Avanti, sempre – Intervista ai Wire

Non c’è bisogno quasi di presentazioni, dopo una carriera che tra interruzioni, riprese e parentesi soliste dura ormai da quarant’anni. Partiti come un’enigmatica enclave minimalista nel punk settantasettino, i Wire hanno attraversato la new wave come punta di diamante del movimento insieme ai gruppi più importanti dell’epoca. Il tragitto che da Pink Flag porta fino al pop evoluto di 154 è stato terreno di coltura per tantissimo indie rock. Da quando sono ritornati alla fine degli anni Novanta non sono mai stati un gruppo ripiegato sul passato, ma hanno continuato a evolversi mantenendosi fedeli al proprio stile e alla propria voglia di ricerca. Anche senza dilatare il sound, e anzi comprimendolo nel format della canzone di tre minuti, come accaduto negli ultimi Wire e Nocturnal Koreans. In occasione dell’unico concerto italiano della band al LARS Festival, Colin Newman e Graham Lewis, i membri originali che guidano il quartetto londinese, hanno risposto alle nostre domande incentrate sugli ultimi lavori e su un presente che regala nuovi stimoli, anche se i Wire potrebbero permettersi di vivere di rendita contando su un revival ciclico del post-punk che dura praticamente dagli anni Novanta.

Avete parlato delle differenze tra Wire e Nocturnal Koreans in questi termini: il lavoro precedente era “più rispettoso della band” e l’ultimo lo è stato di meno. Che cosa intendevate e in quali canzoni secondo voi si nota di più la differenza?

Colin: Diciamo che a fare la differenza è stato l’approccio alla produzione. Abbiamo registrato i pezzi di tutti e due i dischi nello stesso periodo, ma abbiamo avuto bisogno di lavorare di più per fare di Nocturnal Koreans qualcosa che non fosse solo Wire parte seconda. In parte è dipeso dai brani in sé. Questo non significa che quelli di Wire fossero migliori, semplicemente lì sono finite le canzoni in cui gli arrangiamenti di base e i suoni definitivi si avvicinano di più alle tracce originali. Nocturnal Koreans è stato molto più “prodotto”. Prendi la title-track, per esempio. Il suono della batteria è molto più processato (e in tutti i pezzi del disco è stato più lavorato) e il drop dopo la terza strofa lo abbiamo aggiunto in un secondo momento. Tutti i brani di Nocturnal Koreans avevano bisogno di qualcosa che andasse qualche passo oltre le performance originali. Meno “rispettoso” in questo senso, quindi.

Graham: Concordo con quello che ha detto Colin. Rispetto a Wire, la cui scaletta è stata concepita in base alla durata di un singolo long playing, i pezzi di Nocturnal Koreans non sono scarti ma il risultato di un lavoro ulteriore che abbiamo pensato a seconda delle necessità e della scelta dei singoli brani.

I suoni di Nocturnal Koreans sono splendidamente curati. Riallacciandoci a quello che avete detto, vi siete concentrati sul lavoro in studio in maniera diversa dal solito?

Colin: Quanto bastava per far funzionare i pezzi. Alcuni sono venuti con facilità, già le prime perfomance si avvicinavano molto al risultato finale. Su altri abbiamo avuto bisogno di lavorare di più per farli suonare bene.

Come è nato il titolo Nocturnal Koreans?

Graham: Durante un tour siamo dovuti rimanere per due notti in un albergo fatiscente in Massachusetts, tra redneck fatti di anfetamine e gente che partecipava a un raduno evangelico panafricano. C’erano poi questi cristiani fondamentalisti coreani che avevano un serio problema di jet-lag, non riuscivano a dormire e vagavano di notte per l’hotel come dei sonnambuli. Sembrava la famiglia di Scooby Doo in preda a un brutto trip in un film di John Waters. Ovviamente, era un’idea fantastica per un canzone e non potevamo lasciarcela scappare.

In alcuni pezzi avete usato le chitarre baritone. È uno strumento che usate spesso? Che cosa portano di diverso e di particolare nel vostro sound?

