Candeggina Pop

E’ dall’estate scorsa che Rolling Stone (edizione americana), Wire, Fader, Stereogum, Blissout, e non da ultimo Pitchfork, cercano di definire prima e diffondere poi un verbo dai contorni conturbanti. All’inizio era un’etichetta piuttosto piatta (e non troppo aderente) come dreamwave, successivamente avamposti in vista del giornalismo di settore hanno diffuso hypno pop e glo-fi e le cose hanno cominciato a girare. Al giornalista di Wire David Keenan ha risposto Simon Reynolds assieme a migliaia di bloggers e forum in rete: tutti a fare quadrato e ad aumentare l’hype.

Grossomodo a settembre il fenomeno è scoppiato, innescando un’onda lunga che non sembra scendere di un millimetro neppure ora che vi scriviamo e imponendoci pertanto la scelta di campo, anzi, d’etichetta.

Aggiudichiamoci glo-fi. La potremmo definire, se non l’ufficiale, la più sintetica e immediata, oltre che la più di successo (autori: i tipi di Pitchfork). Glo sta per glow, luce soffusa da crepuscolo, calore soft che ricorda l’estate e, nel contempo, per day-glo, il colore fluorescente, gli ‘80.

Soggetto pulsante, oggetto della labelizzazione e cuore della faccenda sono sonorità che hanno nell’estate un inconfutabile minimo comune denominatore; mix fatti in casa di una generazione specializzata in vacanze ai tropici mai fatte, pre-trentenni con il numero/spada di Damocle a calargli sulla coppa, gente senza scrupoli quando si tratta di rivangare l’infanzia e zero problemi o conflitti con Ottanta mai vissuti se non attraverso i bleep bleep dei videogiochi.

In pratica il glo-fi non è una scena ma un club immaginario: la membership promette abbandono dei sensi, Utopia onirica, un sound che più che dreamy è hypno. E Hypno induce de facto ai sogni. Dopo il glo c’è pure il Fi. Fi senza Lo, storico prefisso, per distinguerlo dalla bassa fedeltà dei vari Lou Barlow, e pure dalle camerette dei cugini più vecchi che si sono fatti i ’90.

Ombre lunghe sulla spiaggia del ricordo estivo che non sono le proiezioni dei children dei Boards Of Canada, ma che ci danno la perfetta scusa per tracciare una bella demarcazione: al di qua della linea glo i sintetici e i provetti produttori / remissatori, al di là (dunque al di fuori di essa) gli psichedelici e i new ager più freak amati da Wire. Fi-ers con i sintetizzatori e Fi-ers con le chitarre. Due generi che, fatti i dovuti distinguo per qualcuno che li cavalca entrambi, ci permettono di dividere altrettante tipologie e prendere le dovute distanze sia dall’articolo apparso su Wire lo scorso agosto, sia dal nostro approfondimento (SA59). Un ponte tra le indagini comunque c’è, e fuor di dubbio è racchiuso nella creatura di Matthew Mondanile aka Ducktails: l’ideale zona di confine tra gli psichedelici infatuati per l’acqua, il mare e la chillwave (altra definizione che viaggia per la rete). Non solo. Fa capolino pure un recentissimo progetto, i Real Estate, il cui disco omonimo è esattamente quel sogno estivo fi e glo e hypno di cui stiamo cercando di darvi le coordinate. Tutte tranne una.

Questi ultimi newbies insieme a Predator Vision, Parasails e tutti i progetti del versante Tropical non hanno il taglio synth pop che è invece la matrice dell’intera faccenda qui narrata. Così la Real Estate entrata in scena per un attimo, già ci tocca abbandonarla, come pure Julian Lynch (molto affine a Mondanile) e tanti altri tra cui il celeberrimo James Ferraro.

