Intervista col vampiro. Peter Murphy e la “Ruby Celebration” dei Bauhaus

Certi brividi non si dimenticano. La batteria bacchetta un ritmo strascicato stranissimo, sembra un crepitio di denti che battono per la paura… La chitarra produce cigolii e scricchiolii dissonanti, fischi di feedback e quegli arpeggini appuntiti: un carillon del dolore, per usare il nome di una delle tante band figlie del filone dark che è anche una bella immagine… Entra il basso con quelle tre-note-tre. E ti inchioda. Tre suoni, lenti e lunghi come i rintocchi di una campana a morto – pardon, a non-morto (ah ah ah). Le note le hanno probabilmente fregate a quel tamarro in tutina con il petto villoso esposto di Gary Glitter (avete presente rock and rooollll, rock and roll… pt. 2, sì, lui), ed è tutto dire. Spostate di strumento e suonate così cupe hanno la stessa perentorietà orrorifica che aveva già un altro ostinato esiziale di tre-note-tre-non-una-di-più. Gruppo: Black Sabbath. Canzone: Black Sabbath. Album: Black Sabbath. Anno: Black… ah no, 1970. E comunque quei chop quasi reggae girati al contrario e i nastri rallentati con effetto dubboso non c’entrano nulla con il glitter rock. E nemmeno con il metallo. Intanto è entrata la voce, i pipistrelli si sono librati in volo dalla torre del campanile, la bara è foderata di velluto rosso. Dentro c’è lui. Tachicardia. Un paio di misure con un ritmo puntato più ostinato e veloce, rintocchi di un metronomo uscito da chissà dove (è il pendolo d’ebano della Mascherata della morte rossa di Edgar Allan Poe che batte i secondi, ecco da dove è uscito). Il refrain, signori. «Bela Lugosi’s Dead». E poi «Undead. Undead. Undead.» Non morto, non morto, non morto. I film dell’orrore mi hanno sempre fatto impressione. Anche quelli senza immagini. Forse persino di più, quelli senza immagini. Sarà per questo che per togliermi quei paesaggi sonici dal cervello dovrebbero aprirlo con un trapano ed estrarli trovando esattamente in quale neurone si sono incastrati: be’, forse con i pochi che sono rimasti, ormai, basta fare testa o croce. Bela Lugosi’s Dead, il primo brano dei Bauhaus, quello che ha aperto i lucchetti delle catacombe e liberato migliaia di pipistrelli e creature goth-iche, compie quarant’anni. E quale modo migliore di festeggiarli che parlare con quella voce. Ciao, Peter, come stai? «Veeery weeell». Oddio, profonda è profonda, sepolcrale direi. E arriva con un’eco lontana. Dell’oltretomba? No, semplicemente della Turchia, che non è il regno dell’aldilà, ma è sempre più vicina di noi alla Transilvania. «Da dove mi chiami? Da Milano? Oh, beautiful!». Dal modo in cui trascina un po’ le parole, non capisco tanto se Peter stia facendo i conti con un risveglio difficile in quel di Istanbul o se davvero sto parlando con il vampiro. Come non gli vuoi chiedere della celebrazione dei quarant’anni dei Bauhaus che ha messo in piedi insieme a David J? «Ho chiesto a David di unirsi a me perché ci tenevo a festeggiare le nozze di rubino dei Bauhaus con un membro originale della band». Niente Kevin Haskins e niente Daniel Ash, con cui evidentemente c’è ancora qualche screzio: Peter Murphy parla di «problema storico», avrebbe anche cercato di coinvolgerli ma non se n’è fatto niente. Gli domando a questo punto di una cosa che mi ha colpito: sulla sua pagina web ufficiale ha dichiarato l’intenzione di suonare nei territori occupati per i suoi fan palestinesi (ricordiamo tra l’altro che da anni Peter vive in Turchia, è diventato musulmano e ha dimostrato in più occasioni l’interesse per le contaminazioni con le musiche etniche mediorientali). «Sì, sto cercando di suonare in Palestina, chi se ne frega se ci vuole il permesso e non me lo danno, se trovo un posto che mi fa suonare, io suono. Vorrei semplicemente farlo per i miei fan. Non sono un antisemita, mi sono esibito tante volte a Tel Aviv per ebrei e musulmani. Ma in Israele un paio di promoter mi hanno fregato e non mi fido più. Non voglio fare politica, la propaganda filopalestinese non c’entra e non è una presa di posizione come quelle di Brian Eno. Se suono in Palestina, voglio che l’annuncio esca anche sui giornali israeliani. No caro Eno, io suono in Palestina e sono tutti invitati, anche gli israeliani. Vuoi che metta al bando gli israeliani? È una stronzata. Sto pensando a un evento di pace e amore, non a una manifestazione