Proprio come me e te

Quando I Cani, più di un anno fa, ha fatto il suo ingresso nel web invadendo facebook e tutto il social networking possibile e immaginabile con I pariolini di 18 anni, pochi o nessuno avevano capito che cosa avevamo di fronte: testo acuto, electropop per tutti, si balla, si canta e ci si scherza ma si parla comunque di qualcosa che non siamo noi e nonostante la “morale” della storia (“ed io, che di nascosto vivo, io non vivo che nascosto, / però ho un po’ più di anni ma non so che cosa invidio”) quelli restavano sempre e comunque dei pischelli fascistoidi e noi eravamo comunque meglio. Poi è successo che in rete abbiamo scoperto che c’era Wes Anderson e allora abbiamo pensato che I Cani fosse un po’ il cantore di questo nostro essere indiedelcazzo, tutti colorati sovraesposti e alla fine molto più fighi degli altri perchè, se non altro, i finali di amori in discesa noi li sognavamo agrodolci. E’ seguito Il pranzo di Santo Stefano e I Cani è stato ancora dalla nostra almeno fino all’arrivo di Velleità dove, in un elenco che spezza le gambe, siamo stati nominati tutti: tutto il wannabe che ci circonda e ci coinvolge senza mezze misure.

I Cani, insomma, ha iniziato a togliere le virgolette alle definizioni mettendoci di fronte alle cose come stanno, tutte, le più scomode e quelle che, se non riguardano proprio noi in prima persona, possiamo comunque ritrovare in una buona porzione delle nostre conoscenze e delle nostre amicizie di almeno due generazioni. Con l’uscita dell’intero LP, il 3 giugno scorso, è esploso il putiferio: un caos infernale in tutta la rete dove si moltiplicano interviste, speculazioni, recensioni, saggi brevi, leccate e insulti a una velocità da scandalo italiano con pochi precedenti per una band di musica pop.

Che piaccia o no, Il sorprendente album d’esordio dei Cani rappresenta una svolta meta-narrativa neorealistica assai interessante, cantautorato borghese sviluppato in modo piuttosto anarchico e inconsueto.

I primi due pezzi, I pariolini di diciott’anni e Wes Anderson sono venuti fuori in modo totalmente estemporaneo. Quando mi sono reso conto che la direzione in cui andavo era qualcosa di interessante per parecchie persone, ho cercato di focalizzare quello che stavo facendo, ma è stato un processo molto lungo. Retrospettivamente sono molto contento di essermi fermato prima di iniziare a scrivere nuovo materiale (i 2 pezzi li ho pubblicati a giugno, il resto l’ho iniziato a scrivere a ottobre) perché mi ha aiutato a evitare di subire le varie pressioni che c’erano su di me, dal critico musicale che mi diceva “devi cambiare temi” alle cose più stupide tipo l’amico che chiedeva “perché non fai una canzone su questo?”, tutte cose che comunque creano una percezione di quali sono le aspettative su di te. Il fatto che alla fine di questo processo, che ho capito strada facendo, io sia riuscito a tirare fuori un disco coerente, che mi rappresenta tantissimo, e su cui non ho nessun rimpianto del tipo “questa parte è un po’ facile o tirata via”, per me è una specie di miracolo.

A infuocare più che mai gli animi degli ascoltatori/blogger e chi più ne ha più ne metta, è stato l’anonimato dell’autore di questi pezzi che, con il loro piglio di fiabe reali e senza speranza, tutte dotate di una loro morale sottesa, non esplicitata eppure chiarissima, puntano il dito su tutti

La scelta dell’anonimato in realtà non è stata molto ragionata e a dire il vero fare delle canzoni completamente da solo in cui parli dei cazzi tuoi e poi pubblicarle su internet non è una cosa troppo facile, almeno per me. Chi ha un gruppo almeno ha altre persone con cui confrontarsi che gli possono dire “no, guarda, questa canzone fa cagare”. Poi col tempo è anche diventata una scelta che forse ha aiutato a creare attenzione intorno al progetto, quindi tanto meglio.

Una cosa che appare del tutto certa, all’ascolto, è che chi ha scritto questi brani lo ha fatto dall’interno, nell’assoluta consapevolezza di fare parte del mondo di cui parla e di essere egli stesso parte della propria critica (“i gruppi hipster indie hardcore punk electropop…I cani” in Velleità). L’elemeno autocritico attutisce il colpo, contribuisce in parte ad aumentare le simpatie per il progetto ma soprattutto accompagna questo disco a essere osservato da una prospettiva diversa, forse più interessante: non si tratta solo di ritrattistica, di storie di un mondo alla moda che, per definizione, si vorrebbe indie(pendente), diverso, migliore ma di un discorso sull’onestà, di ammettersi per quello che si è, di rendersi consapevoli con più o meno fierezza di fare parte di qualcosa che non ha nulla di diverso e di indipendente per davvero da tutto ciò che invece si rifugge. Allargando il campo, come avviene in Perdona e dimentica, di ammettere anche le proprie bassezze, che vanno dalla fame di soldi e di potere alla semplice gioia di vivere in una casa costosa.

