We are the party people

E’ tornata di moda Manchester. Colpita dalla febbre del ventennale e dalle conseguenti celebrazioni di rito, si sono risvegliati gli interessi verso quelle band che di Madchester erano leader. Di chi stiamo parlando? Beh, fondamentalmente di tre gruppi: Primal Scream, Stone Roses ed Happy Mondays, tutte formazioni che a modo loro hanno fatto la storia di quegli anni. I Primal Scream sono probabilmente quelli che hanno avuto la vita più facile. Non hanno condiviso i primi germi della scena Madchester come hanno fatto Mondays e Roses, che da buoni amici si sono dati il cambio sui palchi dell’Hacienda, il locale storico della Factory records, quando ancora c’era poco di cool. No, i Primal Scream sono quelli arrivati nel posto giusto al momento giusto: hanno preso le intuizioni dance (perchè le dancefloor di Manchester se le sono girate eccome), le hanno sviluppate a livello di produzione seguendo l’esempio dei Mondays (Screamadelica sta a Andrew Weatherall come un anno prima Pills ‘n Thrills and Bellyache stava a Paul Oakenfold), e hanno fatto il botto. Non per niente Screamadelica, che quest’anno festeggia i venti anni di vita, è il disco entrato nella storia. I Roses dal canto loro, sono tornati agli onori della cronaca proprio in questi giorni. Da tempo si protraevano rumors di una possibile reunion, ed alla fine il mistero è stato svelato: reunion sarà. La band di Ian Brown salirà sul palco per almeno un paio di concerti (guarda un po’ di stanza a Manchester), poi forse ci sarà un nuovo album. C’è da giurare comunque che non resteremo a secco di news, visto che l’evento ha già mandato fuori giri la stampa inglese. Da ultimo c’è Shaun Ryder, il leader storico degli Happy Mondays, che è stato forse il più constante nel far parlare di sè: qualche episodio scandalistico, qualche passaggio nel celebrity-reality di turno, anche un documentario tv dal titolo quantomeno pittoresco (The ecstasy & the agony di Richard Macer, 2004) che ha pensato bene di ripercorrere le disavventure familiari, economiche e con le dipendenze di vario genere del nostro Shaun. Operazioni dall’ovvio sapore commerciale che hanno poco a vedere con la musica. Ora da poche settimane è arrivata sugli scaffali l’autobiografia Twisting my melons, che rappresenta forse l’occasione più ghiotta per ripercorrere la storia di Ryder e dei Mondays, una storia intimamente legata alla Factory records, all’ecstasy e alla working class di Manchester. Here we go.

Back in time 1987. 24h party people e la nascita di Madchester

Sono sei ragazzi della zona di Manchester gli Happy Mondays, cresciuti nel pieno della crisi industriale del governo Tatcher. Disoccupazione, poca voglia di frequentare la scuola e tanti sogni per evadere da una realtà con poche scappatoie. Le colonne portanti del progetto sono i fratelli Shaun e Paul Ryder, rispettivamente cantante e bassista, e l’ultimo acquisto della band in ordine cronologico ovvero Mark Berry detto Bez, il dancer/uomo immagine dal vivo, uno che sarà capace di fare del suo moving style una professione. Con l’aggiunta di Paul Davis, Mark Day e Gary Whelan, i nostri si presentano ad un classico contest-band nelle sale dell’Hacienda, lo storico nightclub di proprietà Factory records: è qui che passano gente come Stone Roses e Inspiral Carpets (gruppi capostipiti della futura scena Madchester) e soprattutto è qui che Tony Wilson, giornalista, impresario, talent scout, nonchè proprietario dell’etichetta, si accorge di loro. Wilson, sempre provocatorio, la spara grossa: Shaun Ryder può diventare il Bob Dylan degli anni ’90. Che fosse mera pubblicità o fiuto discografico, il passo per il primo disco è breve: nel 1987 esce Squirrel and g-man twenty four hour party people plastic face carnt smile (white out), prodotto nientemeno che da John Cale. New wave? Certo, ma anche molto di più. E’ un sound che unisce white e black music, Inghilterra ed America: come pensare alla disco music di Hamilton Bohannon e al funk di George Clinton intrecciati con il punk inglese di Blue Orchid e Fall. Il primo singolo è Tart Tart, ma probabilmente la migliore summa del discorso la fornisce il secondo estratto, l’anthem 24 hour party people: disco-funk martellante con riff di basso e chitarra reiterati all’infinito, e video schizofrenico con i nostri a cazzeggio per i paesaggi industriali e degradati di Manchester. Anche se il disco non è un grande successo commerciale arriva l’interesse della stampa, e con le prime interviste inizia ad affiorare anche un ritratto pubblico degli Happy Mondays, tutt’altro che secondario per stabilire le coordinate del Madchester-pensiero. Il gruppo stesso si propone in modo eccentrico e diretto, anarcoide verrebbe da dire. La spirale è semplice, più sembrano pazzoidi ed esagitati, più si parla di loro. Ecco un estratto da Melody Maker, novembre 1987.

