Sguardi e direzioni diverse. Il nuovo mondo del Teatro Degli Orrori

Ci è sempre piaciuto fare i classici punti della situazione, analizzare vissuti, mercati, trasformazioni tecnologiche, evoluzioni di gusto e il terzo album del Teatro degli Orrori è una di quelle occasioni che capitano di rado. Ci dà l’occasione d’osservare il classico rito di passaggio nella carriera di una band, le modalità con le quale sta avvenendo in un background economico e sociale mai così duro. L’album difficile della formazione è un vecchio cavallo di troia del rock evoluto, un concept sull’immigrazione, uno dei temi cari della sociologia e del rock degli anni Sessanta/Settanta, il pugno in pancia a un Paese in ginocchio, miope sulla coda dello stato sociale italiano, senza una lira e l’adsl flat. E’ l’occasione ideale per tentare una dialettica all’antica scansando le pacche sulle spalle, cercando un difficile confronto italiano, ingrossando le spalle e mostrando i denti.

Il Mondo Nuovo di adesso parte da qui, all’indomani dell’uscita del primo singolo che scatena la solita ridda di pro e contro, bolsa dinamica indie vs mainstream come ai bei vecchi tempi dei CCCP, Litfiba, Marlene Kuntz, Afterhours, nell’acceleratore di particelle di facebook. Dietro un Teatro che ha fatto il putiferio a livello mediatico: fatto parlare di sé Famiglia Cristiana, sconvolto in puro stile r’n’r la line-up perdendo Giulio Ragno Favero a metà del tour di A Sangue Freddo lui che ne era fondatore, bassista e produttore, ma soprattutto deus ex machina, del suono del quartetto e pertanto pedina insostituibile nell’organigramma. In sua vece vennero chiamati addirittura in due: Tommaso Mantelli e Nicola Manzan (paradossalmente pronto al rientro col progetto Bologna Violenta proprio in questi giorni). Un tour da concludere insieme e poi, poco prima di entrare in studio per le sessioni di registrazione del nuovo album di nuovo uno stravolgimento: fuori i due e dentro Favero (con noi a riportare la notizia). Una fuoriuscita forzata a cui facevano eco le voci di dimissioni del batterista Franz Valente.

Oltre a tutto questo, il pur breve iato è stato colmato con una serie di progetti più o meno laterali e più o meno riusciti. La riesumazione degli One Dimensional Man, prima con la ristampa in The Box dei quattro album precedenti e poi col comeback A Better Man e relativo tour. Poi l’autocelebrazione, in realtà prematura, avvenuta con la riproposizione live e in toto dell’esordio Dell’Impero Delle Tenebre, e infine l’esperienza para-musicale che sempre i due assi portanti Favero e Capovilla hanno realizzato con i reading majakovskjiani dello scorso anno, documentati anche nel dvd Eresia.

Ora tocca a Il Mondo Nuovo. Un disco diverso, particolare nelle sue intenzioni iniziali e nella sua realizzazione. Non possiede la devastante forza d’urto di Dell’Impero Delle Tenebre, micidiale rendition dell’età aurea del noise-rock a stelle&strisce calato nell’anthemico uso dell’italiano, diretto senza fronzoli verso un pubblico bisognoso di gridare e riconoscersi generazionalmente in un mix di rock potente applicato alla canzone d’autore. Possiede poco anche del sophomore A Sangue Freddo, esempio di levigatura dell’impianto strumentale (aperto a digressioni “altre” come l’elettronica BloodyBeetrootsiana di Direzioni Diverse e a una cura maniacale del dettaglio, opera del produttore Favero) e di predominio dell’impegno sociale e politico nelle lyrics (il caso di Ken Saro Wiwa assurto a simbolo di lotta e sopraffazione) che ne faceva album meno a presa diretta ma da subito intuibile come un classico per il terzo millennio.

