The Gun Club. Camminando con la bestia
-
Giancarlo Turra
- 7 Febbraio 2010
Sex, Beat & Blues
Scrivo moltissime canzoni disperate, del tipo ‘O Dio perché mi hai abbandonato’. Parlo d’emozioni tenute dentro e della perdita di fiducia: è parte della condizione umana essere così disillusi che l’anima muore. Non ha niente a che vedere col fatto di vivere a Los Angeles
Jeffrey Lee Pierce, 1981
Con quei lineamenti da paffuto Marlon Brando dei bassifondi, uno come Pierce lo davi per spacciato appena ci puntavi gli occhi sopra. Attorno a sé aveva quell’aria tipica di chi non arriva alla vecchiaia; che si nega – come certi bluesmen del Delta – un sereno tramonto in cui si guarda la gioventù con un sorriso. Non era “nella parte” e infatti il destino aveva in serbo ben altro: Jeffrey era un doomed che non si limitava all’immagine esteriore. Andava a fondo e scavava nel profondo dei demoni di chiunque perché qualcuno deve farlo. Poteva accontentarsi di un aspetto da B-movie e di oltraggi da teatrino, della felicità di sembrare – come cantava lui stesso – un “Elvis venuto dall’inferno.” Macchè: non sarebbe stato altrettanto potente e scorticante il suo rimestare in acque punk le radici e i misteri del suono (e del sogno) americano. L’accostare santi e diavoli, gotico e beat, sesso e romanticismo in un calderone incendiario e stordente; il parlare esplicitamente della violenza insita nella società statunitense sin dalla scelta di chiamare il gruppo “club del fucile”, raccontare vicende che evocano personaggi buoni per Cormac McCarthy, certi pazzi che di morte vivono e la guardano negli occhi ridendo. Ma quelli sono leggende e inchiostro, non carne e nervi.
Jeffrey Lee Pierce doveva per forza camminare sul filo del rasoio, tagliarsi e sanguinare in un sadico gioco di estremi. Un ragazzo biondo e stralunato che dentro era negro e dal baratro non uscirà vincitore, schiacciato dalle “solite” debolezze e, soprattutto, dal troppo dare del tu ai demoni in un rapporto di amore/odio. Dall’eccesso di rovelli dell’animo, anche, scandagliati fino a non poterne più e scivolare dentro una spirale di caos. Infine, vittima di se medesimo e delle sue scelte. Tuttavia, la musica – ciò che conta veramente – resta un esempio mirabile di tradizione schiaffeggiata, di un futuro ricostruito coi cocci del passato e condotto a viva forza fuori de accademie e musei di nuovo in strada, dove dovrebbe sempre stare a fregarsene delle convenzioni, a sconvolgerci ed esaltarci come se non vi fosse un domani.
Che oggi leggi modello morabile per giganti della levatura di Mark Lanegan (diverranno amici dopo che l’ex Screaming Trees rileggerà da maestro Carry Home) e David Eugene Edwards, di tutti coloro che seguono quelle orme sonore e spirituali impresse con una rivisitazione animalesca di blues, country e memorie sixties non così scontata nel 1980. Dopo il punk, di fronte a un bivio di estremizzazione hardcore o a un immaginifico post, bastian contrari come i Gun Club indicarono una “terza via” che poteva essere affrontata in svariate maniere: da valenti traghettatori fedeli alla linea come i Blasters, da sardonici fumetti divenuti realtà come i Cramps, da torvi e pertanto umanissimi rimestatori del torbido come loro.
