Ouvertures e Uber-Werk. Intervista a Michael Gira

Michael Gira visto da vicino è come te lo immagini. Alto, massiccio, emana carisma inossidabile e un po’ intimorisce, nonostante i modi cortesi da superuomo texano – che poi texano non è –, con quel cappello da cowboy calato sulla testa che rende buffa ma non smorza più di tanto la spigolosa austerità della sua figura. Seduti a un tavolino con The God of the Fuckin’ Land – per la cui storia rimando alla bella monografia di Antonello Comunale – al Bloom di Mezzago, prima del concerto, parliamo anche del suo tour acustico in solitario. Parliamo però, soprattutto, degli Swans, una delle poche rentrées odierne che non guarda al passato per operazioni nostalgiche (nei concerti, anzi, praticamente lo azzera) e nemmeno tanto a un presente chiamato To Be Kind, ulteriore conferma di una rinnovata vena creativa, prolifica e intransigente: già adesso il musicista americano sembra proiettato nel prossimo futuro. L’ultimo parto sonoro della band è un disco massimalista, un opus magnum (o un Uber-werk, direbbe lui in una specie di tedesco trasfigurato) con cui, a due anni di distanza dall’altrettanto ponderoso The Seer, è quasi un’impresa misurarsi in tempi di streaming distratti e veloci. Tra blues sfibrati e sfibranti (Just a Little Boy), cantilene funky che sanno di PIL (A Little God in My Hands), suggestioni cinematografiche (Kirsten Supine) e una pièce de résistance di mezz’ora che corrisponde al nome di Toussaint L’Ouverture, la sfida del wall of sound quasi wagneriano e della sua vertigine dissonante continua a livelli parossistici degni dei trascorsi antichi e recenti di un gruppo rinato, in tutti i sensi. Del resto, l’idea fissa di Gira sembra quella di mettersi alla prova, continuamente. Nelle interviste dà risposte secche, e ti anticipa quasi con il suo modo di arrivare dritto al punto che gli interessa. Professionale ma deciso, a volte laconico, quasi sempre caustico. Anche qui, all’altezza della sua fama. 

Come hai avuto l’idea di questo tour acustico prima dei nuovi concerti con gli Swans?

L’ho fatto per tenermi impegnato. È una cosa che mi riesce bene e che mi diverte, e mi permette di continuare a lavorare.

Come hai scelto le canzoni?

Ho scelto quelle che suonano meglio [in acustico, NdSa]. Ci sono canzoni degli Swans; non ho preso ovviamente i pezzi in cui il suono è più importante delle parole, ma i brani che suonano meglio per la mia voce. Suonare in acustico con la sola chitarra è una cosa che ho imparato a fare dopo aver sciolto gli Swans nel 1998. Ho cominciato allora, sono migliorato e continuo non appena ne ho la possibilità.

Suoni anche un pezzo nuovo degli Swans, Oxygen…

Sì ma non la suono come con gli Swans. È molto diversa da com’è sul disco. Ho scritto il pezzo per l’album su una chitarra acustica, ma in questi concerti non ha senso rifarla nello stesso modo, non mi interessa ripeterla dal vivo con lo stesso disegno ritmico, per cui l’ho cambiata.

Hai parlato spesso dei concerti come di un’esperienza molto fisica. Con i concerti acustici esplori tutta un’altra dimensione…

Con gli Swans la cosa più importante è il suono, è trovarsi all’interno di questo sound che è più grande di noi, che apre una porta nel cielo da cui possiamo accedere al Paradiso. Quando mi esibisco da solo il suono è sempre al centro, ma è qualcosa di molto più semplice, come battere due sassi e cantarci sopra. È il modo più diretto di cercare qualcosa di autentico sul momento, qui, ora.  

Una sensazione completamente diversa…

Sì, certo. Immagina la musica che puoi fare battendo tra loro due pietre e pensando a come cantarci sopra; c’è qualcosa di più nei miei concerti da solo, ma non tanto [ride, NdSA], la mia chitarra suona molto semplice.

