I figli della violenza. Intervista ai Buñuel

Sì, il primo nome di questo progetto è stato Los Olvidados, dal titolo del film messicano di Luis Buñuel del 1950 (dove il maestro del surrealismo cinematografico si confrontava in maniera più diretta ma sempre sottilmente allucinata con un’ambientazione neorealista e, con il senno di poi, pre-pasoliniana) che in italiano è tradotto con I figli della violenza. Figli della violenza: in senso estetico-musicale, di violenza ce n’è parecchia, in questo disco, uno dei più hardcore del nostro panorama – storicamente (riferimenti alla scuola indie USA degli anni ’80 e ’90, in particolare alla scena di Chicago e alla Touch and Go) e in maniera più figurata per l’approccio senza compromessi e… molto, molto rumoroso. Nato praticamente in presa diretta nella cornice dello studio varesino La Sauna per le parti strumentali, su cui Eugene Robinson ha poi inciso le voci a San Francisco, A Resting Place for Strangers traduce le peggiori nevrosi dell’era postindustriale e lo fa con quel quid di lucida follia che ci piace. Ne abbiamo parlato con i diretti interessati: Pierpaolo Capovilla, Franz Valente e Xabier Iriondo.

Xabier, Pierpaolo, Franz, come è nata questa collaborazione tra di voi?

PP (Pierpaolo Capovilla): Ci eravamo detti, facciamo una sessione di prove e registrazione in trio e vediamo che succede. Ci siamo ritrovati nel bellissimo studio di Andrea Cajelli [La Sauna, NdSA], nel varesotto. Una sala ampia e accogliente, dotata di grandi vetrate. Di fronte a noi, un lago di rara bellezza. Abbiamo suonato in piena libertà, senza porci chissà quale obiettivo. Naturalmente, eravamo tutti consapevoli che avremmo registrato un repertorio “d’altri tempi”: con un chitarrista tanto “elettrico” come Xabier e una sezione ritmica del genere, non poteva andare diversamente.

FV (Franz Valente): Il Teatro degli Orrori era in tour per qualche data assieme agli Afterhours. Lì c’è stata l’occasione di salire sul palco assieme a Xabier e suonare qualche canzone di Hai paura del buio?. L’atmosfera è stata di pura adrenalina.

Quando è nata l’idea di coinvolgere Eugene?

PP: Volevamo avventurarci in un’esperienza dal respiro internazionale. Scrissi una semplice mail a Eugene, breve e diretta, nella quale gli proponevamo di cantare queste canzoni. La risposta giunse il giorno dopo e fu sorprendente! Eugene lo conosco appena, giusto una stretta di mano e due chiacchiere in libertà, in quel di Milano. Ma ci rispose con un sì entusiasta… Per dirla tutta, il tenore della risposta fu “qualsiasi cosa vogliate da me, io ci sono”. Ci lasciò stupefatti.

FV: A questo punto ci siamo trovati per fare una sessione in studio con l’intenzione di mandare alcune tracce a Eugene. Il disco A Resting Place for Strangers è il risultato.

Alcune parti di A Resting Place for Strangers possono ricordare lo stile degli Oxbow – per il suono, ma anche per le strutture dei brani, con molti cambi di ritmo e dinamica e questi interludi molto free. Era quello che avevate in mente quando avete composto i pezzi o le cose si sono evolute per conto proprio?

PP: Volevamo fare un disco hard-core, in pieno stile Touch And Go! Siamo tutti molto legati a quel suono, alla forza che sa esprimere, alla sua coerenza performativa, alla matematicità e alla geometria dell’arrangiamento.

FV: Volevamo entrare in un territorio sonoro in cui Eugene potesse confrontarsi ed esprimersi al meglio. Poi abbiamo cercato di portare tutto alle estreme conseguenze ragionando su come sarebbe potuto essere il live.

