Intervista agli Sleaford Mods

Gli Sleaford Mods sono qualcosa che da tempo immemore non mi capitava di incrociare. Talmente privi di qualsivoglia velleità di (com)piacere, da risultare inediti. Una materia che volutamente rimane grezza, ruvida, come se non vi fosse alcuna volontà né tantomeno necessità di addomesticarla. C’è qualcosa, nella loro musica, che riguarda il ritrovare un senso di autenticità. Già, perché seppur percorsi nervosamente da una miriade di influenze (si è parlato di hip-hop, funk, wave, funk, electro, e soprattutto punk e post-punk), gli Sleaford Mods riescono a non mostrare debiti verso alcuno.

Qualche mese fa ho preso un aereo per l’Inghilterra e ho raggiunto Wolverhampton, per vederli in concerto in occasione della loro ultima data come supporto a The Specials. Un assetto live totalmente spogliato da qualsivoglia artificio. Un tavolo con un laptop su cui Andrew Fearn si limita a premere play per far partire una una base, passando il resto del tempo a cazzeggiare, a muoversi a tempo, birra in mano, come se fosse tra il pubblico, mentre Jason Williamson libera nel microfono il suo flow sincopato e logorroico, sputando parole corrosive, strafottenti, capaci di sbatterti in faccia la realtà senza alcuno sconto.

Il live conferma la volontà di porre la narrazione al centro, un’unica serie di istantanee no filter di vita quotidiana che fa respirare lo sporco, il degrado, la grettezza della società intorno. Jason ti provoca, è un pugno allo stomaco del benpensare, dell’industria musicale, di qualsiasi moda. Rabbia limpida, ma in continua tensione, che si sposa splendidamente con le basi autoprodotte di Andrew, percorse da tastiere scheletriche, linee di basso ossessive e petulanti, synth lo-fi scanditi da batterie elettroniche scarne e ipnotiche.

Prima e dopo il live abbiamo chiacchierato, senza convenevoli da entrambe le parti. Solo una gran voglia di conoscersi e confrontarsi.

Si conclude questa sera il vostro tour di supporto a The Specials, che ha indubbiamente sancito nella madrepatria un riconoscimento importante per voi. Del resto le vostre date sono da mesi sold-out in ogni angolo dInghilterra. Immagino che il rapporto col pubblico degli Specials sia stato controverso, seppur un ottimo terreno su cui misurarsi…

Andrew: Essendo la band di supporto a The Specials, abbiamo uno spazio di soli trenta minuti per il nostro show, e la maggior parte dei loro fans è piuttosto perplessa davanti alla nostra performance. In queste date spesso e volentieri ci siamo trovati davanti un pubblico riluttante, nei nostri confronti. Credo sia comprensibile, queste persone sono qui per The Specials, per i quali hanno pagato un biglietto da 40 sterline. Insomma, non sempre è un pubblico ben disposto. Ad ogni modo questo tour di supporto finisce stasera con un bilancio positivo, a mio avviso, perché tanti tra il pubblico ci hanno seguito e sostenuto. Inoltre, diverse persone sono state felici di constatare che fossimo noi la band di supporto. Comprenderai che è difficile portare a casa un plebiscito di consensi da questo tipo di audience, e quando accade, anche se raro, per noi vale davvero tantissimo.

Sta volgendo al termine un anno che vi ha visti balzare alle cronache musicali, in patria come all’estero, tanto che siete finiti al centro dell’attenzione mediatica a quaranta anni suonati, dopo una lunga gavetta in cui, prima di conoscervi, avete rispettivamente sperimentato e tentato in ogni modo di emergere. Quando comincia il progetto Sleaford Mods?

Jason: Ho iniziato il progetto Sleaford Mods nel 2006 da solo, con l’aiuto di uno studio engineer. Mi stavo interessando allo spoken word e alla rap music e volevo provare a lavorare con la mia voce attraverso queste tecniche. Ho iniziato a utilizzare loop samples provenienti da vecchi dischi, provando a cimentarmi nel cantato rap sopra a queste basi, e ciò che ne è risultato è, in sostanza, il suono attuale degli Sleaford Mods. Ho portato avanti questo progetto da solo per quattro anni, e col passare del tempo ho capito che se avessi voluto crescere, avrei dovuto creare musica originale, anche a causa del copyright sui samples che utilizzavo. Così quando ho incontrato Andrew nel 2009 gli ho parlato del mio progetto, ed è stato insieme a lui che esso ha preso forma e la direzione che volevo.