Il Mondo Nuovo rappresenta un ulteriore passo in avanti nelle intenzioni del quartetto. Anzi, un deciso allungo verso “direzioni diverse”. Ambizioso sin dalla scelta del distopico titolo huxleyiano, scelto al posto di un altrettanto ambizioso Storia di un impiegato, troppo banalmente provocatorio nell’assonanza col capolavoro di De Andrè. Temerario nella scelta dell’idea di concept, desueta maniera di proporsi in un mondo che non esula dal pezzo singolo in modalità mp3 possibilmente via smartphone, per assumere la corposità di una dimensione corale, di una tessitura di più ampio respiro. Coraggioso e un po’ incosciente nell’incentrarsi su una tematica – quella delle migrazioni, dello straniamento geografico/sentimentale, dell’incontro/scontro con l’altro, col diverso, con lo straniero vista dalla prospettiva di questi ultimi – di sferzante attualità e mai come ora, in tempi di revanscismo destrorso bieco e triviale, a dir poco necessaria.

Il Mondo Nuovo è in primis un disco di canzoni, e in quanto tale va analizzato, mentre l’accento sulla dimensione performativa pone il lavoro sul binario del rovesciamento di prospettive: sembra infatti che conti più allestire i “teatrini” – perdonateci il banale gioco di parole con la dimensione che il Teatro stesso si è affibbiato, fin dalla scelta del referente artaudiano – o le piéce narrative, l’azzardare un teatro-canzone che si porta dietro (e dentro) soltanto poche labili scorie del retaggio rock/noise/arty, inscenare una rappresentazione alla Capossela cresciuto nel letamaio punk-hc-noise di cui non resta che una vaga reminiscenza. Da questo punto di vista, Il Mondo Nuovo suggerisce una via di fuga per un mondo musicale sempre più slegato da dinamiche “discografiche” tradizionali, in cui però a venire sacrificata sull’altare dello spettacolo è la coesione dell’aspetto musicale, l’identità della band verrebbe da dire, persa in mille rivoli per assecondare il messaggio centrale del concept e una comunicatività più piana.

Bisogna sinceramente riconoscere al Teatro un grande pregio, e cioè quello dell’impatto strumentale. Non innovativo né originale, ma potente e corposo nella miglior tradizione di certo rock americano. Infatti, anche in Il Mondo Nuovo, quando la musica prende il sopravvento, rivitalizzando quel nerbo rock 90s da macchina oliata e al limite della perfezione di genere, allora il tutto funziona alla grande. Di conseguenza, il messaggio ne guadagna. La comunicatività è a presa rapida. Colla che si attacca all’istante senza che il contesto rock sia ridotto a tappezzeria, elemento scenografico, quinta teatrale funzionale sì, ma non fondante nell’economia del messaggio da comunicare.

Un po’ come fu per la celebre Compagna Teresa – pezzo paradigmatico delle intenzioni strumentali e “pedagogiche” del Teatro – in Martino Capovilla racconta una storia con un suo preciso significato intelligibile e “pedagogico”, diretto e insieme poetico, ottenendo un duplice risultato. In primis, è messo a suo agio dalla tensione strumentale inscenata da Favero, Mirai e Valente e può dare libero sfogo all’animale istrionico che – volenti o nolenti – calca palchi di secondo e terz’ordine da più di un ventennio. In secondo luogo, un racconto, una fotografia individuale si trasforma in simbolo generazionale in grado di superare tempo e spazio per farsi “altro”. E comunicare qualcosa che esuli dal mero “testo” d’accompagnamento alle musiche (o viceversa). Passione (civile e musicale) che “trasuda” verso il pubblico in ascolto e che, circolarmente, torna indietro. Instaurando quel circolo virtuoso che sappiamo essere nelle corde del quartetto. Qui, ad esempio, a essere decontestualizzato e disarticolato è addirittura un componimento di Esenin, ed è facile immaginare l’effetto anthem cantato a squarciagola sotto il palco.