Il synth è la sfaccettatura che ci porta dalle parti degli Ottanta, pure più rovinosi e trash. Preparatevi. Dopo aver trattato l’ambient revival nell’ambito dell’elettronica targata UK, e quasi in risposta al Wonky che spopola nelle camerette londinesi, oltre Atlantico troviamo un movimento in rapida crescita e in fissa per una magica intersezione: quegli 80/90 che portarono in una breve luna di miele gli Ottanta funk-soul alle tastiere, i neonati Novanta della futura IDM e un pizzico di New Age firmata Windham Hill d’antan. Giusto dietro l’angolo: i miti estivi della borghesia yuppie incarnati in clip del calibro di Rio dei Duran Duran, Club Tropicana degli Wham!, Do You Really Want To Hurt Me dei Culture Club ricordati sullo sfondo di uno schermo con una palla gialla che mangia pixel bianchi.

E dunque ancora sole e mare, colorazioni che iniziano ad assumere contorni più definiti: un misto di waspness britannica che sfocia a Ibiza, isola paradigmatica più che reale, estate da dopo party, e nostalgia Pet Shop Boys (We Will Never Being Boring) e paninaro-milanese. In mezzo: gente e suoni ancora più off, il decennio con l’8 davanti come Thule parallela; in comune la sola tecnologia in un misto di estasi ed ecstasy consumata in casa, nostalgia dell’allora presente, e nostalgia per la nostalgia in un gioco di specchi straniante e derivativo. (EB)

Padrini, ponti, eccezioni

A proposito di tutte le immagini con le quali vi abbiamo fasciato la testa, ai lettori più scafati non saranno sfuggiti i rimandi agli ultimi Animal Collective. Sacrosanto, ma se vogliamo scovare lo zio di turno, il nome è presto detto: Ariel Pink, quel pazzo reclutato proprio dal trio a inizio Duemila che aveva riempito gli scaffali di ristampe di album mai usciti alla ricerca di un mitico pop perduto.

Pink proclamava che il pop migliore era quello senza nome dalla familiarità disarmante. Affermava che più l’ascolto era distratto e confuso e più risultava stregante. L’autoproclamata hauntology dello striminzito genietto è la lezione che oggi i ragazzi mandano più o meno consapevolmente a memoria. Tutti loro, come prima Ariel, s’addormentano davanti a MTV sparandosi in uno stato R.E.M. i So Eighties e i So Seventies del caso. La differenza è il mancato massimalismo e l’assenza di presupposti estranei al revival di una golden age. Pink invece aveva messo la magia in scatola, l’aveva concettualizzata, le aveva fatto acquistare una patina psichedelica indiretta e dentro la lavatrice sonica ci aveva ficcato di tutto, da Tin Pan Alley a Madonna.

Washed Out, Neon Indian, Memory Tapes, Delorean, Föntan (in panchina per ora la riserva svedese Boat Club e Air France), Toro Y Moi delimitano invece il campo d’azione. I campioncini del glo preferiscono l’utopia all’arrovello complesso delle citazioni. Anche da queste parti le eccezioni confermano le regole: l’ultimo dei ragazzi citati, personaggio occhialuto e stiloso, apre un ponte con il britannicissimo e colto Bibio attraverso break di rimandi vintage (leggi funk soul e rare groove) che vanno oltre la mania Ottanta. Pure in quegli intarsi però il sole picchia forte e così la nostalgia dei suoni sentiti da piccoli che confusamente si mescolano ad altre fonti fuori tempo massimo: Giorgio Moroder, le sigle dei cartoni, i primi Depeche Mode, il nostrano Gazebo, la lounge dei b-movies e così via, fino alle voci grosse degli immancabili Daft Punk e Air, entrambi fondamentali per qualsiasi approccio vintage ai sintetizzatori. Il tutto sotto una mostruosa lente sepia.

Eppure il glo, contenute le voglie da poseurs, è una cosa intimista fatta di combriccole e di provincia, nerd cresciuti con le consolle che rivendicano il past perfect e si ribellano con pastiglie fatte in casa. Gente che non disdegna il ballo e che ama saltellare in casa con gli amici, tra un sampling affilato pop/kitsch e perché no, una cassa dritta che li riappacifica con il presente (EB)

Dolce Vita

America e nostalgia. In due parole Washed Out. La visione sepia tone, gli scatti con la Lomo in bassa fedeltà, il suono balearico chilling che torna nelle camere. Voglia di vecchio, di tastierato analogico. Vedi lo stile nelle copertine e nei video del ragazzo Ernest Greene: gente che fa cose normali come una nuotata, gente che si sballa senza speed. Il relaxing chimico di questi anni sul baratro (i pallidi ‘manager nella nebbia’ degli Amari).

