Energia sudafricana. Alla scoperta del gqom con Nan Kolè

Il gqom è una musica che esprime una cultura. Nasce nelle township sudafricane per mano di teenager a cui basta un laptop e Fruityloops per creare tracce esplosive e avvolgenti che fanno vibrare mente e corpo. Le produzioni, fortemente artigianali e DIY, girano nei party delle scuole, sui social network e nelle autoradio dei taxi sudafricani. Potrebbe sembrare kwaito per la potenza dei kick, house se si bada alla cassa dritta, uk funky per la carica travolgente, o techno per i suoni sintetici e ipnotici, ma in realtà il modo migliore per comprendere e valorizzare il gqom è definirlo un genere a sé stante. Gran parte del merito nella sua diffusione in Europa è di Nan Kolè, ovvero Francesco Cucchi, dj e producer romano attivo negli anni Novanta nella scena rave della capitale. Dopo aver scoperto la carica unica e le potenzialità espressive del gqom, ha deciso di fondare nel 2015 la label Gqom OH! per cui ha fatto uscire l’iconica compilation The Sound of Durban. Quindici tracce prodotte da vari esponenti locali del genere che hanno conquistato i pareri positivi di riviste specializzate (Fact, Pitchfork, The Wire, Mixmag) e circuiti radio e streaming come Rinse Fm e Boiler Room. Qualche settimana fa Nan Kolè ha pubblicato il suo primo mini-album, Malumz, cimentandosi in prima persona nella produzione di una traccia gqom. Lo abbiamo intervistato per scoprire aneddoti e caratteristiche di un genere pronto ad esplodere nei club di tutto il mondo.

Chi produce questa musica? Cosa esprime?

Il gqom è prodotto principalmente da teenager e ragazzi molto giovani – hanno al massimo 22-25 anni – delle township (Kasi) di Durban. Per farvi capire, la suonano tra di loro a scuola durante la ricreazione o durante i party di fine anno scolastico. È una musica fatta prettamente per ballare, poi ascoltando e leggendo i titoli dei singoli pezzi possiamo trovare dei messaggi o delle emozioni che i ragazzi vogliono trasmettere, indirettamente o inconsciamente, ma quando parli con loro ti diranno che fanno il gqom per i loro party, per i loro amici, per ballare e divertirsi.

Se dovessi descrivere il genere a chi ascolta musica elettronica o frequenta club più tradizionali, che parole useresti?

Musica elettronica caratterizzata dal broken beat, il kick è uno degli elementi principali, come anche thunderous pad, hit stab ed effetti riverberi e delay; è ipnotica, ripetitiva e ha un crescendo lento, a volte il tema, il climax, arriva solo verso i 4/5 minuti. Il gqom è gqom, non è giusto compararlo con altri generi. Gqom è una cultura, è musica Zulu, poi noi occidentali possiamo associarla emotivamente o come feeling ad altri generi nostri. Io personalmente l’associai al primo dubstep, ai beat grime, ma spesso secondo me ha anche un sapore techno.

Nel tuo passato ci sono esperienze nella scena rave romana degli anni Novanta. Riscontri un collegamento tra quel modo di intendere gli spazi dove ballare ed estraniarsi dalla società e le dinamiche in cui nasce il gqom in Sudafrica?

Beh, in qualche modo sì, è la cultura del DIY. Se l’establishment delle musica non ti dà spazio, tu te lo prendi, in questo senso sì. Quando sono stato a Durban, vedere nei taxi rank la musica pompare e fare il party in strada mi ricordava molto gli anni dei rave illegali, e avevo più o meno la loro età quindi ho avuto questa empatia, ma chiaramente contesto culturale ed environment sono diversi.

La tua compilation The Sound of Durban, insieme alla label Gqom OH!, ha raccolto riscontri importanti tra riviste specializzate, radio e circuiti streaming internazionali. Te lo aspettavi?

La potenza del gqom mi scuoteva da dentro, quindi mi aspettavo un interesse, ma certamente non così tanto e soprattutto non così velocemente. Credo che la scena musicale europea fosse affamata, necessitava di qualcosa di veramente nuovo; quando ho lanciato la label c’era una fase di stallo sopratutto nella scena UK con un taking over di house che non era altro che una specie di remake di garage anni ’90, quindi ho trovato un terreno fertile. È stato il suono giusto al momento giusto, ma anche grazie a label come Goon Club Allstars e ad altri artisti e djs che hanno sempre continuato a fare ricerca e a suonare cose diverse.