Shaun Ryder – Our attitude is just that we don’t do anything for anybody if we don’t wanna. If we’re in a bad mood we don’t do the concert. That might be unprofessional but it can be done can’t it? Non of us grew up with disicpline. We can’t get into it.

Contraddittori, spesso appellati dai media come drogati e mezzi delinquenti, i nostri continuano a sfornare ottima musica: nel 1988 esce Bummed prodotto da Martin Hannett (si, proprio lui, il regista dietro il successo dei Joy Division), che consolida il loro repertorio stringendo legami più stretti con le piste da ballo. In realtà il disco percorre più direzioni: certo il singolo Wrote for luck è un singolone tutto da ballare, ma c’è anche continuità con i ritmi dell’esordio (Performance) e in generale lo scarto con il predecessore non appare così netto. Gran parte del merito per la conquista delle dancefloor è quindi da addebitare a una serie di fortunati remix tratti dal disco, in particolare delle due versioni di Wrote for Luck curate da Vince Clark e Paul Oakenfold, che affacciano gli Happy Mondays alle culture rave, trance e house (in mezzo c’è anche il tempo per uno strano incrocio con il folk singer scozzese Karl Denver, nel remix di Lazytits). L’Hacienda è sempre il loro tempio: ci sono i dj (808 state, Jon Dasilva) c’è da ballare, c’è l’ecstasy. Per ora non serve altro.

Success comes and goes pt.1. Pills ‘n Thrills and Bellyache

Pills ‘n Thrills and Bellyache esce nel 1990 e rappresenta l’apice, del gruppo e di Madchester. E’ l’esplosione della scena. A produrre il lavoro vengono chiamati Paul Oakenfold e Steve Osborne, che danno un taglio ancora più groovy al disco: arriva in formazione la corista Rowetta Satchell, ragazza di origini nigeriane che si porta dietro tutto il suo bagaglio soul, e arrivano le percussioni, mai così incisive e in primo piano. Gli Happy Mondays sono sempre più una centrifuga di stili: pop, wave, funk, northern soul, acid house. L’identità è preservata da quei riff di chitarra psichedelici e ripetitivi oramai marchio di fabbrica del gruppo, però è innegabile che Pills ‘n Thrills and Bellyache abbia una dimensione più in the club (God’s cop). Il primo singolo è Step on, una cover di He’s gonna step on you again di John Kongos riproposta in una versione dove beat, piano e basso sembrano mutuati direttamente dai Soul II Soul (anche loro appena giunti sulla cresta dell’onda con il debutto Club Classic vol.1, del 1989). Il successo è immediato: il gruppo balza ai primi posti delle classifiche inglesi e riesce ad entrare anche in quelle americane. E’ il momento di battere il ferro caldo. I Mondays si imbarcano in un tour mondiale che toccherà Stati Uniti e Brasile, e si ritrovano tra i maggiori esponenti del baggy style, genere che nasce dalla cultura balearica e dance di Ibiza (in pratica è l’espansione a macchia d’olio della cosiddetta “Second summer of love”: locali fumosi pieni di luci al laser, vestiti molto larghi adatti al ballo sfrenato, scorte di stupefacenti sempre vicine). Poi quando tornano a casa, Manchester sembra il centro del mondo. Si sentono un fenomeno da Tops of the pops ed effettivamente lo sono: non a caso il secondo singolo, Kinky afro, sarà uno dei brani più orecchiabili del disco, con quel campionamento “facile” riciclato da Lady Marmelade delle Labelle. E’ davvero il momento più alto. Tutti impazzano per il Madchester-sound, saltano fuori decine di gruppi epigoni (Flowered up, New fast automatic daffodils, The Farm, The mock turles, Sub sub, World of twist….) con altrettanti produttori pronti ad immortalarne le gesta, e l’Hacienda vive la sua stagione d’oro costantemente pieno di gente e di esctasy. Il classico punto di non ritorno: da qui in poi, la parabola inizierà inevitabilmente a scendere.