La crisi vista dalla parte degli slackers, di chi non si muove se non per star tranquillo e in pace, senza rivoluzioni, senza miti, solo buona musica per buona compagnia. Oggetti sonori che lasci andare e non ti accorgi che sono in loop mentale da ore. Sarà ambient, sarà di nuovo ancora e sempre new age, ma stavolta si aggiunge anche il battito di quelle tastierine Bontempi tipo clavietta filtrato Boards Of Canada.

Quel beat sporco lo-fi che lo digerisci a qualunque ora. Non servono le luci stroboscopiche e i laser, qui è tutto senza mediazioni. Cose di pancia da picnic countryside americano; scampagnate di provincia che fanno scena e bisboccia di classe. Ernest sta nell’angolo, schivo, il bravo ragazzo senza cresta, col taglio di capelli appena rifilato dal barbiere di fiducia, col Mac e con la tastierina a due ottave che suona sui palchi nascosti della grande mela. Aggiungici la cravattina stretta, il maglioncino col collo a V e anche le mamme son contente.

La sua linea la professa già dal primo EP: Life Of Leisure (Mexican Summer, agosto 2009). Dolce vita per lui e per i suoi amici che si immergono in acque fatte di funk ciccione (l’intro di Lately è l’omaggio nascosto ai Daft Punk) ma sempre con quelle vocals in riverbero infinito, segno di grandi spazi ma anche di presa distanza dal mondo. In più ci sono l’obbligatoria new wave (Hold Out), i rimandi agli ‘80 del pop da classifica britannico (gli Wham! in Get Up e le discotechine in You’ll See It) ma anche ai salotti della lounge da pulp movie (Feel It All Around). Come in una grande visione dall’alto il ragazzo ci vede giusto e non si preoccupa del successo, tanto che riporta poi su nastro altre considerazioni, le chiacchiere del dopo barbecue, magari sorseggiando qualche Bud. Il nastro (sì, proprio la cassetta) in questione è High Times.

Come sopra, il titolo è già estetica. High Times nel senso di sballo, ma anche di fuga estemporanea dal qui e ora. Temporalmente si viaggia negli ‘80 synthetici à la Comanchero(Olivia), nelle brughiere new age dell’ambient targata Warp (Clap Intro) e nell’appartenenza a una generazione post-Beloved (Belong) che non si può aspettare più nulla e che ha come unico scopo lo sballo. Una rivisitazione in chiave 00 dell’estetica balearica e del disco-funk (vedi la citazione all’Incredible Bongo Band in Yeah). Lo sgami subito che il ragazzo è americano. Il funk ce l’ha nel DNA. Prima parte dalla città natale Philly, poi approda al sogno mentale delle isole ispaniche.

Il suo è il ritmo che movimenta il passaggio dal bancone del bar alla sdraio. Generazione senza spina dorsale? I nuovi smidollati (al plurale, perché Ernest è spalleggiato dal già citato amico Chaz Bundick in arte Toro Y Moi) sono modellati dalle droghine da cameretta in un pongo che ha la maschera di Aphex Twin truccato American Dream. Dietro ai sorrisi vedi quindi la mutazione di un sentire 2.0 che ha nuovi eroi e nuove modalità di scambiare esperienza (musicale e non solo). Le visioni citazionistiche dal passato sono pezzetti di memoria che dura un attimo, gettoni per l’autoscontro che non ricordi ma su cui vuoi riprovare a salire. Più che documentare, il ragazzo ‘fa sound’. E per ricordartelo, come la droga, devi rimandarlo in play. Addicted to rhythm (MB)

You Should Be Dancing with Moi

Come abbiamo appena visto, Chaz è un grande amico di Ernest. Il sound dei due si situa sulla stessa linea stilistica, ma il Toro prende un sentiero che non punta solo sulla melodia, anzi ci va di ritmo. Il ventitreenne della South Carolina ha un passato newyorchese che lo connette a gruppi più blasonati (Animal Collective, Flaming Lips e inevitabilmente Ariel Pink) e gli permette di allargare le vedute di provincia del vicino.