La direzione che avete intrapreso con il nuovo album degli Swans rimanda a quella di The Seer, con brani molto lunghi…

Sì ma dal punto di vista del sound non suona affatto nello stesso modo. Forse solo in alcuni punti. Ci siamo più interessati ai groove e ai ritmi, ci sono momenti più tranquilli, abbiamo usato gli archi, la texture è molto diversa. 

Quando scrivete pezzi come Toussaint L’Ouverture, che dura più di mezz’ora, pensate più in termini di struttura, come una sinfonia…

Già altri mi hanno detto che i nostri pezzi somigliano a brani sinfonici. Non perché io sia un musicista classico, ma per i movimenti e l’andamento del suono, all’opposto di quello che può essere un ritmo statico. Bring the Sun è un brano che dopo due anni di tour si è evoluto e modificato concerto dopo concerto. Lo abbiamo portato in studio nello stesso modo in cui lo eseguivamo dal vivo, ma poi ho aggiunto delle cose e ne abbiamo cambiate altre. È stato un pezzo molto improvvisato ma in cui ho diretto l’improvvisazione.

Avete cambiato modo di comporre rispetto al passato?

Dipende. Una buona metà dei brani di questo disco è stata provata prima a lungo in concerto, e può essere che quando abbiamo iniziato a eseguirli un paio di anni fa i pezzi fossero completamente diversi da come li abbiamo registrati e li ho orchestrati in studio. Altri li ho scritti su una chitarra acustica – una cosa che faccio da molto tempo, da metà degli anni ’80 – e ci abbiamo costruito sopra delle orchestrazioni lavorando in diversi modi. In ogni caso guardo sempre alla prima registrazione in studio come a un inizio da cui cercare qualcosa di nuovo. Provare semplicemente a catturare il suono di una rock band è una cosa che non mi interessa.

Scrivi da solo o con la band?

Molte canzoni le scrivo prima da solo. Alcuni pezzi, come ho detto prima, sono composti sul palco, davanti a un pubblico. Entro con un riff o un groove e insieme suoniamo cercando di capire come andare avanti, ed è così che li sviluppiamo.

Improvvisate insomma…

Sì è un’improvvisazione, ma io la guido.

Questo tipo di scrittura presuppone molto work in progress: i brani nascono in concerto, e alcuni sono incisi nei dischi dal vivo – che state pubblicando abbastanza di frequente – prima di arrivare in studio…

Sì, c’è una canzone in questo disco, Just A Little Boy, che abbiamo suonato dal vivo in maniera totalmente diversa. Quando l’abbiamo provata in studio, non appena abbiamo iniziato a suonarla, abbiamo capito che registrarla così non aveva senso, quindi l’abbiamo cambiata completamente. Perciò è rimasta una specie di base, pronta a essere cambiata e manipolata per trasformarla in qualcos’altro. 

E adesso continuate a manipolare queste idee suonando di nuovo dal vivo…

Sì, quando saliamo sul palco non cerchiamo più di suonare i pezzi come sul disco.

È un processo creativo che non è mai chiuso, che continua all’infinito…

Sì, penso che debba essere così.

Le canzoni continuano a cambiare forma…

Certo, non siamo una pop band che suona canzonette. Ci interessa continuare a crescere in un contesto in cui da un momento all’altro il terreno ti può franare sotto i piedi, credo che sia più eccitante così.

Immagino che suonare con questo approccio sia il frutto di anni di esperienza e anche un traguardo non indifferente…

Sì, è una gran cosa.

Sei soddisfatto del nuovo disco?

Penso di sì, l’ho ascoltato così tanto di recente, lavorandoci per centinaia e centinaia di ore, che non riesco più a sentirlo, ma direi che mi piace.

Nel tour con la band suonerete anche degli inediti?

Sì, ho settimane intere per scrivere nuove canzoni e ho già qualche idea, è una cosa a cui tengo, o almeno proveremo a prendere il materiale registrato e a farne qualcosa di nuovo, non ho voglia di rifare lo stesso tour, è una cosa che non mi interessa.

Sul palco hai quasi l’atteggiamento di un direttore d’orchestra, come se usassi la chitarra al posto della bacchetta. In studio ti comporti allo stesso modo?

Oh, peggio [ride].