Nulla mancava: non la conoscenza appresa dalla fonte (Jeffrey era un collezionista ed esperto di blues; ma pure appassionato di soul ed errebì, di reggae e jazz); non la capacità di dare del passato una visone contemporanea, soffiando le inquietudini e l’asfissia dell’America reaganiana in qualcosa di antico e contemporaneamente indenne alla clessidra. Era il Mississippi che sfociava in California, tra le tante cose: la più terrigna delle musiche che trascolorava nella città delle illusioni per eccellenza. Uno stile che, da iconoclasta qual’era, pian piano sarà accettato tra le maglie del mainstream con i White Stripes (Jack White il fan terminale), assurgendo a classico – seppur di nicchia – senza rimetterci un’oncia di furore. Soltanto bestemmiando il Verbo ne trattieni lo spirito e cosa meglio di un’anima che si vende al crocicchio di Robert Johnson, fradicia di depravazione e strabordante oscura poesia. Quel buio che giace dentro ognuno e non tutti vogliono scrutare: solo i più forti, e al contempo i più deboli, ne sono capaci e talvolta qualcuno torna a raccontare cosa ha visto. Dopo di che, per lui e noi non c’è più pace.
Fired By Love
Una vicenda tormentata, questa, e spesso spiacevole. Per questo – e perché di decessi del rock siamo stufi, pur nella consapevolezza della nostra impotenza – su alcuni aneddoti soprassederemo. Perché sapere quanta droga scorreva a un certo punto nelle vene di Jeffrey o quando whisky gli stesse fottendo testa e fisico conta zero. Importa il ruolo fondamentale di una formazione uscita dal sottobosco punk losangelino per gettarsi con rabbia famelica sulle radici, in ciò mostrando la via a legiosni di successori. Il punto stava e sta tuttora nell’attitudine, nell’omaggio che si realizza attraverso l’oltraggio; nella mancanza di rispetto verso la rigidità dei puristi, per i quali il rock and roll – che è soprattuo fusione! – non sarebbe manco esistito, epperò vai a spiegarglielo. Nel voler strapazzare l’oggertto del proprio amore per infondergli uno spirito nuovo.
Se presti fede al diabolus ex machina Pierce, l’idea di partenza era distruggere e poi (ri)creare, dunque vicina più ai Birthday Party che a band coeve e alle prese con la medesima materia. Per restare in città e scovare qualcosa di simile devi in effetti bussare alla porta di Chris D. e dei Flesh Eaters, cosicché un cerchio iniziale si chiude. Prima del quale urge un flashback al 1979, quanto il ventenne Pierce scrive per la fanzine punk Slash, occupandosi con competenza di rockabilly anni ’50 e blues prebellico, sorprendendo per l’apertura mentale che lo conduce ad appassionarsi alla musica giamaicana e, tra le altre cose, a fondare il fan club dei Blondie stringendo amicizia con Deborah Harry e Chris Stein. In occasione di un concerto dei Pere Ubu conosce Brian Tristan, in arte Kid “Congo” Powers, ammiratore dei Ramones e chitarrista autodidatta. Poiché il biondo glamorous è appena tornato da un istruttivo giro a New York, scioccato dalla No Wave e dal suo approccio viscerale che tralascia la tecnica in favore dell’espressività, ritiene una buona idea mettere su una band con questo tizio. Il quale dovrebbe essere il chitarrista solista, ma uno strumento manco lo possiede; Pierce prende per sé il microfono e risolve la questione prestandogli la sua, un amplificatore e – a mo’ di riferimenti – il vinile di debutto delle Slits e vecchi 33 giri di Bo Diddley.
Appare già chiaro che il Nostro abbia un’immagine chiara in testa, pur senza perdersi in fumosi intellettualismi. Dopo un breve periodo come Cyclones si ribattezzano con un più suggestivo Creeping Ritual, mentre alla sezione ritmica passano un po’ di facce. Trascorrono due anni facendosi le ossa, suonando spesso di supporto al meglio della scena punk locale, finché l’amico Keith Morris (che canta per Black Flag e presto sarà nei Circle Jerks) se n’esce col nome che sappiamo. Con mossa molto Settantasettina, rileggono Marvin Gaye e cercano idee nella libertà regolata di Ornette Coleman, risoluti a sferzare il blues e mostrare che il vero insulto è la versione fiacca datane da bianchi senza palle. Così si spiega in buona parte il linguaggio esecutivo di Powers volto a lavorare di tessiture e rumorismo, come si evince – nonostante la scarsa qualità – da registrazioni d’epoca incluse in The Birth The Death The Ghost (ABC, 1983; 6,5/10) e raccolte su palchi di L.A. nel 1980. Persa la ritmica originaria causa screzi (non sarà mai individuo facile JL: dispotico, bugiardo patologico, debole e perciò manipolatore), c’è un primo spartiacque. Arrivano il bassista Terry Graham e il batterista Rob Ritter, ambedue di solida e fantasiosa militanza nei Bags. Succede però che Lux Interior e relativa ghenga siano in città e abbiamo problemi a gestire il chitarrista Bryan Gregory: poiché le affinità elettive non le puoi domare, iniziano a girare con i Gun Club e, già che ci sono, gli scippano Kid Congo che in tal modo esce di scena per un triennio. Sarà un caso, tuttavia anche il rimpiazzo aveva sostenuto un provino per i Cramps.