Sono piuttosto curiosa di parlare con te dei tuoi testi e del modo che hai di esprimerti. Utilizzi questo cantato-parlato come se fosse una vera e propria incontinenza verbale, un’urgenza espressiva, come se stessi costantemente litigando con chi ti ascolta, e con te stesso. Tutto questo veicola uno spirito di osservazione e di denuncia, con testi caustici, spesso crudi, volgari, che trasmettono una rabbia irrisolvibile. Da dove viene tutto questo?

Jason: In passato sono arrivato al punto di essere nauseato dal cantare, dato che prima di questo progetto sono stato un cantante e mi sono cimentato in quasi ogni genere: acustico, rock, folk, soul… A un certo punto sono diventato molto stanco di utilizzare il tradizionale schema strofa-ritornello-strofa-ritornello, sentivo di non riuscire ad esprimere me stesso in alcun modo con questa formula, non ero a mio agio. Mi sentivo come se stessi imitando qualcuno. Così sono entrato nella modalità spoken word e ho iniziato a scrivere per conto mio, per me, non concentrandomi sul modello canzone, e questo mio modo di scrivere a un certo punto è diventato come un modello nuovo, è stato una rivelazione per me, perché mi permetteva di andare ancora oltre, in ciò che volevo dire, Ero io, finalmente.

Ho avuto molte vicissitudini legate alle droghe e all’alcool, ho vissuto periodi molto difficili a causa di queste dipendenze. Queste esperienze mi hanno veramente bloccato, e non ho mai dimenticato tutti i momenti in cui ho toccato il fondo. A un certo punto mi sono reso conto che tutto si stava trasformando in una fonte di ispirazione concreta, mia. Attraverso la tecnica della spoken word ero finalmente capace di comunicare me stesso, le mie vicende passate e quelle che stavo vivendo in quel momento, ciò che vedevo intorno a me, la vita di ogni giorno, il mio abuso di droghe e alcool, i lavori di merda, il fatto di non avere un soldo, e la sensazione che non mi piacesse veramente nulla di quello che ero e di quello che avevo intorno.

Quindi tutto è partito in questo modo, e lo slang, il turpiloquio, sono qualcosa che faceva e fa parte della mia quotidianità, delle mie giornate da disoccupato passate dentro i pub, più di qualsiasi altra cosa. E’ come parlo io e come parlano le persone intorno a me, capisci? Nei pub parli, spesso bevi e straparli, ci si prende in giro, ci si insulta tra amici, si parla del sistema e di tutto ciò che non va, si mettono sul tavolo le proprie frustrazioni, ci si confronta, e per me è diventato molto più d’ispirazione ascoltare le persone, starci in mezzo, rispetto all’ascoltare la musica degli altri traendone spunti.

Immagino però che, a causa delle tue modalità espressive così taglienti, abbiate incontrato non pochi problemi nel proporre il progetto…

Sì, abbiamo avuto diversi problemi, tuttora ne abbiamo. Ad esempio, non ci hanno mai passato molto per radio. Potremmo avere molti più passaggi in radio, specialmente adesso che è un momento in cui godiamo di un’attenzione mediatica importante, potremmo quindi guadagnare decisamente di più dalla nostra musica. Ma le radio sono molto restìe. Mi aspettavo qualcosa di più, quando abbiamo fatto uscire Tiswas, una canzone che non contiene un linguaggio volgare, forse la più pulita che abbia mai scritto, e non è successo. Comunque vada non ho alcuna intenzione di forzarmi, so che è molto complicato per me giungere a un compromesso, perché vorrei che le mie invettive fossero più integraliste possibili, ma allo stesso tempo sono consapevole del fatto che non ho bisogno di sovra-utilizzare quel tipo di linguaggio, c’è una linea sottile che intercorre tra le due cose, e ovviamente è a quella linea che aspiro per i mieti testi.

Quindi hai intenzione di continuare ad esprimerti sempre in questo modo fregandotene dei rischi e del dito puntato dei benpensanti?