La sua produzione si accosta inizialmente a quella di Washed Out: un nastro su Mirror Universe (Body Angles) e un remix del mini-inno Feel It All Around. Passa ben presto al vinile con il singolo Blessa / 109 che preannuncia l’album Causers Of This in uscita a febbraio 2010 su Carpark, ma già disponibile sui fidati siti di downloading. Blessa è l’America che incontra le sonorità 4AD passando per il breaking slavato di J Dilla. 109 è il lato B: il ricordo che si spinge fino ai ‘60 di motowniana memoria, ci infila dentro delle Les Paul da surf e il gioco è fatto. I due estremi che si incontrano sulla supernova del ritmo e che per questo aprono le porte a un mix che va oltre i riferimenti ‘80.

Il ragazzo non si accontenta poi del moniker glo-fi e si reinventa dancefloor con il progetto Les Sins. Andate a vedere il suo myspace e vi accorgerete che la rete dei rimandi è fitta e non si risolve solo con gli ultra citati Boards Of Canada. Chaz in tutte le sue incarnazioni fa da spola tra le avenues della grande mela e l’elaborazione sintetica europea targata Daft (il funk ibizenco di Low Shoulder), il bbreaking hop che si intrufola nello space surf estivo di Wilson e compagnia bella (Fax Shadows). Il compromesso tra melodia e ritmo che punta al beat in slo-motion e che ricorda gli eroi del soul chic in falsetto Bee Gees (You Hid).

Toro Y Moi è poi anche un’esperienza che viene narrata sul blog Toroymoi.blogspot.com con i soliti link ai video cool, alle foto e ai ricordi della scuola di graphic design. Un bel tipetto, questo Chaz, che promette già di avere materiale sufficiente a stampare un secondo album nel corso del 2010 e che fa il verso al pargoletto di casa Warp Bibio. Il quattro hip-hop ben piantato in testa, le forbicine da sarto-producer taglia e cuci e gli accenni al funk. Sta a vedere che non lo chiamino da Londra… (MB)

Indiano al neon

Alan Palomo è il suono delle estati del Texas riportato a Brooklyn. Lui è l’Aphex Twin della situazione. Produzione in camera, chili di nostalgia, qualche lacrimuccia, i suoni dell’Atari e vai di culto. Tradotto in disco: Psychic Chasms, appunto. Abissi psichici, nel senso di ricordi che vengono fuori direttamente dai suoni in un’aura pop diversificata nella proposta: reggae à la Attenti al lupo – sì, il Lucio Dalla trashpop – in Laughing Gas, il ricordo Darkel (Terminally Chill), il pop da balera con gli echi wave (Should Have Taken Acid With You) e tanto per sbordare un po’ di bbreaking (Ephemeral Artery).

L’eredità del padre Jorge, una specie di pop star messicana della fine Settanta viene fuori nelle tecniche del figlio, che esplora l’antico e lo riporta in una dimensione di sogno elettronico. Quello che fa Alan è un po’ il background che accomuna l’intera scena glo. Suonini campionati dai videogames dell’epoca, un po’ di arpeggi italo, coretti in background lounge, un approccio che a qualcuno potrebbe ricordare i Daft Punk un po’ slavati, senza mordente dancefloor. Il tutto viene poi ripassato su nastri rallentati o velocizzati, il trucchetto (grazie anche alle mitiche tastiere Korg) infonde l’aura di magico e di onirico che già il Beck d’antan aveva ripescato per il suo ripensamento del blues.