Si chiama Ward Dotson, californiano di Anaheim e tecnicamente preparato, adroatore delle “roots” ed elemento perfetto per fungere da pietra angolare. Finalmente pronto, l’LP d’esordio Fire Of Love (Ruby, 1981; 9,0/10) è sensazionale affare di famiglia “allargata”, l’etichetta proprietà di Chris D. che inoltre produce cinque tracce e invita Tito Larriva dei Plugz al violino, piazzandolo poi dietro al mixer per il resto della scaletta. Inciso in un paio di giorni con pochi overdub e insistendo su Pierce per un approccio punk molto ruvido e “tirato”, incalza e maledice, turbando come una lama passata sulla giugulare. Una mescolanza non più distinguibile tra ’77, rockabilly, country e blues col piglio irrefrenabile della gioventù, irosa e strafottente eppure capace di cogliere dettagli e robustezza del collettivo, nonostante un contesto minimale. Lo chiariscono la sferragliante Sex Beat e Cool Drink Of Water, classico di Tommy Johnson dilatato a sei minuti caracollanti tra narcosi e desolazione; la controversa (con un testo presunto razzista: è interpretazione, sappiatelo) For The Love Of Ivy scorre tra buio e riverberi mentre Promise Me incede stranita su un violino scorticante e ronzare di corde velvetiane. Rock furibondo eppure poetico, dal quale i primi Dream Syndicate e Violent Femmes trarranno subito linfa vitale (She Is Like Heroin To Me, Jack On Fire) e che ti sbatte in faccia con oggettività un infervorato delirio, un terrore che magnetizza (Ghost On The Highway, Goodbye Johnny: i Suicide con le chitarre?). Epocale, insomma, e la prima indicazione di un ego geniale però accentratore che subito litiga con la Ruby.
Ecco spiegato l’ingresso alla corte di Chris Stein per il seguito Miami (Animal, 1981; 8,5/10), messo su nastro in un’angusta stanza newyorchese che aggiunge ulteriore, claustrofobico fascino al cocktail. Titolo che evoca un luogo dove l’apparenza è una cortina tirata sul sordido, su qualcosa di sudicio e immorale (come del resto Los Angeles e New Orleans; poi toccherà a Las Vegas…) e un album che intelligentemente non ricalca il predecessore, approfondendo il lavoro sull’interpretazione vocale (sorta di Jim Morrison “black”, moderno e privo di retorica: A Devil In The Woods), sui fraseggi country in composizioni fascinose e indimenticabili come Carry Home, Like Calling Up Thunder e Mother Of Earth. Stein crea sottintesi e lascia a JL spazio per muoversi in un’atmosfera oppiacea, lontana dall’impatto sul palco dei Gun Club ed è giusto così. La band, intanto, salda il conto col passato rileggendo Run Through The Jungle e il rockabilly The Fire Of Love, poi s’inventa un sensazionale Chris Isaak perverso e corrotto in Watermelon Man. Senza tralasciare la vena misticheggiante di testi che altrove sono brucianti istantanee di realismo, l’irruenza ragionata e vieppiù irresistibile (Bad Indian, i cori – omaggio della Harry sotto pseudonimo – di Brother And Sister; la traslucida gemma Texas Serenade).