Jason: Sì. Certamente. Sai, tutto gira intorno al fatto che ti piaccia o meno quello che stai facendo, e se non ti piace non c’è nessun motivo per farlo, capisci cosa intendo? Sarebbe bello guadagnare più soldi, ma non ho intenzione di finire come un twat singer of pop songs, perchè…no way. Non cambierò la mia natura, puoi scommetterci. Credo sia importante impegnarsi in qualcosa su cui hai lavorato attenendoti ai tuoi credo, perché molta gente non lo fa, si fa prendere la mano, e non puoi certo biasimarla, vuole guadagnare di più, mira a uno status più confortevole. Ma nel corso della mia vita sono stato veramente scoraggiato da quegli artisti che mi hanno influenzato e che si sono messi a fare letteralmente della merda. Ho collezionato delusioni su delusioni, in questo senso, e mi sono detto che non voglio percorrere quella strada.

sleaford mods

Francamente la cosa che mi ha colpito maggiormente della vostra musica è che non c’è compromesso. Mancava da tempo qualcuno che dicesse con questa sincerità come stiano le cose, senza nulla di patinato, di ben confezionato, semplicemente attraverso il racconto ruvido del reale, della quotidianità, del momento storico. Prima di voi credo ci sia stata per molto tempo una vera e propria mancanza, in questo senso…

Jason: Da ascoltatore sono d’accordo: al momento il mondo musicale non propone molto su questo filone, se escludiamo l’hip hop.

Per esempio, nonostante possa apparire rischioso affermare questo, quando ascolto brani come Jobseeker il pensiero va a ciò che sentivo nelle parole degli Smiths, dei Clash. Testi in cui ancora oggi salta all’occhio questo voler affrontare la realtà senza alcuna indulgenza, fedelmente, mettendo al centro le questioni quotidiane, come quella del trovare un lavoro, delle indennità di disoccupazione, la rabbia quotidiana verso un sistema gretto, fatiscente…

Jason: sì, è rischioso e impegnativo affermarlo. Intanto ti ringrazio per questa tua analisi. Non so se ci stia riuscendo, ma certamente è ciò che desidero fare.

Il nome Sleaford Mods, su cui si è tanto parlato: la Thatcher e il modernismo? Ho letto che eri un fanatico della cultura mod e delle band inglesi che hanno nutrito quel panorama, The Jam in particolare…

Sì esatto. Sono stato veramente un mod convinto e straight per gran parte della mia vita. E tuttora lo sono, per esempio mi vesto ancora ispirandomi a quella cultura. L’ho voluta nel nome della mia band perché a un certo punto ho provato disagio, dal momento che ho sentito che la gente che rappresentava questa cultura in Inghilterra, non stava facendo un lavoro dignitoso con l’idea che ha sempre mosso il modernismo.

Ricordo la tua invettiva su Twitter nei confronti di Miles Kane, a questo proposito…

Jason: Già. Questi personaggi mi scoraggiano. Terribile. Raccapricciante. A un certo punto mi sono sentito come se questi personaggi stessero imbastardendo, sminuendo, oltraggiando la cultura mod, svendendola in maniera veramente misera. Io e la mia band siamo stati cresciuti da The Jam, Stone Roses, Motown, tutte quelle persone connesse autenticamente con l’idea del modernismo, sono stato profondamente influenzato da questa forza e ho sentito come se la nuova rosa delle band sul filone non avesse nulla di quella forza, di quell’originalità di intenti. E persino diversi artisti della vecchia guardia, che furono così decisivi nel nutrire questa autenticità, mi sono parsi di recente la parodia di loro stessi, andando a nutrire questa nuova ondata così poco sincera, che non porta avanti la cultura modernista. Su Sleaford posso dirti che è una città vicino Grantham, dove sono nato. Distano circa un’ora l’una dall’altra, e andavo spesso a Sleaford quando ero un bambino per il cinema, dato che a quel tempo Grantham non aveva cinema. Quindi Sleaford è legata a piacevoli memorie di infanzia.

I tuoi testi sono introvabili in rete, lo sapevi? Sai dirmi come mai?

Jason: uhmmm… non lo so. Ma l’ho notato anch’io. A questo proposito, sappi che sto per far uscire un libro, che conterrà tutti i testi che ho scritto dal 2006 a oggi. Uscirà solo in inglese. Si intitolerà Grammar Wanker [letteralmente “mezza sega in grammatica”, ndSA] e si chiama così perché in gioventù (in realtà, per tutta la mia vita) sono sempre stato criticato e giudicato per il mio pessimo spelling e per il mio pessimo modo di esprimermi.