Come è organizzato il lavoro della label “Gqom OH!”?

Beh come il Gqom. Do It Yourself [sorride, NdSA]. Specialmente all’inizio, per quanto concerne le prime due releases, ho fatto tutto da solo sia in fase di produzione che di ideazione. La mia amica e collaboratrice Lerato Phiri è stata fondamentale nel far sì che tutto questo prendesse forma e concretezza, senza di lei non saremmo riusciti a partire. La realizzazione delle grafiche è con il team Romano HB Productions. Ora siamo organizzati più come un team, ho un management e altre persone che mi aiutano, come il collettivo Crudo Volta. La difficoltà principale per me è rispettare la programmazione delle releases perché, quando si producono vinili, possono spesso capitare inconvenienti inaspettati.

Ci sono producer europei che si stanno avvicinando al genere? Che riscontri sta raccogliendo questa musica nella club culture londinese, italiana e internazionale? Contando anche un forte interesse delle nicchie elettroniche per sonorità afro e post-coloniali…

Credo che il suono stia influenzando molto, anche indirettamente, il sound elettronico europeo. Temevamo il cultural appropriation che per fortuna non si è concretizzato, non credo che ci siano release in giro gqom di artisti non Sud africani.

Parliamo del tuo lavoro, Malumz. La traccia da te scritta, Bayefal, presenta una veste colorata e solare, sembra quasi influenzata dallo UK funky. Come è nata?

E in effetti dici bene, è vero. Durante il tour con Lag sono passato per Roma e ho backuppato un po’ di mie vecchie produzioni non finite, tra cui Bayefal. Il draft originale lo avevo fatto nel 2010, quando ascoltavo e suonavo tantissimo UK funky; ho riaperto e modificato il progetto e, avendo nuove influenze, negli ultimi anni è uscito qualcosa di diverso. L’influenza UK funky è molto presente. E sono contento perché stavo veramente in fissa, è stato un genere importante nel mio percorso musicale.

Malumz, che significa «zio» in zulu, testimonia un feeling umano oltre che musicale con gli esponenti del gqom. Ritengono importante il tuo ruolo nella diffusione di questa musica?

Con i ragazzi ho un rapporto bellissimo, non so come descriverlo a parole, e comunque lo tengo privato, perché è parte della mia vita, al di fuori della dimensione artistica. Malumz significa molto per me, mi hanno fatto sentire come un loro Zio, mi chiedono consigli su tutto e ho percepito un affetto a volte veramente incredibile, ma il bello è che c’è un clima di collaborazione e scambio: anche io sto imparando tantissimo da loro sotto ogni aspetto, non solo musicale. Ovviamente ritengono importante il mio ruolo perché da quando abbiamo creato la label sono cambiate tante cose, anche nella scena musicale sudafricana, ma la cosa più importante è che hanno iniziato a vedere la loro attività musicale in modo diverso, vedono una prospettiva futura e stiamo cercando di portarli uno a uno in Europa per mostrare il loro talento anche fuori dalla terra natale. La loro musica è la vera forza trainante, nient’altro, quello che fanno è così potente, bello e puro che poteva andare a finire solo così, sono stato solo uno strumento e ne sono fiero, ma questi ragazzi spaccano troppo, sono next level e spero che nascano anche altre label locali, come per esempio Gqom Fridays, perché Durban pullula di ragazzini geniali. La creatività lì è letteralmente esplosiva e non ce la facciamo a seguire tutti.

Quali sviluppi immagini per il tuo futuro musicale?

Mi piace fare musica senza pensare troppo, ho tanti nuovi beats da finire e sto cercando una mia strada personale che riassuma il mio lungo percorso musicale. Ho 37 anni, una ventennale collezione di vinili, che ho lasciato a Roma, e che comprende vari generi, dalla techno all hip hop passando per drum’n’bass, breakbeat, house, 2step e dubstep. Vorrei riassumere tutto questo tornando indietro a ritrovare le mie origini quando, come i ragazzi di Durban, cominciai a fare il dj a 14 anni. Non riesco a immaginare il futuro, perché in qualche modo sto ancora cercando me stesso.

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