Under Duress: un botta e risposta con J. Bannon dei Converge

I Converge da Salem, Massachussets, sono tutt’altro che mero folklore: il luogo di nascita e l’immaginario morboso ed oscuro evocato dalla loro musica lascerebbe presagire un certo legame con qualche antico culto esoterico, operato in quella porzione brulla e periferica del profondo nordest americano, eppure la band di Jacob Bannon dimostra con la solita, brutale sicumera – nonché un residuo di rabbia ferina, retaggio delle prime scorribande – quale sia l’animale più pericoloso e letale nel vasto ecosistema del metal contaminato, da oltre vent’anni. Il loro The Dusk in Us è stato uno dei migliori album di questo 2017, e ha riportato la band ai consueti standard qualitativi, oltre a mettere a nudo gli aspetti più reconditi delle personalità dei musicisti, in un processo di espiazione che parte dal precedente All We Love We Leave Behind, risalente all’ormai lontano 2012. Partiamo da lì, da un lustro fa, per aprire il fuoco in un botta e risposta con il leader della band bostoniana.

Jacob, sono passati cinque anni dal vostro precedente album, All We Love We Leave Behind, e una vita intera, invece, dai vostri primi passi: quanto avete lasciato alle vostre spalle da allora?

JB: Strana domanda… non ci siamo lasciati dietro niente, almeno, per me è così. Siamo una band molto impegnata professionalmente, tra un album e l’altro, forse il nostro impegno ci nobilita, ci permette di focalizzarci su cosa facciamo, quindi su cosa siamo. Cinque anni non sono passati come tali, da quel punto di vista: sembra che sia passato tantissimo tempo da allora, figurarsi dai nostri primi giorni come band.

Arrivando ad oggi, il vostro ultimo album sembra avere a che fare con argomenti e contenuti più intimi, reconditi, e un sound ancora più oscuro, anche rispetto al suo predecessore: da cosa dipende tutto ciò?

JB: Fondamentalmente da ciò che accade nelle nostre vite, ma è la stessa formula di tutti gli album dei Converge, ovvero canzoni legate a fatti personali. Non credo che sia cambiato molto rispetto a prima, a parte il nostro desiderio di dare una forma leggermente differente alla composizione.

Cosa intendi?

JB: Beh, semplicemente sperimentare, battere nuove vie, nuovi percorsi: la carica emotiva è la stessa, ma i ritmi sono cambiati, devono farlo… Non hai notato niente di differente?

Sì, comprendo la logica. Forse avete rallentato un po’ il passo a livello di bpm ed esplosività, ma vi sento più pericolosi, subdoli, quando abbassate i giri… e forse è la cosa che caratterizza meglio l’album…

JB: Esatto, hai capito il concetto. Questo ovviamente riguarda anche la scelta dei suoni, le molteplici possibilità tecniche che lo studio di Kurt [Ballou, ndSA] ci offre. Abbiamo fatto agire lo stomaco, gli attributi, ma ci siamo anche soffermati maggiormente su quell’aspetto, e questo mi rende fiero del nostro lavoro.

Uno dei pezzi che preferisco fa riferimento a Vasilij Archipov, generale russo che scongiurò la crisi dei missili di Cuba del 1962. Sei interessato alla guerra o alla storia in generale?

JB: Non più di quanto lo sia molta altra gente. È un riferimento metaforico, che indica la freddezza mentale e la calma che portano a uno stato assoluto di razionalità. Quindi non è direttamente collegata alla figura storica o a niente che abbia a che fare con la politica o la guerra, nello specifico.

C’è, a livello di testi, un elemento “romantico” nella vostra musica? Io lo percepisco fortemente, nella tua scrittura, almeno da quando scoprii Jane Doe, che ho amato e interpretato principalmente  come una sorta di storia d’amore perversa; ascoltai l’album per la prima volta attorno ai 15 anni, e sebbene non riuscissi a comprendere i testi, mi dava quella sensazione specifica – e lo fa tuttora…

JB: Le nostre canzoni sono strutture complesse che poggiano sulle emozioni, tutte hanno a che fare con sentimenti forti e incontrastabili. Ma per quanto riguarda l’interpretazione dei testi, quello dipende da te: ho sempre voluto che l’ascoltatore potesse trovarci qualcosa di personale, ed ho volutamente, a volte, reso inintelligibile un verso o un’intera strofa, pur di stabilire quel livello di comunicazione. Ma l’ho fatto anche e soprattutto perché non potrei mai interferire con i tuoi sentimenti, così come tu non potresti farlo con i miei – in tal caso, una canzone, un poema, un’opera in generale che esprima un concetto, può servire da terreno comune per far congiungere quelle realtà e stabilire quel contatto.

Molti si chiedono come fosse la scena hardcore di Boston ai tempi, nei primi Novanta, quando voi avete iniziato a suonare come Converge. C’è parecchia aneddotica a riguardo, molta della quale rende un’immagine violenta di quella scena e di quel periodo in particolare. Ti trovi d’accordo su questo aspetto?