Peggio, addirittura? Sei un po’ il band leader ma…

Sì, è il mio ruolo e tutti lo sanno. Voglio che tutti siano creativi, intendiamoci, ma sono io che decido la direzione in cui ci muoviamo. Se qualcosa non mi piace non lo suono e se al contrario mi piace lo incoraggio, a volte da un errore trovo uno spunto interessante e allora proseguiamo su quella linea. Di qualunque cosa si tratti, voglio che sia potente e urgente.

Come hai scelto gli ospiti?

Ho fatto sesso con tutti una notte. Tutti insieme. Ah ah [ride sonoramente, NdSA]. No, no. Conosco Little Annie da anni, avevo scritto una canzone per cui volevo anche una voce femminile perché la mia non era sufficiente. Lei ha una voce molto bella e potente, e ho creato un essere umano con due voci mettendo insieme la mia e la sua. Conosco bene anche Annie Clark, la rispetto molto, e tra l’altro aveva già lavorato con John Congleton che è stato il nostro ingegnere del suono per questo disco. Ha un’abilità musicale sorprendente. Per le sue parti vocali volevo quasi un canto operistico, con queste lunghe note “pure”, e lei era perfetta, è stata straordinaria, sempre intonata, in trenta take non ha sbagliato una nota. Davvero brava. È una cosa che non si sente molto ma con la voce crea delle armoniche superiori [overtones] simili a quelle che ottieni con il riverbero di una chitarra, in uno studio di solito non c’è abbastanza spazio per creare questo genere di suoni, per quello mi servo di una voce femminile.

I famosi overtones di cui parlava Glenn Branca. È uno dei musicisti che ti ha influenzato? Quali sono i tuoi punti di riferimento per la musica che suoni ora con gli Swans?

Per la musica di adesso? Non saprei. È una cosa a cui davvero non penso. Non ho musicisti che guardo come fonte d’ispirazione per il fatto di voler essere come loro. Li considero soprattutto dal punto di vista iconico, persone che hanno raggiunto qualcosa di importante. Glenn è un esempio. Non ho lo stesso tipo di approccio, per certi versi il mio è l’opposto del suo, non credo nemmeno di capire la sua musica, intellettualmente parlando, ma tanti anni fa la apprezzavo per la sua forza, per quanto era potente. Quello che mi ha colpito di lui è la sua volontà… la sua abilità nel mettere insieme tutte queste forze e tante persone, comporre una sinfonia, provarla per tre settimane – in una delle sue sinfonie ho anche suonato – e combinare tutto fino a raggiungere vette celestiali, con suoni a cascata che salgono verso il Paradiso. Questo mi ha davvero ispirato, non il pensiero di suonare come Glenn, come hanno fatto i Sonic Youth o qualcun altro, che ha usato le sue accordature, ma l’idea di creare una sorta di Uber-werk. Per il resto, posso dire gli Stooges, i Pink Floyd, o per altri versi Bob Dylan, ma non ho mai voluto suonare come nessuno di loro, non ho voluto prendere niente, semplicemente mi hanno insegnato che tutto è possibile.

In effetti non suoni come nessuno…

Beh, ma nessuno suona come nessun altro.

Just a Little Boy (For Chester Burnett) è un tributo a Howlin’ Wolf?

Non la canzone in sé, ma incidendola mi sono reso conto che il mio registro era simile, anche se lui è più musicale di me, i suoi toni vanno dai più bassi allo yodel nella stessa frase, è così sorprendente e ha una voce così bella. A modo mio stavo facendo lo stesso. E poi nella sua voce sento molto l’Id, in senso psicologico [il termine è un sinonimo di Es, la voce degli istinti secondo la teoria freudiana, NdSA], una cosa che ritrovo anche in me stesso.

A Little God in my Hands ha un groove quasi funky. Questa sperimentazione sui ritmi può portarvi in nuove direzioni?

Sicuramente. La cosa che più mi interessa ora sono i groove che continuano all’infinito. Penso che svilupperemo questo aspetto nel prossimo tour.

Molti dei vostri nuovi pezzi hanno una qualità quasi cinematografica. Qualcuno vi ha mai proposto di scrivere una colonna sonora?

No.

Se dovessi farlo, con quali registi ti piacerebbe collaborare?