Roba da pronosticare onori e un po’ di soldi in più nella tasca e figurarsi: col disco nei negozi, Ritter ha detto basta preferendo i 45 Grave e in copertina le facce sono tre, Dotson offuscato dal faccione torvo del Jeffrey. Un presagio, visto che anch’egli è fuori entro fine anno (fonderà i discreti Pontiac Brothers) e idem Ward per i troppi litigi tra galletti. Prima di sbattere la porta Rob ha istruito sul repertorio la conturbante goth-lady Patricia Morrison, che fa così il suo ingresso in una line-up completata dalla tagliente chitarra di Jim Duckworth e dal batterista Dee Pop. Resistono sei mesi, nei quali il leader cerca di incassare due lire – vizio che presto genererà una pletora di uscite trascurabili – con il live Sexbeat 81 (Lolita, 1982; 5,0/10) e si innamora follemente di Linda “Texacala” Jones, cantante di Tex & The Horseheads. Di costei la voce sul mini registrato approfittando di una session per gli Horseheads andata buca: Death Party (Animal, 1983; 7,3/10) mostra sonorità più squadrate e compatte da ascrivere ai nuovi innesti. Da ricordare la title-track, il midollo diddleyiano Come Back Jim e una raffinata The House On Highland Avenue.
Altro giro di giostra attorno al dispotico Pierce, frattanto, che richiama Terry Graham per un imminente tour in Australia: Duckworth abbandona per disaccordi con il management e Terry lo segue. Sull’aereo salgono Jeffery Lee e Patricia, dapprima scortati da una band locale e poi dalla vecchia conoscenza Kid Congo Powers. Mossa vincente, giacché il Kid sarà a lungo braccio destro del Nostro, restandogli accanto fino alla fine. C’è un lungo ed eccitante tour europeo a benedire l’amalgama e a consegnare la maturità con Las Vegas Story (Animal, 1984; 7,8/10) senza smarrire verve e potenza, in virtù anche del rientrato Graham. Il palco roda le composizioni che affrescano un ritratto ancor più meditato del Grande Paese e delle sue contraddizioni. Palesi la produzione di una ricercatezza che è crescita progressiva in termini di arrangiamento e scrittura, ma anche volontà di incanalare il “clima” della città che battezza il lavoro; soprattutto l’impianto di base, sorta di romanzo noir che strada facendo si adatta da solo in pellicola.
Recuperata la tambureggiante e innodica Walking With The Beast dal retro del 45 The Fire Of Love, si racchiude la mezz’ora di The Creator Has A Master Plan – Pharaoh Sanders: eccola, l’apertura mentale – in novanta secondi; si ospita Dave Alvin nelle anthemiche Eternally Is Here e Give Up The Sun; ci si getta nel buio per The Stranger In Our Town e una My Dreams da Joy Division d’oltreoceano. Dominano varietà e rifiuto delle convenzioni ed è qui il significato della cover di My Man’s Gone Now, Pierce che schiaccia il pedale di teatralità e confusione sessuale da tossico Mark Almond. Tradizione rivisitata sempre e comunque, altrove ratificata nella romantica Secret Fires (in origine non sul vinile, ripescata da cassetta e cd) e nella livida Bad America, nelle camere del Moonlight Motel e in tutte le date della touree europea. Riuscita al punto che ne sortisce il live Danse Kalinda Boom (Megadisc, 1985; 6,8/10) e il quartetto compare nel programma della BBC The Tube in un’esibizione sconvolgente. Non tutto rose e fiori, comunque, dato che Terry getta la spugna definitivamente a Parigi; il resto della brigata si stabilisce a Londra cercando di capitalizzare quel poco di clamore e confidando nel supporto della stampa locale.
Durante una data con i Scientists, il loro cantante Kim Salmon presenta a Pierce la fotografa giapponese Romi Mori: amore a prima vista e conseguente abbandono di tutto il resto, gruppo incluso. Congo e la Morrison fondano i trascurabili Fur Bible col batterista Nick Sanderson. Il capo dal canto suo risponde in solitudine con l’apprezzabile prova del dylaniano Wildweed (Statik, 1985; 7,0/10). Nei concerti che ne seguono la pubblicazione, lo scortano giustappunto Sanderson e la Mori al basso. Ancora non può saperlo, ma è solo l’inizio di una discesa in inferi non più redenti dall’arte.