Colin: In Nocturnal Koreans e Wire ci sono canzoni scritte con chitarre baritone, una dodici corde e persino una mandola (Pilgrim Trade). Ho usato due chitarre baritone, una Danelectro dal timbro più leggero e una Eastwood Airline che ha invece un sound più scuro e pesante. I risultati sono molto diversi, per cui non si può parlare di una qualità particolare di questo strumento, dipende molto da come lo usi; la vera e ovvia differenza rispetto a una chitarra normale è che se suoni gli accordi allo stesso modo ottieni tonalità diverse. Per il mio modo di pensare l’accordo centrale sulla chitarra è il Mi. È il più facile da suonare. Nella stessa posizione su una chitarra baritona hai un Si, un accordo che su una chitarra standard non potresti mai suonare senza un barré.

Avete definito Dead Weight come una canzone con uno spiccato elemento soul che per voi rappresenta sostanzialmente una novità. A dire il vero è un soul molto alla Wire, ma è comunque il segnale di una nuova direzione in cui volete spingervi?

Colin: A volte faccio dei collegamenti musicali nella mia testa che non tutti colgono. Per quanto mi riguarda Dead Weight, come Shifting in Wire, ha un elemento che possiamo chiamare “soul” che per i Wire è effettivamente una novità.

Negli ultimi anni avete curato un vostro festival, il DRILL. Come è nata l’idea e come scegliete in genere gli altri musicisti che partecipano?

Colin: Il festival ha avuto sei “puntate” finora e abbiamo alcune date in programma per l’anno prossimo (anche se nessuna per ora è in Italia). Il primo DRILL nel 2013 è stato concepito per promuovere Change Becomes Us ma in breve siamo andati ben oltre. Non ci siamo mai seduti a un tavolo per creare nessuna serata, ogni evento è nato perché qualcuno ha apprezzato l’idea e voleva suonare con noi nella sua città. Il nostro principio è unirci ai musicisti che apprezziamo, anche se ovviamente ogni membro dei Wire di base ha gusti diversi.

Che cosa vi ha dato il festival e come pensate di muovervi in futuro?

Colin: Le due cose sono collegate. L’idea stessa di DRILL definisce quello che siamo. Per noi il futuro conta più del passato e i musicisti di cui ci circondiamo sottolineano anche la nostra identità. Ci interfacciamo con diversi tipi di musica e non c’è davvero un modo più eloquente di questo per spiegare a tutti che non siamo “quel gruppo punk degli anni Settanta”.

Oggi va di moda risuonare i dischi dal vivo per intero. Ero curioso di sapere se vi capita di ricevere questo tipo di proposte e che cosa ne pensate…

Colin: Trovo che questa fissazione con l’eredità del passato sia deleteria. Ai Wire non interessa essere un pezzo da museo e non cerchiamo un pubblico interessato a quel genere di cosa. Abbiamo avuto proposte di questo tipo e abbiamo pure rifatto tutto Pink Flag, anche se a modo nostro, nel 2003; per quanto mi riguarda, questi spettacoli sono un vicolo cieco sia a livello artistico che commerciale. Invece trovo molto gratificante il fatto che negli ultimi anni siamo riusciti a far crescere nei numeri il nostro pubblico senza fare ricorso a questo genere di situazioni.

La vostra idea è stata infatti di rifare Pink Flag ma con un accordo in meno. È una cosa che ha in qualche modo influenzato anche i dischi che avete poi composto?

Colin: Tutto in qualche modo influenza qualcos’altro, anche se a volte non è quello che ti aspetti, questa è la vita!

Ultima domanda. Qual è l’obiettivo più importante che avete raggiunto o la cosa fondamentale che avete imparato nella vostra carriera?

Colin: Non saprei se parliamo della musica in generale, ma a livello di attitudine ho imparato che una band deve sforzarsi di sfruttare al massimo la propria unicità. Questo vale a tutti i livelli. Ogni impresa ha bisogno di quello che in inglese si chiama USP (unique selling point) e il nostro come Wire è proprio la spinta a guardare sempre avanti. Direi che da questo punto di vista siamo un caso più unico che raro all’interno della nostra generazione.

8 Luglio 2016
8 Luglio 2016
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