è successa con Beatrice Antolini. In linea generale, più che farne una questione di categoria, direi che sono portato a prestare attenzione a quelle proposte che hanno più coraggio. Più di altri mi convince Samuel Katarro, anche se penso che lui non si ponga il problema del coraggio ma faccia semplicemente ciò che gli viene di fare. Ascoltiamo poco il lavoro altrui e io non voglio più cadere in questo errore. Se c’è un artista che mi incuriosisce, cerco di andare a sentirlo in concerto. Sento il bisogno di mettere la mia mente in contatto con quella degli altri, anche per capire chi sono io. Mi piace chi è innovativo, non chi si crogiola negli errori di chi l’ha preceduto senza alcun senso della storia. Non mi piacciono gli opportunisti, i presenzialisti o quelli che escono con un disco all’anno. Nessuno ha cose interessanti da dire in ogni momento e se non ti fermi a nutrirti di ciò che accade intorno non puoi proseguire nel tuo lavoro. Esprimersi è tutto in questo saper misurare il proprio rapporto col resto del mondo.

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