L’old-school si riprende tutto lo spazio che può e ci innesta pure un buon quantitativo di droghe. Perché se già dai titoli capiamo che qualcosa scorre nelle vene e nei neuroni, è proprio questo perdersi in una dimensione broadcastiana (e prima stereolabiana) che dà al suo viaggio lo status underground di coolness garantita. L’origine messicana del ragazzo, collegata alle insalate di funghi e peyote chiude il cerchio. Non c’è però spocchia poshy. C’è l’improvviso successo decretato da critici over 30 che rivedono in questo teen il sogno degli anni ormai andati, dei club e delle paillettes su spalline oltremodo vistose e su qualche paio di Levi’s 501 troppo stretti. C’è la non consapevolezza che il suono di oggi è quello di ieri proiettato phuture. Un po’ come il revival ‘90 che Crookers e compagnia bella stanno sparando nel fidgeting. Qui la base di partenza sono gli ‘80 sprofondati in qualche bel divano. Stupid (?) Dance Music per il nuovo Richard D. James glo. (MB)

Nastri e memoria

Dayve Hawk ha il suo ‘giro giusto’ nel New Jersey, stato-provincia del più vicino e blasonato New York. In poco tempo ha sfornato un EP (Call & Response) come Memory Cassette, si fa chiamare anche Weird Tapes e poi rimescola i due nomi nell’LP a nome Memory Tapes (Seek Magic). Un modo per scartare i fan e per rinnovare una proposta che scava inevitabilmente nel passato. L’ex frontman del gruppo post punk Hail Social si rivela essere il più maturo dei ragazzi glo.

Non ancora trentenne è già papà di una bambina di quattro anni, non ha un cellulare e nemmeno l’auto. Se gli chiedi come fa a muoversi ti risponde che non gira poi così tanto. Si accontenta di stare a casa e di passare il tempo con la pupa. Un bradipo? Non si direbbe, dato che ha remixato pezzi per Yeah Yeah Yeahs, Peter Bjorn and John, Britney Spears e ha ricevuto pure una proposta dai Major Lazer e dalla label di Michael Jackson per un remix del re del pop. Questa maturità indie e un po’ eremitica si traduce nel ritmo quadrato del singolone estivo Bicycle con gli archi per Robert Smith, nell’ostinato quattro che scandisce il tempo e che fa gola a James Murphy (Stop Talking), nei rimandi a Elizabeth Fraser (che – dice lui – lo aveva contattato tempo fa per una collaborazione) e nei suoni in remember 4AD.

La voce androgina, filtrata in stile Flaming Lips, trapassata dal fantasma Police e dai Pink Floyd pastorali (nella lunghissima coda Treeship) è il suo biglietto da visita. Ingrediente che si riverbera con tastierine e field sounds come in qualche vecchia polaroid sbiadita. Quel vedo/non vedo che affascina e infonde l’aura magica del ricordo attualizzato. Il diario dell’americano non è comunque critica storica. Visto che siamo nel mondo del pop, viviamo l’attimo e basta, ricordiamo dettagli riciclabili e dopo un attimo dimentichiamo.

Con lo stereo in loop ci si accorge infine che la ‘lo-finess’ di Memory Tapes è in sordina rispetto agli altri personaggi chillwave. Sarà una piccola sfaccettatura, sarà che gli echi di Geogaddi si mescolano alle chitarre pulite dei New Order, comunque quello che esce dagli speaker è un afflato più vicino alla pulizia, una cosa che puoi addirittura pensare di ballare. Il paparino dai molteplici nomi preferisce la pulizia (poco) mascherata da sporcizia. Volente o nolente si fa quindi portavoce di una sensibilità da dancefloor ‘adult’ che con il suo full lenght raggiunge una maturità inattesa. Aspettiamo entro la fine di questo 2009 una conferma (/smentita) negli annunciati due (!) lavori in uscita… (MB)

Svezia lisergica

La new age di Andreas Vollenweider mescolata con le progressioni kraut del dopo Lindstrøm. Se ci aggiungi poi gli effettacci dei Pink Floyd cadi sul territorio dei Fontän. Molta Windham Hill. Ricordate? L’etichetta che nei ‘90 riuniva il gotha chill mondiale: quando c’era la new age la gente si prendeva sul serio e partiva con dei trip per la via della seta (Kitaro) o si innamorava di tutto quello che era indiano: il tantra, lo yoga, il Tibet (Mark Isham) e altre infinite suggestioni. Metteteci il motore dalla Germania, i filtri a scomparsa multipla (che sì, son sempre ereditati dal cavaliere in seta bianca Moroder) e allora vi potete autoinvitare a mangiare salmone per cena dagli svedesi Jesper Jarold e Johan Melin.