A proposito di gioventù, ho letto che poco più che ventenne sei andato a cercare fortuna musicale negli USA. Come è andata?

Sì, è vero, ho trascorso circa un anno a San Francisco, e per mantenermi lavoravo come guardia giurata. In sostanza avevo un complesso di strutture da sorvegliare, mio dio, che lavoro di merda… l’ho vissuto proprio male. D’altronde avevo 20 anni. Un lavoro molto noioso, e anche piuttosto sinistro. Ero appena uscito da Grantham, ero pieno di belle speranze. In realtà ad oggi, se mi guardo indietro, non la vedo nemmeno come un’esperienza così negativa. Comunque niente fortuna musicale. Ma sono andato avanti.

Effettivamente la tua tenacia è impagabile. Sei arrivato a 40 anni non smettendo mai di crederci…

Jason: sì, sempre. A partire dal 1996, più o meno. Sono stato davvero in un mucchio di band, sperimentando i suoni più disparati, dal rock al folk, l’acustica, un sacco di cose.

In questo momento che tipo di suoni preferisci, quando ascolti musica?

Jason: Soprattutto elettronica. Poi sto ascoltando molto The Fat White Family, Brian Jonestown Massacre e un mucchio di cose su questa linea. Ascolto molto hip hop, come sempre, ma devo ammettere che in questo momento sono molto impegnato col lavoro, e non c’è abbastanza tempo per ascoltare come vorrei.

Da quello che evinco lavorate alla produzione dei brani separatamente: Jason scrive e Andrew compone, ognuno per i fatti propri…

Jason: Esatto. Il bello è che quando ci incontriamo e mettiamo insieme i nostri rispettivi lavori, le due cose si sposano alla perfezione, esattamente come vorremmo.

Nel tuo suono, Andrew, ho trovato una fucina di influenze piuttosto vasta e composita. Sono molto curiosa di chiederti nel dettaglio le tue fonti di ispirazione, per capire da dove venga un suono così difficilmente catalogabile. In alcuni brani si avverte tanto hip hop, electro, punk, poi ancora electro-clash, wave. C’è come il desiderio di mantenere sempre al centro la ritmica sincopata e ossessiva…

Andrew: Già, sono moltissimi i generi che cerco di far coesistere insieme, quelli che hai elencato sono di sicuro i miei preferiti di sempre. Mi hanno già posto questa domanda e, riflettendo sulle risposte che ho dato, mi sono reso conto che il punto, per me, è stato sempre quello di sapere istintivamente ciò di cui hai bisogno, di trovare la tua cosa, quello che sta dentro di te, la TUA musica. Trovare quel luogo in cui ciò che hai ascoltato suona dentro di te, con te. Il desiderio è di non finire a copiare qualcun altro, e ci sono sempre persone a cui piace farlo, ma sono solo idioti, perché imitare non è genuino, è una cosa che trovo orribile, e in questo momento storico è davvero una piaga. Ci muoviamo tra copie ricopiate da copie, ci sono veramente un sacco di cose che suonano solo come qualcos’altro. Quello che devi fare è scavare molto più a fondo. E devi credere in te stesso, per anni questo è stato il mio scopo. Ho iniziato a tirare fuori le mie cose nel 2000, ma non ho avuto una bella esperienza con l’etichetta con cui ho lavorato, così ho interrotto la mia produzione, a quei tempi. Sai, ho intenzione di dare alle stampe qualcosa di questo materiale pre-Sleaford Mods. Ogni genere può reincarnarsi in altro, anzi necessita di reincarnarsi. Reinventare non è imitare, è questo il senso.

E devi essere curioso, non c’è altra strada per riuscirci. Penso per esempio a stasera, ad alcune persone nelle prime file durante il nostro live che hanno passato il tempo a manifestare ostilità, non volevano nemmeno vedere cosa stesse succedendo di fronte a loro, invece di pensare a godersi il momento, a farsi coinvolgere, a provare curiosità verso il nuovo, il diverso. Dal diverso si trae sempre un arricchimento, sempre. Goditi il momento, entraci dentro, anche perché presto o tardi sarai morto, cazzo. Perché chiaramente la questione riguarda sia chi crea musica, sia chi la ascolta.

