Viva la sincerità. Intervista ai Violent Femmes
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Tommaso Iannini
- 28 Aprile 2016
La voce arriva da lontano – Colorado, nel profondo degli States – ma è indiscutibilmente la sua. Dall’altro capo c’è Gordon Gano. Tutti lo abbiamo in mente come il cantautore punk acustico con lo sguardo da ragazzino, immortalato all’epoca di un debutto che è rimasto uno dei dischi “assoluti”, senza tempo, del rock indipendente – o di come lo volete chiamare. Sono passati più di trent’anni, i Violent Femmes in modo quasi inaspettato e potremmo dire “rocambolesco” sono tornati con un album di inediti dopo quindici anni in cui non sono stati del tutto fermi: hanno celebrato l’anniversario di quel capolavoro con un tour, ma sembravano aver chiuso la carriera, a meno di qualche altra rimpatriata in memoria del passato. Il Gordon di oggi è un fresco cinquantaduenne che parla con tono cordiale, franco, rilassato, anche ironico quando serve; che però non si tira indietro di fronte alle domande e alle risposte scomode, e ci racconta con schiettezza che si può seppellire l’ascia di guerra se c’è da fare un (buon) disco e che certe offerte proprio non si possono rifiutare. Parla anche di piani per l’immediato futuro, non ancora definiti nel dettaglio, ma che partono da We Can Do Anything, che è comunque meglio di tutte le premesse poco edificanti e che, almeno nello spirito, si riallaccia proprio a quel glorioso esordio.
We Can Do Anything è il primo album dei Violent Femmes dopo quindici anni. Ci racconti com’è nato? C’è stato un cambiamento rispetto agli ultimi dischi?
Abbiamo lavorato come in genere abbiamo fatto in passato, e questo ha voluto anche dire un ritorno al nostro primo album. Il nostro approccio è stato quello di suonare tutti quanti insieme live in studio, registrando anche la mia voce con gli strumenti. Non siamo stati troppo rigidi, in alcuni pezzi abbiamo aggiunto o sovrainciso delle parti, ma abbiamo mantenuto l’approccio live perché quando si suona davvero insieme, la musica ha un altro suono e tutta un’altra energia. Siamo stati qualche anno senza suonare, mentre prima avevamo fatto concerti per anni senza incidere un album. Non era nei nostri piani tornare insieme, forse non lo avremmo fatto mai più, ma il Coachella a un certo punto ci ha offerto una cifra spropositata, molto più di quanto ci abbiano mai offerto in tutta la nostra carriera [ride, ndSA], per cui abbiamo pensato che forse potevamo provare a metterci d’accordo… La vera difficoltà – perché per noi è tutto difficile – veniva da problemi all’interno del gruppo, molto più che da fattori esterni… Ma alla fine ce l’abbiamo fatta, ci è piaciuto come abbiamo suonato e siamo piaciuti a tutti quanti, abbiamo messo in programma altri concerti, si è cominciato a parlare di un nuovo disco e ci siamo messi d’accordo per registrare qualcosa di nuovo. Insomma è andata così.
Posso chiederti se alcuni di questi problemi avevano a che fare con la polemica che è scoppiata tra te e Brian dopo che hai permesso l’uso di Blister in the Sun per la pubblicità di Wendy?
Molto poco, in verità [lo dice ridendo, NdSA]. Brian Ritchie mi fa fatto causa per molte, molte cose, e la pubblicità di Wendy è stata una di queste. Però come vedi tutte questi liti non ci hanno impedito di continuare a fare musica insieme. Si è scritto molto della polemica per quello spot ma è appunto solo una piccola parte delle cose per cui abbiamo discusso.
Comunque mi pare che vi siate lasciati tutto alle spalle, in qualche modo…
Sì, ce lo siamo lasciati alle spalle perché in fin dei conti io e lui siamo sempre le stesse persone. Certo, quando sei scontento di qualcosa o di qualcuno, trascinarlo davanti a una corte federale significa trascinare le cose all’estremo. Registrare di nuovo insieme non è stata una passeggiata. Eravamo in disaccordo anche su quali e quanti microfoni usare, su dove posizionarli, c’erano varie cose di cui Brian si lamentava e che non gli andavano a genio. Però mi pare che non siano state abbastanza gravi da impedirci di finire il disco. Per cui gli strascichi legali abbiamo fatto in modo di dimenticarli, altrimenti non avremmo potuto più suonare insieme. Anche se le nostre divergenze su molti aspetti sono rimaste.