I Can e Ibiza in testa per i due ragazzi alle prese con un suono congelato nel passato (il titolo del disco è Winterwhila, che sta per ‘ibernazione invernale’) ma pieno di vita con la miccia pronta a far esplodere progressioni space-disco à la Alan Parsons. Un pantalone a zampa, un organetto, qualche beat e i giovani del nuovo surf sono qua. Parola d’ordine chillwave psych-robotica. La leggenda narra che i due casalinghi abbiano editato tutto l’album nel magazzino della nonna. Sembra di vederli là, nella capanna in mezzo alla neve a scaldarsi con qualche sigarettina +, a registrare takes e consumare i vinili della collezione dello zio strafatto di ambient.

La chillwave è una corrente anticiclonica che li lega alle Baleari, ma che col ghiaccio che li circonda ti fa veder pure l’aurora boreale. E allora per scaldarti non puoi non invocare i movimenti delle macchine umanoidi ‘80, il funk bianco (il basso degli Spandau Ballet in …You Too), i demoni degli Happy Mondays, le tastierine a 8 bit e Super Mario sgranato a 16 colori. Un sentire decisamente più suonato e live rispetto ai cugini americani traduce il sogno in una visione ‘70 (i Goblin in Neanderthaler) e ‘80 (i Japan di Sylvian in The Bridge) che non contempla passivamente il tempo che fu, ma che ha al suo interno delle coordinate progressive in caduta libera per far muovere la gente sotto il palco.

Un’estetica al limite tra rock e contemplazione, Syd Barrett che viaggia a braccetto con Morricone (Nightrider), il tutto attualizzato dal fantasma Eskimo (Lindstrøm e Prins Thomas in primis). L’agenzia spaziale di viaggi Fontän ci dà il benvenuto per un’andata ritorno Ibiza-Göteborg. Alla cabina di pilotaggio ci sono due robot pronti a farci dirottare sul lato oscuro della luna. (MB)

Ayrton Senna Is Riding A Delorean

Se fin qui avevamo sentito l’assenza di un effluvio p-funk, ecco che spuntano i Delorean. Il combo barcellonense fleshato dalle prove tropical psych di El Guincho aggiunge alla proposta oltre all’ingombrante eredità di Rapture e !!!, il camp targato Patrick Wolf, le tastierine spastiche ereditate dal bbreaking ‘90, la wave danzereccio-minimal e il sentire ‘estivo’ di Panda Bear e Todd Terje.

Il documento sonoro su cui possiamo mettere le orecchie per ora è l’Ayrton Senna EP (oltre a qualche remix per Glasser, Franz Ferdinand, The XX, Teenagers e altre briciole sonore), uscito a maggio 2009. Pubblicato dalla Fool House, la label dei dancebloggers francesini Fluo Kids,  il disco è un perfetto mix di rock wave mutato house in 25 minuti.

Il dancefloor si illumina di un sole che non ha nessuna intenzione di spegnersi e il suono del quartetto è la carta da giocare nelle piste affollate da giovani che non osano più il pogo post-techno dei Justice. Il pubblico dei Delorean è quindi il distillato electro-pop stanco delle chitarre degli Strokes ma sempre e comunque concentrato sulle vetrine. L’accostamento cui probabilmente aspirano è ai Beach Boys. Ma di mezzo ci sono stati i Wavves, il fidget e molto altro. Le senti tutte queste contaminazioni 00 nel singolo Seasun con quel ritornello che è già anthem e che mima la Kids di MGMTiana memoria. Se poi la riascolti nella versione di John Talabot ti vengono i brividi da spiaggia ibizenca. Per chiudere degnamente ti rilassi con le tastierine ‘90 e gli echi degli archi disco di Big Dipper e stai lì a prenderti il sole anche se non c’è. Babe, if you want to we could run away up into the sun / But we would only fade from black to black. (MB)

Outer Eighties

Prendiamo un bel respiro e facciamo una pausa. Saltiamo di nuovo il fosso della delimitazione che sta all’origine di Candeggina Pop e ritorniamo dalle parti di “quelli con le chitarre”.