Success comes and goes pt.2. Happy Mondays at the bottom line

Se vogliamo i primi segnali di crollo per gli Happy Mondays sono extramusicali: diventati un fenomeno di costume, la stampa inizia a criticare lo stile di vita del gruppo. Non piace più quell’aria un po’ strafottente e senza compromessi, men che meno si accetta il loro rapporto schietto e diretto con una sempre maggiore varietà di droghe. E proprio le droghe in questo periodo assumono un ruolo cardinale nella vicenda. Non è solo un problema di immagine pubblica ovviamente. Da una parte ci sono le crescenti dipendenze dei Mondays, che iniziano a minare la stabilità del gruppo. Dall’altra l’Hacienda sta diventando un ricettacolo di spacciatori e si appresta a subire le pressioni delle gang locali, che lì dentro fanno affari d’oro. I guadagni calano o vengono spartiti, e di questo ne risente anche la Factory Records, che mai come ora avrebbe bisogno di linfa vitale per continuare la sua attività, mai come ora avrebbe bisogno di un nuovo album a firma Happy Mondays. E’ dunque in questo clima di pressioni interne ed esterne che vede la luce Yes please!, registrato alle Barbados e uscito nei primi mesi del 1992. Oakenfold non è disponibile in cabina di regia, quindi per il disco vengono assoldati Chris Frantz e Tina Weymouth, che decidono di cambiare strada al sound del gruppo. Scelta che si rivela subito sbagliata. Il disco suona vecchio, immerso com’è in un pop mid-’80 tipo Talking Heads esageratamente sfumato in colori caraibici. Probabilmente è sbagliata anche la scelta del primo singolo, perché Stinkin’ Tinkin’ non è certo il pezzo migliore del lotto e fa affiorare istantaneamente il flop. D’altra parte c’è effettivamente poco da salvare: le cose migliori arrivano con il groove di Sunshine & love e nei synth della finale Cowboy Dave. Brani come Dustman invece, hanno la forma di esperimenti mal riusciti. Il fiasco mette la parola fine alla carriera dei Mondays e della Factory: il gruppo si scioglie, e l’etichetta chiude i battenti insieme all’Hacienda. Sulle cifre folli che il gruppo avrebbe speso per effettuare le registrazioni alla Barbados (e che avrebbero affossato definitivamente i conti già traballanti della Factory) rimane un alone di leggenda. Shaun Ryder nella sua autobiografia parla di un esborso che si aggira 10,000 o 20,000 pounds, negando quindi di essere tra i principali responsabili per la chiusura dell’etichetta. In ogni caso un’epoca è finita: il testimone è passato di mano ad altri gruppi che già rielaborano le intuizioni dance-oriented dei Mondays, ibridandole per esempio con gli stilemi del rock. Un nome su tutti? I Primal Scream, che nel 1991 avevano dato alle stampe un capolavoro come Screamadelica, capace di coniugare sia il gusto dei ravers che quello dei rockers.

Manuale di sopravvivenza: come resistere agli anni ’00.

Cosa succede dopo? Beh Ryder e Bez si ripresenteranno sulle scene nel 1995 con i Black Grape, progetto che idealmente si colloca sulla scia Pills ‘n Thrills and Bellyache. Il titolo del primo disco è assolutamente programmatico: It’s great when you’re Straight…Yeah è un lavoro è ancora più ballabile e sempre più immerso nella cultura funk e hip hop, vista anche la presenza in gruppo dei due ragga-rappers Kermit e Psyco (gli altri membri della band saranno il chitarrista Wags e il batterista Jed Lynch). Non è una formula particolarmente innovativa (in pratica viene estremizzata la componente party dei Mondays) ma nel disco ci sono ottimi anthem: Reverend Black Grape, In the name of the father e Kelly’s Heroes, che gode di uno dei testi più satirici e intelligenti scritti da Ryder. Di nuovo è un successo, e i Black Grape sono in cima alle classifiche inglesi. E’ l’ultima cartuccia, l’ultimo lascito musicale di spessore, perché il successivo Stupid Stupid Stupid del 1997 è un lavoro di poche pretese, e servirà solo a rimpinguare il repertorio da bisboccia del gruppo. Poi inizia il waltzer: scioglimenti (i Black grape nel 1998), reunion (nel 1999-2000 tornano gli Happy Mondays senza Mark Day e Paul Davis), di nuovo scioglimenti (i Mondays nel 2001) e di nuovo una reunion (sempre i Mondays, che ci riprovano per la terza volta nel 2004: stavolta i membri storici si fermano ai nomi di Shaun Ryder, Bez e Whelan) che continua fino ai nostri giorni. In tutto il decennio, l’unico parto musicale è Dysfunktional Uncle del 2007. Ma come si diceva all’inizio, negli anni ’00 si parla poco di musica, siamo più nell’ambito della contabilità di cassa.