Questa fusione ad alto voltaggio tra liriche da impegno civile e rock ipervitaminizzato, però non avviene lungo l’intero lavoro. Le scelte del gruppo hanno prediletto un ammorbidimento generale del suono in modalità pop-rock – più Placebo/Foo Fighters che Jesus Lizard, per capirsi –, la ricerca di atmosfere quasi più intimistiche e gravi, esposte spesso col mezzo della ballata ora acustica, ora epica, ed uno sperimentalismo, sicuramente apprezzabile da parte di chi ha dimostrato di non conoscere confini se non per superarli, piuttosto spiazzante (il pezzo con Caparezza, la glitchtronica di Vivere E Morire A Treviso). Tanto che l’amalgama dell’intero, corposo lavoro (16 pezzi per abbondanti 70 minuti di musica) risulta così eterogeneo e poco coeso. Cervellotico in alcune scelte, educato in altre.
Come se il ruggito che, volenti o nolenti, criticando o supportando, era stato apprezzato nel percorso precedente della band, fosse stato diluito. Gli angoli e gli spigoli sono stati smussati e levigati, anche in sede di produzione, facendo perdere immediatezza alla carica rock del quartetto. La ballata rock, ad esempio, va bene per supportare un testo altamente drammatico come quello di Ion – vicenda vergognosa di qualche anno fa su cui tutti dovremmo riflettere – ma non può essere issata a modus operandi per una buona metà del lavoro.

Il Mondo Nuovo è un disco “a concetto” e incentrato su tematiche di grossa attualità e suggestione. In quanto lavoro di più ampio respiro, si sviluppa per forza di cose intorno a dei pezzi-tessera, pronti a comporre un mosaico da affrontare nella sua interezza. Che, volendo, fa della eterogeneità un suo punto di partenza.

Una tentazione divenuta tentativo, come sostengono i suoi stessi autori, evidenziando la necessità quasi epidermica di cambiare prospettive musicali e la centralità dell’argomento che ne sta alla base: quello dell’impegno civile e della riflessione sulla memoria che, attraverso le storie di vari migranti viste in prospettiva multipla, narra un paese ormai acritico e incapace di riflettere sulla sua identità. Sappiamo della visione diremmo “pedagogica” di Capovilla, unico responsabile dei testi e, immaginiamo, trascinatore dell’intera impalcatura ideologica. Dell’ambizione – più letteraria e intellettuale che meramente e strettamente rock – di comunicare qualcosa (impegno civile, presa di coscienza, ecc.) ad una platea di giovani troppe volte bistrattati e trattati alla stregua di cerebrolesi incapaci e confusi. Questa necessità, questa urgenza di voler credere a una capacità educativa della musica popolare mista all’architettura concettuale su un tema molto attuale e scabroso (dal recente Sud della Mannoia, ultimo tassello di una sfida che ha visto cimentarsi De Andrè, Jannacci, Fossati, al documentario Benvenuti in Italia ora nelle sale) segna tutto il lavoro dal punto di vista testuale. Il Céline dell’abusato Viaggio al termine della notte, l’immancabile Rimbaud, l’ormai nota tendenza pasoliniana, molti poeti russi del ’900 – dal citato Esenin a Stratanovskij e Brodskij – sono alcuni dei responsabili di molte delle tracce letterarie disseminate lungo Il Mondo Nuovo, nel tentativo di indagare poeticamente il lato più umano e intimo del migrante e della sua condizione di straniamento, in maniera più intellegibile e comunicativa rispetto alle asperità riottose del passato.

La scelta di un argomento di tale interesse e portata (anche mediatica) convoglierà sul Teatro l’attenzione di una platea più ampia. Una platea a cui ci si rivolge anche incuneandosi nei mille pertugi che la comunicazione 2.0 mette oggigiorno a disposizione: in cui cioè un social network vale più di mille ar, un forum permette una diffusione più ampia di qualsiasi distribuzione major, in cui il semplice e naturale atto di un pezzo ben piazzato su un profilo facebook può trasversalmente aprire mondi alieni a quelli di una band rock. Vedi alla voce Famiglia Cristiana per il precedente A Sangue Freddo, che col traino della diffusione online di Padre Nostro – se non erriamo, neanche singolo estratto dall’album, ma soltanto circolato a gran voce virtuale fino ad aprire le porte della rivista – fece circolare il nome della band fuori dai confini di genere. Lo stesso accadrà a Il Mondo Nuovo. Anzi, sta accadendo proprio ora, prima ancora della sua uscita ufficiale. La polemica ruotante intorno alla strofa “Roma capitale sei ripugnante non ti sopporto più” del singolo Io Cerco Te, ad esempio, ha già creato il suo piccolo marasma su web e non.