Tornando al disco: sicuramente ha un suono molto classico che rimanda addirittura al vostro primo album…
Certo, una delle cose che sottolineavo appunto è che abbiamo avuto lo stesso approccio. Non per tutte le canzoni ma per la maggior parte è stato un full live come per il nostro primo disco.
Memory è un pezzo sul passato? È vero che viene da un vecchio demo?
Penso di averla scritta qualcosa come venticinque anni fa, o non meno di vent’anni fa. È curioso perché in molti mi hanno detto che dall’idea del testo sembrerebbe un brano scritto molto di recente. In realtà sono riflessioni sulla memoria e sull’incapacità di ricordare di quando avevo una trentina d’anni, non di oggi che ho superato ormai i cinquanta ed è più facile guardarsi indietro.
Dopo aver suonato con una band per più di trent’anni, oggi la memoria è una cosa più positiva o negativa?
Non penso che sia una cosa buona o cattiva in sé, ma che in generale sia irrilevante. Che non abbia nessuna importanza.
Altri pezzi del disco sono nati da vecchi provini?
Sì, ci sono canzoni scritte venticinque o trent’anni fa e altre che sono nate l’anno scorso: è passato un lasso di tempo incredibile da quando ho scritto quei pezzi a quando li ho riscoperti e ne ho composti di nuovi. Anche per questo sono molto contento di come le varie canzoni del disco funzionino bene insieme.
Avete avuto molte collaborazioni, anche in fase di scrittura…
Certo, i brani nuovi sono quelli che ho scritto insieme ad altri; è stato molto divertente, interessante e una sfida, perché mi era già capitato di scrivere canzoni con amici o persone coinvolte in un progetto più ad ampio respiro, ma in questo caso si è trattato di volare a Los Angeles e incontrare qualcuno per scrivere una canzone. Era una cosa che non avevo mai fatto. Alla fine siamo tutti soddisfatti di come le canzoni sono uscite sul disco dei Violent Femmes, ma ho pensato prima di tutto a scrivere brani che avrebbe potuto incidere anche qualcun altro, magari una cantante.
Il vostro modo di suonare acustico, pieno di energia e di dinamica, si ritrova anche in brani del nuovo disco come Holy Ghost e Big Car; è un aspetto che mi ha sempre colpito nella vostra musica e che mi fa piacere ritrovare. Mi sono sempre chiesto se abbiate avuto già in partenza questa idea, oppure se sia nata da particolari circostanze, da una rivelazione, dall’influenza di qualcuno in particolare…
Molto è stato frutto del caso o di circostanze che poi si sono trasformate in una precisa scelta di stile. All’inizio semplicemente non riuscivamo a trovare un club o un posto per fare concerti, nessuno ci voleva a suonare, e perciò abbiamo deciso di esibirci per le strade. Lì ci potevamo solo arrangiare e creare un sound forte con quello che avevamo a disposizione, una chitarra acustica, un basso acustico e un rullante; ma così abbiamo trovato un suono che ci piaceva, e a quel punto lo abbiamo mantenuto anche quando finalmente abbiamo trovato dove suonare dal vivo e registrare. Anche se da quel momento in poi abbiamo potuto permetterci di aggiungere gli strumenti elettrici, siamo rimasti concentrati sulla dimensione acustica che puoi trovare anche in questo nuovo disco. Molto è venuto dal caso, ma ci abbiamo messo poco a capire che quel sound ci piaceva e lo sentivamo nostro.
