In viaggio con la cumbia. Intervista a Davide Toffolo

Davide Toffolo e la cumbia. Qualche anno fa in Argentina il fumettista e leader dei Tre Allegri Ragazzi Morti conosceva la cumbia villera, una variante moderna di un suono antico che univa un po’ tutto il Sudamerica. Qualche anno dopo quell’interesse è diventato un progetto musicale, l’Istituto Italiano di Cumbia, che ha recentemente pubblicato il suo Vol. 2 e una bella graphic novel intitolata Il cammino della Cumbia, in uscita il 15 novembre, dove Davide ci racconta in modo divertente e visionario il viaggio compiuto all’inizio dell’anno in America Latina sulle tracce della cumbia, dei suoi interpreti e delle sue radici storiche e culturali. Una storia a fumetti piena di passione di cui abbiamo parlato con lui in questa allegra intervista a ritmo cumbiero.

Ciao Davide, parliamo della tua ultima graphic novel. È un po’ un documentario cumbia-psichedelico (definizione nostra, non so se ti piace) che hai disegnato per raccontare il tuo viaggio in Sudamerica alla ricerca delle origini di questa musica. Ci racconti da dove nasce il tuo amore per la cumbia?

La definizione mi piace, credo sia davvero un documentario psichedelico a fumetti. La cumbia l’ho incontrata per la prima volta in Argentina nel 2002, durante la grande crisi economica. Tutti ascoltavano questa musica che arrivava dalle Villas, dalle favelas. Poi altri incontri, a New York in particolare. E così ho scritto la mia prima Cumbia, In questa grande città, che abbiamo fatto con i Tre Allegri Ragazzi Morti. Poi l’Istituto Italiano di Cumbia, fino al duetto con King Coya, un sogno praticamente. E ora il libro Il cammino della Cumbia.

Ti vediamo sottosopra nelle prime pagine perché la cumbia ti ha ribaltato. Qual è l’aspetto che ancora oggi ti ha lasciato più il segno e quindi ti ha spinto a creare l’Istituto Italiano di Cumbia e a intraprendere il viaggio alla scoperta delle sue radici?

Intanto è una musica che arriva da lontano, che è la somma di tre culture diverse, che ha un carattere migrante, che è spesso marginale e popolare. In poche parole, mi affascina perché mi assomiglia. E se ascolti un brano di Andres Landero che si chiama Mara del Carmen, il coro alla fine del brano, sembra proprio la mia voce. Mi stupisco anche io quando la ascolto.

Molti dei musicisti sudamericani che sono protagonisti delle pagine del Cammino della Cumbia immagino li avrai incontrati di persona. Chi tenevi di più a incontrare e chi ti ha colpito di più?

Tutti gli incontri documentati nel libro sono reali. A breve renderò pubbliche le interviste sul canale YouTUBE dell’Istituto Italiano di Cumbia. Alcuni li ho cercati, altri li ho trovati nel viaggio. King Coya è il mio preferito. E mi ha fatto incontrare Mariana Baraj a Salta, nella regione della copla. Una scoperta è stata Malafama, uno dei fondatori della cumbia villera. Un duro, simpaticissimo e intelligentissimo. L’incontro con Mario Galleano a Bogotá è stato illuminante. A casa dei Los Mirlos e di Shapis, impensabile quando siamo partiti. Tante persone hanno avuto parte in questa avventura.

Quando sei andato in viaggio in cerca delle radici della cumbia avevi già in mente di disegnare anche la storia?

Sì, sono andato per fare questo libro. Trovare cose, capirle attraverso i disegni per portarle ad altre persone. Questo è quello che faccio con i miei libri. Mauro Covacich, il mio amico scrittore che ha letto il lavoro in anteprima, ha detto che i miei lavori hanno questa natura divulgativa. La riconosco.

Ti dico cosa personalmente mi ha colpito della cumbia, leggendo la graphic novel. È una musica che ha una tradizione antica ma il suo linguaggio di oggi è moderno; va verso il recupero dell’identità latinoamericana, ma allo stesso tempo si apre al mondo da sempre: penso ai Los Destellos e alle contaminazioni con il beat, al fatto che il gruppo di Chacalón si chiamasse Nueva Crema perché a lui piacevano i Cream. Oggi esistono la cumbiatron di King Coya e la chichamuffin dei La Inédita. Tra tanti insulsi tormentoni pseudolatini che impazzano qui da noi, di questa musica così particolare si sa veramente poco. Secondo te c’è un motivo per cui non è ancora così popolare in Europa?

Solo questione di tempo. Io immagino che finirà come per il jazz americano. Ci sarà un momento nel quale la cumbia verrà scoperta dagli europei e i musicisti sudamericani si trasferiranno in Europa. A Parigi, a Roma, ad Amsterdam. Forse sta già succedendo.

A proposito delle contaminazioni, questo miscuglio etnico e musicale non è un po’ il segreto di un po’ tutte le musiche che ci piacciono? Se ci pensiamo, è così anche per il rock and roll…

Sono d’accordo con te. Io mi sono innamorato del punk italiano per primo. Cosa c’è di più impossibile?

Fai dire a King Coya che il canto viene prima del linguaggio. Anche il ritmo della cumbia è qualcosa di più profondo, che viene prima del linguaggio?

La Cumbia è la fusione di tre culture. Quella andina, quella degli schiavi neri e quella dei conquistadores spagnoli. Quindi direi di no. Comunque ha qualcosa di ancestrale, che arriva dalla notte dei tempi. Come tutta la musica.

Come lo descriviamo questo ritmo per i critici profani come noi, mi pare che gli strumenti ritmici siano il bombo e la grattugia, che segna quello che tu chiami «un tempo zoppo, l’andamento in tre che rende ipnotica la cumbia». La battuta lenta mi ha ricordato un po’ il reggae, ma si tratta di un tempo ternario?

La cumbia è fondamentalmente un ritmo. Alla Università Haveriana di Bogotá ci hanno regalato una classe di percussioni dedicata alla cumbia.

Davide, ti ha ribaltato di più la cumbia o l’altitudine della Bolivia? E che differenza c’è tra l’effetto che fanno?

Si chiama mal d’altura, viene per una difficoltà di scambio chimico nel sangue. Quindi non dipende dall’allenamento fisico. Solo l’ossigeno può farti stare meglio. E il tempo. Con il tempo il fisico si abitua e ricominci a respirare. Invece la cumbia ti aiuta a disintossicarti dalla musica brutta. Praticamente è ossigeno.

L’Istituto Italiano di Cumbia è già al volume II. È una realtà che cresce. A quando il numero III o un Festival della Cumbia qui da noi?

Io voglio un festival di Cumbia per la prossima estate. Mi piacerebbe tantissimo. Il volume tre arriverà di sicuro. Intanto la cosa importante è che i gruppi suonino e si costruiscano luoghi dove fare serate cumbiere. Il mio libro servirà da collante culturale.

Che cosa hanno in cantiere i TARM? C’è qualche tuo progetto in ballo (che sia a tempo di cumbia, di rock and roll o di matita) di cui ti va di parlare o darci qualche anticipazione?

I Tre Allegri Ragazzi Morti stanno per tornare. Non hai sentito ancora la canzone nuova? Si intitola Caramella [Sì che l’abbiamo sentita!, ndSA]. Che genere avremo indagato questa volta?

13 novembre 2018
13 novembre 2018
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