Lars Von Trier. Dicono che sia uno stronzo, ma tanti grandi artisti sono degli stronzi. Una canzone del nuovo disco, Kirsten Supine, l’ho scritta proprio dopo aver visto Melancholia; si ispira alla scena in cui Kirsten Dunst danza nuda. È una scena cosmica ma anche molto sensuale, una combinazione che mi ha ispirato. Penso che Von Trier sia un grande regista, come anche Gaspar Noé.

Qualche regista americano?

Non saprei. Scorsese, anche se lui tende a pensare le colonne sonore come un juke-box. Non sono sicuro, ma i primi a cui ho pensato sono loro.

Come hai scelto il titolo del nuovo disco?

To Be Kind è il nome di una canzone e penso che sia il miglior titolo anche per l’album perché riassume in sé l’ambiguità e l’intento di questo disco.

Non siete il primo gruppo storico dell’indie rock a riunirvi ma siete tra i pochi ad aver portato la vostra musica a un nuovo livello, con la reunion…

Sì, hai ragione.

Il suono che avete creato ora lo avevate già in mente prima di iniziare di nuovo a registrare?

Sin da quando abbiamo ricominciato, ho pensato che avrei potuto comportarmi da essere umano solo se avessi lanciato a me stesso una nuova sfida, invece di limitarmi a fare stronzate nostalgiche. E così è stato.

Cosa pensi di chi ripropone per intero i vecchi dischi nelle scalette dei concerti?

Penso che sia una cosa incredibilmente stupida e che non trovo di alcun interesse. È come dire: «Scusate, posso avere i vostri soldi?».

Non hai tutti i torti…

Non mi interessa fare soldi, ma voglio sfidare me stesso e creare musica che assomigli a un’esperienza religiosa. È questo che sto cercando.

Coward è uno dei pochi vecchi pezzi, se non l’unico, che suonavate di recente…

Sì, nello scorso tour, ma ora non la suoneremo più.

Come mai l’avevate scelta?

Era come un blues, molto basica, molto semplice da suonare, con in più un aspetto degradato e umiliante nel canto che mi piaceva.

Come avete avuto l’idea di scrivere canzoni dedicate a pagamento?

È andata così, mi sono seduto a pensarci e ho detto: «Devo farlo». Speravo andasse bene e l’ho fatto. Non è facile per niente. Non ho scritto canzoni serie ma brani da salotto, anche se ho cercato di realizzare comunque un’opera d’arte per chi era stato tanto amichevole da darci una mano.

Immagino avrete visto molti cambiamenti nel vostro pubblico…

Sì. Ora le persone non si incazzano. Una volta i pochi che venivano a vederci ci odiavano e pochissimi apprezzavano davvero la musica. Poi nel tempo abbiamo creato un nostro pubblico. Ora sembra che la gente venga a vederci per l’esperienza di trovarsi “dentro” il nostro sound, insieme a noi. Mi piace l’idea che scoprano il nostro suono in concerto e che possiamo elevarci tutti insieme. Poi, è bello vedere tanti ragazzi giovani. È davvero fantastico. Ci sono anche molte belle ragazze, e fa piacere quando sei sul palcoscenico…

Qualche ora dopo, vedo salire Michael Gira sul palco del Bloom. Tranquillamente seduto ma sempre con i suoi modi perentori, esegue da cantautore solitario e in chiave unplugged brani di Swans, Angels of Light e suoi – tra una Power and Sacrifice, una Love of Life e la nuova Oxygen. Senza l’impressionante muraglia di suono eretta dall’ultima incarnazione del gruppo, ipnotizza lo stesso il pubblico con l’intensità del suo baritono espressionista, vibrante e un po’ gutturale. Qualcosa al passato lo concede; almeno nella scaletta, non poteva farne a meno. Con gli Swans sarà un’altra musica. Anche rispetto al nuovo disco. 

19 Maggio 2014
19 Maggio 2014
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Michael Gira – The God Of This Fuckin’Land

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Urla e scatta d’ira, sorride e si schermisce, sentenzia e si contraddice. Nel momento in cui ti sembra d’averlo afferrato si svincola. L...

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