Ripensandoci, oggi fa un certo effetto sapere che nessuno vi voleva ascoltare…
All’inizio tutti ci dicevano che non eravamo bravi e che facevamo schifo. “Smettetela! Smettetela! Smettetela! Il vostro non è rock and roll, non siete rock and roll, per cui dateci un taglio”. È davvero come ti ho detto: nessuno ci voleva e quindi siamo andati a suonare per strada. Ma noi sapevamo di essere bravi, non abbiamo mai smesso di credere in quello che facevamo. Non siamo rock and roll? La verità è che lo siamo molto più di quello che voi chiamate rock and roll. Continuiamo a fare quello che facciamo e poi vediamo chi avrà ragione. Abbiamo avuto sempre fiducia in noi stessi, anche quando nessuno o pochissime persone ci seguivano. Una cosa molto positiva per noi è stata quando i Pretenders, che erano in tour, ci hanno visti suonare per strada e ci hanno invitati ad aprire il loro concerto. Abbiamo suonato giusto qualche canzone, e anche se lì per lì non è venuto nient’altro, né una tournée né tanto meno un contratto, per noi è stata una bellissima esperienza e un’iniezione di fiducia straordinaria.
Avete già in programma concerti? Verrete anche in Italia?
Nell’immediato ci aspetta un tour in Australia e Nuova Zelanda. Stiamo organizzando dei concerti negli Stati Uniti e stiamo pensando di suonare anche in Europa tra qualche mese, dove siamo meno seguiti ma dove ci piacerebbe comunque tornare. Speriamo di suonare in qualche festival o di fare date nei club, magari anche in Italia, un Paese che ci piace molto e dove il nostro bassista [Brian Ritchie, NdSA] ha anche vissuto per un po’.
Brian Viglione sarà ancora con voi?
No. Ha suonato su tutto il nuovo disco, è stato con noi un paio d’anni, ma ha deciso di dedicarsi ad altri progetti.
Sapete già chi prenderà il suo posto?
Sì, abbiamo un percussionista che suona con noi da tempo, John Sparrow, che si sposterà alla batteria.
E sugli Horns of Dilemma abbiamo qualche novità?
No, ci saranno sempre musicisti che ci accompagneranno o suoneranno con noi nel corso del tour. Purtroppo non potrà esserci Steve McKay, che oltre a essere un membro storico degli Stooges, ha suonato spesso con i Violent Femmes nel corso degli anni Ottanta e Novanta. La sua morte mi ha reso molto triste. Al sax ci sarà uno dei musicisti che ha collaborato al nuovo disco, anche se non ne siamo ancora sicuri.
Vuoi dirci qualcosa di particolare in ricordo di Steve?
Steve era un amico, è stato bellissimo suonare insieme a lui per tutti questi anni, ed era una persona fantastica, onesta, cordiale. In trent’anni avremo fatto centinaia di concerti insieme in ogni parte del mondo. È un peccato solo che abbiamo avuto pochissime occasioni per registrare insieme in studio.
Un brano del nuovo disco è stato scritto da Cynthia Gayneau, che se non sbaglio è tua sorella. Non è la prima volta che viene coinvolta dalla band. Anche la tua famiglia ha avuto un ruolo nella tua educazione musicale?
Cynthia ha suonato in alcuni concerti insieme a noi e aveva cantato già in Hallowed Ground, e nei cori di Jesus Walking on the Water. Ma per il resto non aveva avuto molto a che fare con i Violent Femmes, a parte venirci a vedere quando suonavamo. Anche per questo si firma con la grafia originale del nostro cognome, che ha origini francesi. La mia famiglia ha avuto una grande, grande influenza su di me. Mio padre suonava la chitarra, ci cantava canzoni country e aveva una bella collezione dischi di vecchio country, rock and roll e rockabilly, da Johnny Cash ad artisti molto meno conosciuti. Uno dei miei primi ricordi d’infanzia è di lui che canta queste canzoni. Grazie a mio padre ho capito l’influenza del country sul primo rock and roll, non solo dai dischi ma vedendolo cantare dal vivo. È qualcosa che fa parte di me. È anche difficile rendersi conto di quanto sia stata grande questa ispirazione.
Ultimissima domanda. Avete un pubblico che ormai copre diverse generazioni. C’è qualche giovane musicista che senti vicino nello spirito?
Il primo nome che mi viene in mente è quello di un cantautore con cui ho collaborato e che ho prodotto. Si chiama Jake Brebes [i Violent Femmes hanno anche inciso una sua canzone, Love Love Love Love, NdSA]: è uno dei miei cantautori preferiti, non ha avuto grande successo ma adoro il suo modo di scrivere, cerco di fare circolare il suo nome perché è bravissimo, anche se lo conoscono ancora in pochi.