Nel frattempo al Teatro Degli Orrori si stanno aprendo le porte di riviste e media tradizionalmente “altri” rispetto al milieu di certe sonorità, oltre che di quelle della stampa specializzata. Se delle attenzioni di riviste storiche come Rumore (accoglienza trionfale) o Blow Up (che si limita grossomodo all’analisi dell’album), o anche degli elogi di magazine di informazione musicale come XL e Rolling Stone (la recensione più entusiasta del lotto dove si individua nella band l’ispirazione e l’attualizzazione della vena dei grandi nomi della storia musicale italiana come De André e Battisti) non stupiscono più di tanto, l’interesse di insospettabili riviste come Vanity Fair (a cui sono stati “regalati” ben tre video esclusivi per Io Cerco Te, Gli Stati Uniti D’Africa e Non Vedo L’Ora) o di quotidiani nazionali come Repubblica – che erge Capovilla ad “autentico poeta maudit” – dicono di un lavoro destinato, anche al di fuori dei soliti circuiti musicali, a far discutere. Musicalmente, innanzitutto, ma anche sul piano degli argomenti, come potete leggere nelle risposte all’intervista qui di seguito…

INTERVISTA

L’album è piuttosto vario. Forse troppo. L’impressione è che abbiate lasciato il rock in disparte per puntare sulle liriche…

PC Niente di più inesatto. Stiamo cercando di fare del rock all’altezza delle nostre ambizioni e al passo coi tempi. Le liriche, se hai qualcosa da dire, sono sempre e comunque fondamentali,  e vanno scritte con cura. Sono una parte essenziale dello sforzo collettivo rappresentato dal disco. È il mio mestiere, quello di scrivere e cantare le parole delle canzoni de Il Teatro degli Orrori, e credo di poterne andare fiero: di quelle del nostro primo album, quelle di A Sangue Freddo, e queste de Il Mondo Nuovo. Seguo il mio percorso, che non è “troppo vario”, e francamente non capisco che cosa tu voglia significare con questa espressione, e che non lascia il rock in disparte, ma ne fa invece qualcosa di nuovo, nel rispetto pieno e consapevole della migliore tradizione.

GRF “Piuttosto vario” o “Forse troppo” ? Mi sembrano due impressioni che tendono ad annullarsi. E pensa che io avevo a un certo punto l’impressione contraria: ci sono molti brani simili, ed essendo un concept, gli argomenti trattati sono simili a loro volta. Non so, credo il tuo punto di vista sia un po’ troppo soggettivo. In ogni caso lo spazio dato alle liriche è lo stesso di tutti gli altri album, ne più ne meno.

L’argomento del concept è ostico da affrontare, ma la scelta multiprospettica è interessante. Mi è sembrato di notare che per supportare una tale scelta, abbiate dovuto spingere sul lato performativo e teatrale. Sbaglio?

PC Scusami, ma trovo questa domanda incomprensibile. Cosa vuoi dire per “lato performativo”? Certo: “performiamo” delle canzoni. E allora? Non “spingiamo” un bel niente, ma facciamo canzoni. Cos’altro ti aspetti da un gruppo rock? Che performi che cosa? Delle coreografie di danza moderna? Questa domanda non ha senso.

GRF Non sono d’accordo: di certo abbiamo proseguito quel cammino iniziato in A Sangue Freddo, e appena accennato in Nell’Impero delle Tenebre, ma il lato teatrale del gruppo è sempre stato molto in mostra, raggiungendo il culmine nel live. Forse semplicemente essendoci più brani del solito, è semplicemente più presente, e in forme diverse.

In certi momenti – penso a Cleveland-Baghdad o a Adrian – si ha come l’impressione che una forma di teatro-canzone o di reading musicato sia il vero centro delle vostre attenzioni…

PC Cleveland-Baghdad è un pezzo anche molto “cantato”, anzi è quello in cui incomincio, mi sembra, a perfezionarmi. Adrian è decisamente recitato, non c’è dubbio. L’espressione “Teatro Canzone” mi piace, del resto ci chiamiamo Il Teatro degli Orrori, ma la stragrande maggioranza delle canzoni sono cantate eccome, forse più che nei dischi precedenti.