politica. La musica va oltre la politica, lo dirò anche a Eno la prossima volta che lo incontro». Brian Eno tempo fa aveva boicottato una compagnia di danza moderna israeliana che si doveva esibire in una tournée internazionale finanziata con fondi pubblici dello stato di Israele. Si era rifiutato di concedere la sua musica per il loro spettacolo, in segno di protesta contro la politica israeliana nei confronti dei palestinesi. Una mossa che a Peter non è piaciuta, evidentemente, ed ecco spiegato il riferimento polemico. Ma parliamo di musica e del fatto che Peter e David J suoneranno per intero In the Flat Field, il primo album dei Bauhaus. Anzi, non ne parliamo. Lui mi rimbalza la domanda. «Finché non salgo su quel palco non c’è niente, niente. Al diavolo i Bauhaus, siamo solo tu, tra il pubblico, e io. E poi se ti dico già che cosa succederà, perché ti dovresti comprare poi il biglietto? [in effetti ha ragione…, NdSA]». Ohibo’. L’idea che questa reunion sia una sorta di corvée, lo ammetto, un po’ mi sfiora. Ma non ditelo a lui. «Ascoltatemi bene. Daniel Ash e io siamo andati a scuola insieme e siamo stati molto legati, eravamo grandi amici. Lui un giorno mi ha detto “sono stufo di tutti questi gruppi di merda” e si riferiva a tutte le band in cui aveva suonato la chitarra fino a quel momento. L’ultima era proprio un gruppo con David J e Kevin Haskins. Un mese dopo che si è sfogato con me, mi ha chiamato per dirmi: “Peter, tu sei davvero un tipo in gamba, sai cantare e scrivere dei testi?”. E gli ho detto di sì, che ero capace e che dovevamo farlo. Così ci siamo trovati a provare e abbiamo scritto in due giorni metà delle canzoni di In the Flat Field, prima che entrassero in scena tutti gli altri. È tutto quello che ti serve sapere dei Bauhaus, niente di più. Adesso passiamo alla prossima domanda». Meglio chiedergli della musica di Peter Murphy, e infatti cambia tono. «Sto per lavorare a un nuovo album che sarà grandioso. Non voglio ancora rivelare i nomi dei musicisti che collaboreranno con me perché non devo fare pubblicità. Ma ti assicuro che sono artisti straordinari. Perché lavoreranno con me? Perché anch’io sono straordinario. Sono l’ultima icona, l’ultima star. Adesso sarò impegnato con il tour per i quarant’anni dei Bauhaus fino al prossimo gennaio, poi nei ritagli di tempo tra una tournée e l’altra penserò a realizzare questo disco insieme ai brillanti musicisti che più tardi sarò felice di annunciare a tutti». C’è però un altro progetto che in questo momento gli sta ancora più a cuore. Ha un guizzo non appena gli nomino la sua residency di quattro settimane in quel di San Francisco, più volte rimandata e ora destinata ad andare finalmente in porto. Se finora vi è sembrato modesto, adesso lo sarà ancora di più. «Bello, bello» mi dice in italiano. «Grazie per avermi chiesto di questa cosa. Per me è fondamentale. Sarò di scena a marzo al Chapel di San Francisco, per una serie di concerti che farà da pilota per un evento mondiale che chiameremo The Residency. Stavolta non dipenderò da nessun altro, è una cosa soltanto mia e sarà una riproposizione piena di vita di tutto il mio lavoro. Sarò Mozart, sarò Dalíííííí [che vocalizzo baritonale su tutte quelle í, sembra veramente la voce di Bela Lugosi, NdSA], sarò Picasso, Michelangelo, e non la solita rockstar». Wow, Peter. Bella lì… Ti aspettiamo in Italia. «Io aspetto te, non sei tu che aspetti me», risponde perentorio. Il resto è poesia che vi lascio in lingua originale, anche perché lo you in inglese fa da tu e fa da voi. E, darkettoni e darkettone d’Italia, questo messaggio è dedicato a voi. «I want you there because I love you already. I am your lover. Remember that! Oh, Italia! How much I love you». Ciao, Peter. «Ciao, belo italiano man». [mo’ non esageriamo…, NdSA]. Peter Murphy arriverà in Italia il prossimo novembre insieme a David J per le tappe italiane del tour 40 Years of Bauhaus – Ruby Celebration: appuntamento a Roma il 21 novembre all’Orion di Ciampino, e il giorno successivo al Fabrique di Milano (per un evento che è parte della Milano Music Week; entrambe le date sono promosse da Radar Concerti). Accorrete, creature della notte, l’aglio e i crocefissi lasciateli a casa che non vi servono: date retta a lui, all you need is love.

28 settembre 2018
28 settembre 2018
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