Bunuel - A Resting Place

Come avete fatto conoscenza della musica degli Oxbow e quale dei loro dischi vi ha colpiti di più?

PP: Conobbi gli Oxbow a Roma, se ben ricordo ero all’INIT con One Dimensional Man. Credo che Eugene abbia apprezzato il nostro concerto. Eravamo fra i gruppi più intransigenti della scena, e se ne accorse al volo.

FV: Spesso ho ascoltato dischi degli Oxbow a casa, in compagnia di amici, però, quando mi capitò di vederli live, in occasione dell’All Tomorrow’s Parties a Londra, furono devastanti. Eugene è veramente un animale da palcoscenico. Da un loro concerto esci con la netta sensazione che ti abbiano preso a calci in faccia.

XI (Xabier Iriondo): Serenade in Red è il disco degli Oxbow che preferisco. Una band davvero avventurosa e originale.

Pierpaolo, mi hai parlato del vostro come di un repertorio “d’altri tempi”. Per intenderci, quel tipo di approccio “hardcore” (penso alla scuola Touch and Go ma anche all’Amphetamine Reptile) dobbiamo rimpiangerlo come una cosa da “vecchia guardia” o avete fiducia che le cose possano cambiare, soprattutto tra le nuove leve?

PP: Secondo me, c’è in giro, ancora, un gran desiderio di radicalità rock. Voi stessi, di SENTIREASCOLTARE, avete apprezzato il disco e scommetto che vi siete detti: ”hey, ma che bomba è ‘sta roba?”. Correggetemi se sbaglio.

FV: Qui si parla di puro amore per la musica, ed è questo che speriamo di trasmettere alle nuove generazioni di musicisti.

Diciamo che si sente. La cosa più “banale” che verrebbe da chiedervi è perché avete scelto Buñuel come nome per la band e come mai avete optato per un titolo come A Resting Place for Strangers.

PP: È nato da una discussione fra me e Eugene, via Skype. Avevamo pensato ad un nome molto diverso, ma strettamente connesso alla figura di Buñuel: Los Olvidados (I Figli della violenza in italiano). Era il titolo di uno dei suoi primi film messicani. Eugene mi fece notare che a San Francisco c’era già una band con quel nome, con all’attivo già un po’ di LP. Ecco allora che ci propose lui stesso il nome Buñuel. Breve, semplice, efficace, significativo.

Il titolo dell’album mi ha fatto venire in mente il nome di una band con cui avete qualche punto di contatto, se non altro per la componente noise del vostro suono. Posso chiedervi che cosa ne pensate degli A Place To Bury Strangers e se l’assonanza è soltanto frutto di un caso?

PP: Confesso l’ignoranza. Non conosco questo gruppo. Il titolo del disco, comunque, è stato proposto da Eugene.

XI: Non amo particolarmente quella band e, sinceramente, la cosa che trovo più interessante sono certe sonorità chitarristiche che usano, frutto soprattutto dell’utilizzo dei pedali per chitarra (Death By Audio) che uno di loro [il leader, Olivier Ackerman, NdSA], insieme ad altri, produce da alcuni anni a Williamsburg (New York). Quando avevo il mio negozio, Sound Metak, sono stato il primo in Europa a vendere quei pedali. Da allora li utilizzo in svariati progetti musicali e in Buñuel ne ho usati alcuni… e si sente.

Come vi siete approcciati al lavoro su questo disco, che avete registrato in scioltezza in appena tre giorni? Avete fatto jam o avevate già una linea in mente?

PP: Alcune linee ritmiche di basso e batteria erano già chiare a me e Franz. Sono cose a cui avevamo pensato nel tempo. Tutto il resto, io credo, è improvvisazione, seguita da cut-up e fold-in in sede di missaggio.

XI: Pierpaolo mi chiese di partecipare a questa registrazione che lui e Franz avevano in mente di fare. Brani al fulmicotone, soprattutto. Non avevo alcune idee, solo un paio di riff. Per il resto, da parte mia, è stata pura improvvisazione…l’approccio che preferisco in situazioni di “instant recording and composing”.