Ramblin’ to the end
Poiché non vivrò a lungo, dovrai rispondere tu alle mie lettere, spiegare a tutti i giornali che ho comprato il biglietto per l’inferno. Per laggiù, sotto a questo mondo
Up Above The World; 1993
Prima della graduale picchiata al suolo da altezze forse troppo grandi, Mr. Pierce prende tempo riposandosi con la Mori e qualche distratta apparizione in cui recita poesie. Ricaricate a suo modo le batterie con alcol e droga e la partecipazione all’emozionante “cult record” I Knew Buffalo Bill di Jeremy Gluck (della partita Nikki Sudden, suo fratello Epic Soundtracks e Rowland S. Howard: viene da commuoversi e incazzarsi), riapre il Club nel 1987 con la fidanzata e il fido Powers, nel frattempo divenuto parte integrante dei Bad Seeds. A tamburi e piatti siede Sanderson e i concerti dell’epoca non sono granché benauguranti: una band limitata tecnicamente sorregge come può un frontman rifugiato nello stereotipo; certo non quello che vorresti dopo un biennio di sosta. Per questo motivo desta sorpresa a dicembre Mother Juno (Red Rhino, 1987; 7,0/10) e ancor più la presenza, nel ruolo di produttore, di Robin Guthrie dei Cocteau Twins. Stupore che lascia spazio a un sorriso d’approvazione grazie alla teatralità di Breaking Hands e al rockabilly Bill Bailey, alla splendida Yellow Eyes con ospite Blixa Bargeld e alla serrata Thunderhead. Se aggiungete Hearts e la lenta Lupita Screams, avrete l’ultimo 33 del Nostro da mettere in casa senza alcun patema. Ciò nonostante è palpabile la confusione ed è evidente che le troppe interruzioni abbiano fatto perdere il treno e la centralità – seppur a livello “underground” – della formazione.
Prova ne sia un progetto solista dell’uomo che si trascina per un biennio e ha per oggetto alcune cover di brani preferiti da Jeffrey, sostanzialmente vecchi country, blues e murder ballads. Ne discuterà a un festival con l’amico Nick Cave, che ripulito e focalizzato sulla propria attività farà dell’intuizione miglior uso. Il disco a firma Ramblin’ Jeffrey Lee, vedrà la luce nell’indifferenza generale e con vendite risicate. Il decennio si chiude in tono minore con una nuova fatica dei Gun Club, quel Pastoral Hide And Seek (PIAS, 1990; 6,7/10) in cui la chitarra di Romi guadagna spazio e le sonorità si ammorbidiscono: il leader pare sereno, viaggia e si interessa alla cultura orientale; per un poco allontana da sé i vizi e la matrigna Los Angeles; può così scrivere brani di buon livello come Straits Of Love And Hate e Another Country’s Young, come Humanesque e I Hear Your Heart Singing. Sostanza stilistica che non cambia, benché l’opera risenta in positivo del successivo Divinity (New Rose, 1991; 5,0/10), inconcludente pasticcio in studio e dal vivo che, tra ripescaggi e ispirazione in soffitta, poteva raccontare un artista placato ma dimesso oppure perso definitivamente dentro a follia e dipendenze. La soluzione, in ambedue i casi, è in arrivo.