GRF E’ uno degli aspetti della band, come detto sopra, che però mi sembra ben bilanciato in tutte le nostre produzioni. Francamente però il reading musicato non c’è: l’unico momento in cui si è  toccato quel tipo di approccio è in Majakovskji, in A Sangue Freddo. Ne Il Mondo Nuovo, tutti i brani sono stati scritti prima della voce, e il tipo di stesura è sempre molto quadrato, in molti casi decisamente Pop, con strofe e ritornelli ben identificabili; il reading musicato invece, proprio per un motivo performativo, richiede che non sia la voce a piegarsi alla musica, ma bensì il contrario, proprio per sottolineare con suoni e armonie, la linea logica del testo: questo modus operandi nel nuovo disco è completamente assente. Indubbiamente la teatralità si manifesta in moltissimi brani, ma c’è anche da dire che ci chiamiamo Il “Teatro” degli Orrori…

Rimanendo alle musiche, c’è un generale ammorbidimento delle tensioni rock caratteristiche del Teatro. Una scelta voluta per favorire la comunicatività?

PC Domanda impertinente e mal posta. Comunicatività? Certo, vogliamo comunicare qualcosa, ma non vedo alcuna relazione logica con l’espressione “ammorbidimento delle tensioni rock”, peraltro anch’essa di difficile interpretazione. Dovresti essere più chiaro ed onesto e dire apertamente: questo è un disco più commerciale dei precedenti. La risposta sarebbe: è vero. È un disco più commerciale, ma nella misura in cui è il risultato di una crescita del gruppo, che in questo disco propone una musica molto più ragionata che nei lavori precedenti. Il Mondo Nuovo è il risultato di un percorso intrapreso anni or sono, fatto di amore e di profonda coerenza intellettuale. Non siamo arrivati a questo punto per vender fuffa a nessuno. Siamo qui per proporre buona musica: la buona musica è una cosa seria, e va presa con serietà.

GRF Mmmm… comincio a pensare che abbiamo sentito due dischi diversi…Nel disco, ci sono degli episodi pop-rock, così come pezzi molto duri alla “Teatro” e altri ben poco comunicativi in senso commerciale, come Adrian. Probabilmente un ammorbidimento in senso lato c’è, ma credo faccia parte della naturale evoluzione del gruppo: nessuno di noi ha la benché minima intenzione di fare la stessa musica per tutta la vita, anche se mi rendo conto che è una posizione che non piace ai più. Io personalmente non ho voglia di fare la fine di artisti o presunti tali che per tutta la loro carriera hanno unicamente scritto un tipo di musica, in accordo col consenso popolare cresciuto nella sicurezza della reiterazione, ma in disaccordo con una vera crescita artistica. In ogni caso la cosa che mi fa più ridere in questo momento, è che c’è un sacco di gente che pensa che abbiamo fatto un disco più commerciale, studiato a tavolino, passando giorni e giorni a pensare a come fare per raggiungere l’obbiettivo FAMA e DENARO, quando in realtà abbiamo fatto ne più ne meno di quello che ci passava per la testa, e per il cuore. Detto questo, ho appena letto una recensione che stronca il disco perché dice non essere abbastanza diretto e aperto come il precedente…

Parlando dei testi, ho trovato ottima l’intenzione della narrazione multiprospettica, meno la realizzazione. Mi spiego, il vostro è un pubblico giovane con tutti i pro e i contro del caso. Voi lo avete “preparato” con i testi impegnati dei lavori precedenti a non subire passivamente il testo di una canzone, ma a partecipare in maniera attiva, a crescere allungando lo sguardo oltre la musica…in Il Mondo Nuovo ciò funziona in pezzi come Adrian, Martino, meno in altri come Cleveland-Baghdad, Dimmi Addio, Nicolaj, Skopje in cui mi sembra che la comunicatività sia più piana e troppo comoda e diretta per chi ascolta…

PC Questo è ciò che pensi tu. È una tua interpretazione. La tua lettura dei contenuti dei testi, fatta con i tuoi mezzi culturali. Tu trovi le intenzioni “ottime”, e la loro realizzazione ti sembra inadeguata. È il tuo punto di vista, e vale quel che vale. Chiacchiere al vento.
Peraltro il nostro pubblico è intergenerazionale: ci sono giovani e giovanissimi, così come adulti e anziani. Mi sembra che tu non conosca affatto Il Teatro degli Orrori. Le tue domande sono espressione dei tuoi pregiudizi, e della tua scarsissima capacità di comprendere questo disco e i suoi testi.