FV: Siamo entrati in studio con l’intenzione di fare almeno sette pezzi veloci più la cover di Kerosene dei Big Black. Tutto è nato per lo più a caso buttando giù le idee che ci venivano in mente. L’azione creativa è stata molto veloce e l’approccio tra noi e lo strumento è stato di puro istinto. Se una cosa non veniva al volo la lasciavamo perdere senza ingarbugliarci in labirinti musicali. L’importante è la performance.

A proposito, Kerosene è il mio pezzo preferito dei Big Black. Che fine ha fatto? L’avete registrato o avete intenzione di proporlo dal vivo?

FV: L’abbiamo registrato sì, ma ci resta solo la parte strumentale. Eugene non ha voluto cantarlo.

Oltre all’energia e all’attitudine, ho apprezzato molto i suoni. C’è una chitarra usata in maniera molto stridente in Streetlamp Cold che mi piace, e mi chiedevo come avevate ottenuto quella sonorità “industriale”. Quegli arpeggi che sembrano elettronici in Me + I vengono da una chitarra trattata o avete usato anche strumenti come tastiere e sintetizzatori? Come è stato, in generale, l’approccio ai suoni di questo album?

PP: Vorrei suonare una sviolinata per Xabier! Credo che Xabier sia il chitarrista rock più innovativo ch’io abbia mai conosciuto.

XI: Niente synth o artifizi elettronici… chitarra elettrica, pedali detonanti e un volume devastante (in tre giorni ho bruciato due testate per chitarra elettrica). L’approccio timbrico alla chitarra è stato quello di ficcarsi in mezzo a un basso super distorto e a una batteria picchiata con forza e occupare tutto lo spazio a disposizione.

FV: Ogni volta che entro in studio cerco di portare le dinamiche del mio strumento al massimo, in modo da farlo urlare. Mi piace che ogni colpo sia percepito come un’esplosione. Poi con Pierpaolo al basso ho un’alchimia inossidabile, con tutta l’esperienza che abbiamo avuto in passato, anche con One Dimensional Man.

Di chi è la voce femminile in Me + I?

PP: La voce femminile è di Kasia Meow, così come il testo del brano. La voce maschile è la mia. È l’unico pezzo che canto nel disco, ma non avrei voluto cantarlo. Lo avevo registrato per proporlo a Eugene, che ci ha invitati a mantenere quella registrazione nel disco.

Porterete in tour questo lavoro. Avete in programma qualche data anche all’estero?

PP: Ci siamo sentiti con Giovanna e Agostino degli Uzeda. Con la loro Indigena, ci aiuteranno a organizzare un tour europeo come si deve.

Pensate che da questo album la collaborazione possa continuare e prevedere nuovi sviluppi in futuro?

PP: È esattamente ciò che ci auguriamo.

XI: Siamo musicisti liberi e intraprendenti, crediamo nelle avventure, e questa è solo all’inizio.

Siete tutti musicisti impegnati in tanti progetti. Oltre ai Buñuel, che altre novità sono in cantiere per il nuovo anno?

PP: Il tour de Il Teatro degli Orrori, naturalmente prioritario per me e per Franz. Nel frattempo, io sto lavorando alla messa in scena di un reading meta-teatrale dedicato ad Antonin Artaud e alla pratica psichiatrica dell’elettro-shock.

XI: Nell’inverno concerti con il gruppo Todo Modo (con Prette e Saporiti), in primavera l’uscita del nuovo disco di Immaginisti (la band con Pilia e Bertacchini che un tempo si chiamava Cagna Schiumante) e concerti, e, dulcis in fundo, prima dell’estate l’uscita del nuovo disco di Afterhours e il lungo tour che seguirà.

 

13 Gennaio 2016
13 Gennaio 2016
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