C’è il forfait di Nick Sanderson, cui subentra tale Simon Fish ovvero il ‘Willie Love” che compare nel secondo album solista di cui sopra, Ramblin’ Jeffrey Lee & Cypress Grove With Willie Love (New Rose, 1992; 6,6/10). Vi sfilano un paio di originali discreti benché l’anima sia in riprese di brani altrui: Charlie Patton (Pony Blues), Howlin’ Wolf (Moanin’ In The Moonlight) e Skip James (Hardtime Killin’ Floor Blues) le più note e azzeccate. Chiamatelo atto d’amore o rivelazione, magari un messaggio nella bottiglia nemmeno troppo velato in un estremo momento di lucidità. Fatto è che il tunnel è imboccato e la luce, là in fondo, appartiene a un treno lanciato a folle velocità. Nel corso dei ventiquattro mesi che seguono, Pierce alterna uscite acustiche a esibizioni un po’ così con i Gun Club, come testimonia Ahmed’s Wild Dream (Solid, 1992; 6,4/10 – in America uscirà come Live In The U.S.), ricavato da un’esibizione olandese che mostra del buon lavoro di sei corde ma suscita inevitabili e stridenti confronti. Vale più come ultima registrazione ufficiale in cui appare Kid Congo: infine solo, Jeffery richiama Sanderson e combina casini a ruota libera. Non ne risente troppo il commiato Lucky Jim (What’s So Funny About, 1993; 6,7/10), più robusto compositivamente e impreziosito da liriche belle come mai mentre il cantante si fa carico della quasi totalità delle chitarre. Senza nulla togliere, l’assenza del Ragazzo Congo è tangibile ma non nel semiacustico brano omonimo, nell’autobiografica Kamata Hollywood City, in Idiot Waltz e Cry To Me. Passabile, ma Jeff non ci sta proprio più con la testa e da qui in poi non è un bello spettacolo. Tradita la Mori con un’altra giapponese – la fotografa Kayo Hosaka – se la gioca a favore di Sanderson: in siffatto “valzer idiota” spariscono sezione ritmica, l’amore della vita e voglia di vivere.
Sulla via dell’autodistruzione a niente servono un giro concertistico sul continente coi Cypress Grove e le comparsate con Bad Seeds e Kim Salmon. Scade il visto ed è obbligato a lasciare il Regno Unito, rifugiandosi in Olanda e facendo la spola con l’oriente, tentando di ricostruirsi una carriera in Giappone. Ennesimo fallimento, con la conseguenza di un fatale rimpatrio nel grembo californiano. Nuovamente a L.A., Jeffrey Lee butta giù un’avvelenata biografia che uscirà postuma, tuttavia la catarsi è insufficiente. Ha ormai deciso, sicché è solo questione di tempo. Che viene trascorso frequentando la cricca di Snoop Doggy Dogg (!) e appassionandosi al rap, che il Nostro – in un’ultima follia – vorrebbe fondere con l’idioma del Sol Levante in un (parole sue…) rappanese che siamo in fondo felici ci sia stato risparmiato. Eccolo parlottare spento sul Tom Waits di Pasties & A G-string per il tributo Step Right Up, suonicchiare con poca verve e ancor meno convinzione qui e là, più di tutto stare seduto al bancone del Viper Room.
La lancetta scatta il 31 marzo 1997: a nemmeno trentotto primavere, Jeffrey Lee Pierce è sieropositivo, ha l’epatite e un fegato devastato ma non un dollaro per cercare di curarsi. In visita al padre nello Utah, lo sorprende un infarto e addio. Da allora gli omaggi sono andati moltiplicandosi, sotto forma di nuove edizioni e riscoperte (la più significativa Early Warning, un Sympathy For The Record Industry del 1997 con versioni alternative in studio, demo acustici e live dell’82; 7,0/10). Dapprima il progetto italiano di Nicola Cereda e del Circo Fantasma che in I Knew Jeffrey Lee (Lain, 2006; 7,0/10), ripropone col cuore in mano anche sei brani di Pierce con gusto e la presenza di Emidio Clementi, Cesare Basile, Steve Wynn. Poi We Are Only Riders (Glitterhouse, 2009; 7,5/10), lungo il quale Pierce aleggia come uno spettro, la voce recuperata – un paio di brani soltanto, però – da un nastro scoperto da Cypress Grove e reinterpretato da spiriti affini. Compaiono Cave, Lanegan, Edwards, Kid Congo e Deborah Harry al fianco di leve più giovani (Raveonettes, Sadies) e figure che era logico aspettarsi (Lydia Lunch, Mick Harvey, Barry Adamson). Legato da vigorose affinità elettive e da un’eredità benissimo compresa e portata avanti. Che, in qualche modo, lenisce la ferita di un’anima fin troppo (auto)devastata. Grazie comunque, voodoo child.