GRF Il disco non è certo diretto a una sola fascia di pubblico, ma a chiunque. Per chiunque intendo qualsiasi persona voglia avvicinarsi alla nostra musica, e a quello che c’è dietro. Non crediamo agli ascolti elitari, non abbiamo mai fatto musica per persone che possono sentirsi, per un qualsivoglia motivo, speciali o migliori di altre: quando scrivi una canzone devi puntare al cuore e non al portafogli o alla laurea. Detto questo, penso ci vorrebbe un analisi più approfondita dei testi, perché pensarli come “banali” solo perché il linguaggio usato è semplicemente più diretto, è molto superficiale.

So che è strano parlarne oggi, in tempi di disgregazione dell’ “industria discografica” tradizionale e di rivolgimenti nelle impalcature della comunicazione tutta, ma mi tocca chiedervelo. Com’è il rapporto col mainstream? Un album del genere vi aprirà le strade delle riviste patinate più dei precedenti…

PC Rivolgimenti? Delle impalcature della comunicazione? Ma un dizionario non ce l’hai? Se non ne possiedi uno, c’è pur sempre internet, ne trovi quanti ne vuoi e sono tutti gratis. Lasciati dire una cosa: in questa intervista c’è una pigrizia culturale di fondo molto evidente, specie nell’imperizia con cui scegli le parole. Se vuoi fare interviste, forse è il caso di perfezionare sintassi e analisi logica.

GRF Attualmente l’unico rapporto con il mainstream è la distribuzione Universal, la stessa del disco precedente, e con le recensioni che escono su riviste più o meno patinate. Abbiamo un ufficio stampa come si deve, che fa il suo lavoro e informa il paese dell’uscita del nostro disco; usiamo poi media partner, come anche SentireAscoltare, con i quali stringiamo accordi più o meno redditizi dal punto di vista della visibilità. Se pensi che siamo diventati in un qualche modo “servili”, nei confronti di testate giornalistiche lontane dal nostro ambito di provenienza, ti sbagli di grosso. Le cantiamo a tutti, dai grandi ai piccini. io penso che il paese sia di tutti, e se fa schifo come tutti dicono, è anche per colpa della settoriali e dell’ottusità, che si trova ovunque, anche nell’indipendente. Vogliamo che le cose cambino, ma non vogliamo essere coinvolti in prima persona…una vecchia storia. Ora, con l’uscita del terzo disco, siamo in prima linea, e in prima linea, ti sparano da tutte le parti, anche quelli che fino a ieri erano dalla tua parte, ma siamo diventati grandi schivando le pallottole, figurati se abbiamo bisogno di mutare solo perché il mainstream si interessa a noi. Il passato non si cancella, ed è il nostro più fidato testimone.

Credete ad una sorta di potere pedagogico della musica?

PC Non più. Il livello di questa intervista è così sconfortante e stucchevole, che non mi resta che arrendermi all’evidenza. Ti mando cordialmente a quel paese.

GRF Sicuramente ci credo. Peccato che viva in un mondo in cui non dovrebbero essere i bambini ad essere educati, ma i loro genitori. In ogni caso è tutto abbastanza inutile: qualsiasi sforzo sembra vano di fronte a certi atteggiamenti del genere umano. Ormai ho perso le speranze, per cui non mi rimane che “raccontare”, nella sicurezza di essere compreso solo da una minoranza, nell’ombra. A proposito di cuccioli, vorrei chiarire un concetto che troppo spesso sfugge, ovvero che un disco per un musicista è come un figlio, risultato di mesi di lavoro e sforzi che solo chi ne ha fatto uno conosce: nessun animale o essere umano ama assistere alla mera denigrazione o aggressione del proprio piccolo, e lo difende mordendo, graffiando e scalciando. Se poi sono la provocazione e il falso interesse a spingere, il finale è abbastanza prevedibile. E imbarazzante.

9 Febbraio 2012
9 Febbraio 2012
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