I più si staranno chiedendo quale senso abbia ritornare su quel tropical sound approfondito non più tardi di un paio di mesi fa, soprattutto alla luce di un suo ipotetico, teorico sviluppo laterale (o speculare, dipende da dove lo si guardi). Ci si torna perché il fenomeno non sembra essersi fermato, anzi è in grande fermento.  Partiamo dal capostipite Matt Mondanile aka Ducktails che ha appena pubblicato il suo disco migliore Landscapes; mentre nello stesso tempo ha portato all’esordio – dopo qualche 7” e cassetta d’ordinanza – il progetto Real Estate, vero e proprio supergruppo di cui fanno parte (più o meno marginalmente) Alex Bleeker e Julian Lynch. Quest’ultimo da tradizione bedroom-pop hero ha esordito in solo con Orange You Glad per Olde English Spelling Bee (marchio anche di Landscapes), mentre il primo è in procinto di farlo col progetto Alex Bleeker & The Freaks, sempre su Underwater Peoples; ideale spiaggia (è il caso di dirlo) su cui naufragano un po’ tutti i protagonisti qui elencati.

Metteteci anche che l’omonimo non è l’unico disco in uscita in questo periodo per Real Estate (sta per essere pubblicato il 12” Reality per Mexican Summer, casa anche di Washed Out – e magicamente tutto torna) e che, nel frattempo, le gemme sparse nella compila Summertime Showcase hanno cominciato a germogliare mostrando ottimi frutti (su tutti Frat Dad e Family Portrait con 7” in arrivo) e capirete il perché di questa postilla. Diciamo che siamo al livello dell’attualizzazione del presente, in questo (sotto)mercato onnivoro e inarrestabile.

Nomi diversi, seppur di poco, per proposte diverse, seppur di poco. Eppure se le si unisse come i puntini di uno di quei giochini della settimana enigmistica avremmo un microcosmo interessantissimo e frastagliato. Prendiamo Real Estate e Julian Lynch. Affini lo sono, visto che il secondo suona spesso coi primi che, a loro volta, lo considerano una delle loro influenze principali. Ma ad ascoltare Real Estate e Orange You Glad non è che ci si ritrovi proprio sullo stesso piano. RE è pop sixties sotto valium, forma canzone + melodia compressa come se provenisse dal fondo del mare; Lynch un caleidoscopio freak che del pop mantiene strutture e accessibilità. Inserirli sotto la cappella del hypnagogic pop made in Keenan non è affatto sbagliato, a patto che si consideri la definizione non tanto come un suono specifico, bensì come un feeling, un immaginario rievocabile “a mente”. La linea di demarcazione di cui sopra – fi-ers con synth vs fi-ers con chitarre – perde un po’ della sua nettezza. A riprova di ciò, il fatto che proprio l’iniziatore di questa “riflessione catalogatoria” inserisca nel calderone progetti molto diversi come Oneohtrix Point Never e Zola Jesus, Pocahaunted e Emeralds arrivando a mostri sacri della merda-music più oscura e carbonara come James Ferraro & Spencer Clark aka Skaters e mille altri nomi ancora (Lamborghini Crystal e Vodka Soap i più significativi).

Non è dunque il suono in sé ma la “memoria offuscata” o “nostalgia artificiale” il tratto unificante. Le musiche degli hypnagogici sono proprio questo: il ricordo di un ricordo, modificato, deviato, scontornato dal suo contesto, come derivante da un dormiveglia continuo e cosciente che crea spesso cortocircuiti assurdi che nemmeno il bastard-pop: ascoltatevi a proposito Green River dall’omonimo di Real Estate e ditemi se non vi torna in mente Il Cielo È Sempre Più Blu di Rino Gaetano.

Fermiamoci. Altrimenti i cerchi concentrici che si aprirebbero ci farebbero perdere di vista il punto focale della postilla: se nella fluviale indagine di Keenan è stato facile perdersi in mille e più rivoli, nella nostra una linea comune c’è ed è piuttosto evidente. È quella di un immaginario da spiaggia in bassa risoluzione, immagini sfocate e lampade bubble da hippie fuori tempo massimo. (SP)