Quello che parla in prima persona è sempre un personaggio, non sono io. La cosa difficile è renderlo un personaggio credibile, e questo avviene solo se dietro alla canzone c’è un vissuto reale e si riesce a fare emergere questo vissuto. Penso che sia giusto accettare le cose e guardarle in faccia, anche se questo non vuol dire necessariamente andarne fieri. Troppa cultura di sinistra, e questo termine in Italia in qualche modo comprende sia la musica indie che i collettivi della protagonista della canzone, non affronta ancora il senso di colpa dovuto alla propria provenienza sociale e quindi tenta di rimuoverla. Io credo che sia giusto accettarla, ma non per questo smettere di viverla in modo problematico. Parlando di Solondz (Perdona e dimentica, prima di essere il titolo della canzone de I Cani è il titolo italiano del suo ultimo film n.d.r): una delle cose che mi ha più colpito in assoluto è la scena di Happiness (segue spoiler) in cui il padre pedofilo risponde onestamente, piangendo, alle domande di suo figlio che gli chiede se ha violentato i suoi compagni di classe e i dettagli sul modo in cui li ha molestati. Mi ha aiutato a focalizzare la convinzione che la verità ha un valore indipendentemente dal giudizio morale su di essa.

Verità per verità, I Cani parla di Roma senza peli sulla lingua: tutti i testi hanno ambientazione romana e vengono nominati luoghi precisi (il Pigneto, Monte Sacro, i Parioli…) o precise situazioni, habitat naturali dei personaggi di cui si racconta come il Fish’n’Chips, nota serata indie della capitale. Non è difficile estendere il discorso, uscire da Roma, pensare a Milano, anzitutto, al quartiere Isola, a via Savona o Ticinese, al Rocket o al Plastic col suo London Loves. In ogni caso i luoghi citati nelle canzoni di questo disco sono simboli, non soltanto precise location anche se probabilmente, per chi non vive a Roma o Milano, comprendere alcune sfumature di questi brani non sarà ugualmente facile e l’impatto violento sarà decisamente attutito. Allo stesso modo è davvero difficile decontestualizzare questo lavoro dal nostro tempo, dal questo preciso momento sociale italiano. Quindi è quasi impossibile immaginarne un seguito…

Io parlo di Roma semplicemente perché è qui che vivo ed è qui che ho visto le cose di cui parlo. Mi piace chiamare le cose con il loro nome, anche quando è specifico e oscuro ai più (i quartieri ad esempio), perché mi sembra che gli elementi specifici permettano all’ascoltatore di associare più facilmente le cose di cui parlo nelle canzoni con la realtà in generale. In un certo senso ho la convinzione paradossale che più si è specifici e più si ha speranza di dire cose vere e quindi universali. Penso che le cose di cui parlo abbiano delle componenti superficiali che probabilmente sono molto legate al contesto specifico, ma io ho sempre cercato di usarle solo come elementi esteriori che mi servivano a dire qualcosa di più profondo e, credo, più duraturo nel tempo: prendi Velleità: è una canzone che in qualche modo coinvolge anche i cinquantenni, non parlo solo dei miei coetanei di qui ed ora. Per quanto riguarda un seguito dei Cani: se avrò qualcosa da dire e penserò che il modo giusto per dirla sia con un disco, proverò a fare un secondo album dei Cani

Molti hanno già associato il lavoro de I Cani a quello fatto da Le luci della centrale elettrica relativamente all’analisi della nostra realtà di giovani in questa contemporaneità. Vasco Brondi è anche citato in Velleità dove diventa uno di quegli elementi di wannabe di cui si diceva: i giovani non sognano più di essere famosi come Vasco (Rossi), non sognano insomma di essere davvero noti, sognano di essere famosi come Vasco – pausa importante – Brondi, famosi nel piccolo, di una notorietà che basti a non farsi fregare la ragazza da uno più conosciuto di te. Rispetto a Le luci della centrale elettrica in questi testi si dipinge, con più autenticità e meno tentato/ostentato lirismo mediocre, una certa povertà del nostro tempo, un certo modo di essere giovani che in Hipsteria è descritto senza mezzi termini: sognare la fuga ma una fuga da ricchi, una fuga facile da un disagio millantato, una fuga da borghesi in un posto cool, da borghesi che leggono libri nobili perchè li leggono tutti (“Andrò a New York a lavorare da American Apparel. Io ti assicuro che lo faccio, o se non altro vado al parco e leggo David Foster Wallace.(…) Andrò a New York a lavorare o a studiare. Dirò ai miei genitori che sto male qui a Roma.”)

Ecco, non credo basti leggere Wallace, anche con il massimo della comprensione e dell’onestà, per essere brave persone. Quello che voglio raccontare sono gli sforzi e non i risultati. Alla fine trovo che tutti gli sforzi siano interessanti: quello di essere fighi, quello di essere buoni, quello di essere socialmente accettati, quello di essere gli ultimi veri romantici. I risultati a volte sono ridicoli, a volte sono pessimi, a volte sono buoni, ma non sono al centro del mio interesse.

E mentre tutti dicono, talvolta tra l’offeso e lo sconcertato, che “una cosa così la potevano fare tutti”, da queste parti siamo certi che non sia proprio del tutto vero e che comunque, prima o poi, qualcuno avrebbe dovuto farla. E quel momento è arrivato con stile, su tappeti elettronici, synth e atmosfere, anche loro per tutti, come il pop dovrebbe sempre fare. Il primo live sarà al MiAmi di Milano il 12 giugno. Noi ci siamo, magari anche con tutti i cameratismi del caso. “Vestiti a righe e leggings fluorescenti” compresi.

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