Sono stato sorpreso, durante questo tour insieme agli Specials, di vedere quanta gente giovane ci fosse in realtà tra il pubblico. Allora ti poni questa domanda: cosa cazzo ci fa un ragazzino di 17 anni qui? Dov’è la sua musica? Dov’è la musica di quella generazione? Io vengo dagli anni ’80, sono nato nel 1971, e la mia è stata l’ultima generazione che ha incluso questa bellissima linea della musica inglese che comprende un sacco di band veramente fighe, oltre a The Specials, Happy Mondays, The Cure, The Smiths, ecc ecc. Ce ne erano davvero tante.

Ho letto che gli Smiths sono il tuo gruppo preferito di sempre…

Andrew: Esatto, proprio così. Sono veramente un fanatico. C’è stato pure un momento in cui ho desiderato di smettere di ascoltarli, ho iniziato a cercare suoni molto differenti, e specialmente in quegli anni ho realizzato quanto fossi un apostolo degli Smiths. Ad essere onesti, Morrissey al momento è quasi un imbarazzo, nonostante tuttora mi piaccia, nel senso che lui sarà sempre per me l’esempio e la figura più pura, franca, schietta e geniale della scena musicale. Sempre. Ma spesso leggi di lui, lo ascolti e pensi “Oh, come on…”. Ha lavorato, ha fatto tanto per essere accettato per ciò che è, scomodo, problematico, pericoloso, e contemporaneamente impacciato, e ci è riuscito. Generazioni e generazioni che lo idolatrano per aver combattuto l’ipocrisia. Ultimamente però è un po’ un cazzone. Questa cosa mi urta.

Negli ultimi tempi forse è caduto nella trappola del ritrovarsi vittima di se stesso e del suo personaggio. Personalmente mi sforzo di credere che sia una risultante dei malesseri fisici che sta vivendo da anni…

Andrew: già. Cantava a proposito di “missing out in life” quando aveva 21 anni…tu sai che quello che crei è quello che diventi. Questo è quello che voleva e questo è quello che ha, però vivendo a Los Angeles…

Ho letto che è tornato a Manchester di recente, e che non riusciva più a riconoscere la città, non ci ritrovava più l’Inghilterra…

Andrew: In questo lo posso capire. Anche io non riconosco più l’Inghilterra nelle nostre città, il senso che aveva l’Inghilterra negli ’80 e nei ’90 in particolare. Le città inglesi di oggi, e chi le popola, sono il risultato alienante di trenta anni di capitalismo, torism, thatcherism e new labour. Ad esempio, la piazza di Nottingham, non molto tempo fa, è stata ristrutturata completamente, ed ora è tipo una scultura di marmo, viene usata per le fiere o i mercati e attività del genere, ma quando andavo a scuola era una piazza con delle fontanelle di merda, c’era l’erba, quel tipo di prato che è lì da una vita, consumato, e stavi lì, cazzeggiavi, ti guardavi attorno, e volevi essere lì proprio per quel motivo, stavi con le persone, i punk stavano lì per intere giornate. Ora invece è una distesa di marmo.

Nelle nostre città sta sparendo quella necessità di avere un luogo che per sua natura ti porti a stare tra le persone, senza dover per forza andare a fare la spesa, per esempio. Un po’ come nella cultura americana, in cui non puoi riunirti in uno spazio pubblico all’aperto se superi un certo numero di persone. Hai presente Strange Little Girl degli Stranglers? Il videoclip di questa canzone è proprio ciò che cercavo di descriverti; è un video fantastico, perché raccoglie immagini di quei tempi che ti fanno veramente provare quella dimensione, mentre la protagonista del video, una ragazza punk, gira per la città cazzeggiando. Sono immagini stupende, che non vedi e non vivi più nella realtà. Anche i goths avevano queste abitudini, ci credevano, si vestivano in maniera coerente…quelli di oggi sembrano dei ladri da appartamento. Vorrei che questo tipo di cose ci fosse anche oggi, e cioè la ricerca dell’espressione della PROPRIA personalità.

Ho la forte sensazione che voi ci stiate riuscendo…

Andrew: Wow, grazie. Sai, anche io dopo stasera ho una forte sensazione. Concludiamo un tour fantastico con The Specials, tu sei venuta dall’Italia per noi. Sento che siamo sul punto di ottenere qualcosa di più grande. Ci va tutto così bene!

2 Maggio 2015
2 Maggio 2015
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