JB: Non sono sicuro di sapere quali storie hai sentito a riguardo, ma posso dirti per certo che c’è un sacco di folklore che è efficace, ed altro che semplicemente non lo è, che non poggia su basi solide, su fatti concreti. Dal mio punto di vista non ho mai riscontrato così tanta violenza, neppure quel senso di chiusura mentale e geografica che molti raccontano; rivalità non ve ne erano, almeno durante il periodo in cui abbiamo iniziato a suonare insieme: le band si aiutavano a vicenda, c’era un ottimo spirito comunitario, le band venivano da tutto il mondo per suonare nei locali. Se tu avessi fatto riferimento ad un fatto specifico, ti avrei aiutato volentieri, altrimenti avrei aggiunto altro folklore, cosa che mi guarderei bene dal fare.

Da capiscuola di un nuovo modo di pensare e concepire un certo tipo di musica, vi chiedo: che ne pensate di ciò che sta accadendo relativamente all’ambito della musica pesante, o sperimentale?

JB: Che non è cambiato poi tanto, in fondo, eccezion fatta che si vendono molti meno dischi; i gruppi continuano a scrivere e pubblicare musica che li rispecchi, come facciamo noi sostanzialmente. A parte ciò, provo a non concentrarmi troppo sulle motivazioni, sulle tendenze… le ragioni politiche o sociali mi muovono di più rispetto a queste istanze, ma a parte questo, provo solamente ad ascoltare cose che mi piacciono, che mi fanno star bene, senza guardare ad altro.

Ho una domanda per Kurt: com’è stato lavorare con i Code Orange? Ho apprezzato molto il lavoro che hai fatto per il loro ultimo album, che pare averli proiettati in una nuova dimensione, anzi, pare proprio che da qui non possano far altro che crescere e migliorare. Sono la next big thing? Dove pensi che possano arrivare?

KB: Grazie mille per le parole gentili, lo apprezzo molto. Abbiamo lavorato duro in studio, ed anche io, che sono notoriamente uno stakanovista, ho dovuto tenere il passo di questi ragazzi, che sono eccezionali, mettono tanta intensità, rabbia, energia positiva in ciò che fanno. Non si accontentano e credo che questo sia il motivo principale per cui arriveranno lontano – fino a dove non so, ma di sicuro arriveranno.

Il fatto del rinnovamento del metal, mi porta ad un’altra domanda cruciale: mi sono sempre chiesto se, ad un certo punto, sopraggiunga una sorta di cambio della guardia all’interno delle gerarchie del genere, ma questo pare non arrivare. Per dire, voi siete usciti dal vostro piccolo giro, vi siete affermati nella vostra nicchia ed avete raggiunto la notorietà che vi spettava, dopodiché molti hanno iniziato a definirvi come uno dei punti fermi della scena, e più o meno nello stesso periodo sono arrivati i Mastodon, i Dillinger Escape Plan e via dicendo… il punto è: sembra che l’incubo più atavico del tipico heavy metal kid, come si definivano un tempo, sia quello di vedere i propri idoli lentamente svanire. D’altronde, le line up dei maggiori festival di genere, tipo Wacken o l’Hellfest, raccontano molto a proposito: band storiche che hanno trent’anni e oltre di carriera sulle proprie spalle sono posizionate ancora sulla fascia alta del cartellone, e paiono inamovibili, almeno fino a quando non decideranno di smetterla di tirare la carretta. Insomma, il dilemma è che molti ritengono il metal con i suoi derivati un genere realmente incapace di evolversi, ma solo di chiudersi nella sua nicchia e sopravvivere – che, detto tra noi, sta anche bene, ma molto spesso mi trovo a discuterne a riguardo. Tu cosa ne pensi invece?

JB: Questa è forse una tua impressione, che condivido solo in parte. Noi portiamo sempre con noi “nuove” band in tour, e facciamo ciò che possiamo per premiare e promuovere nuove realtà che ci convincono maggiormente, anche attraverso l’etichetta [Deathwish Inc., ndSA]. Se poi ti riferisci ai festival, loro hanno da sempre, e sempre avranno, il solo scopo di vendere più biglietti possibile, punto. Io non percepisco una decisione conscia ed un atto deliberato da parte degli organizzatori di limitare l’esposizione ad alcune band, ma posso darti ragione nel dire che uno degli ostacoli più grandi che le band devono superare, ad oggi, ha moltissimo a che fare con i metodi, gli strumenti con cui la gente esperisce e fruisce la musica. Gli artisti emergenti hanno abbandonato le abitudini all’ascolto e quel grado di fidelizzazione che persisteva un tempo, e che l’avvento di internet pare aver mutato irrimediabilmente, in un certo senso. Gli Iron Maiden o i Judas Priest sono QUELLE band perché ancora resiste quella relazione intima, quel legame indissolubile tra loro e il loro pubblico; la loro musica ha un valore morale enorme, oltre ad averne uno commerciale altrettanto grande, e proprio per questo, come dici tu, continuano a tirare avanti senza preoccuparsi di chi gli sta dietro. Sono avanti semplicemente perché sono ancora i migliori, ma anche perché, come detto, nella moderna dimensione della musica digitale, la gente non ci sente più come una volta, il loro grado di coinvolgimento sta diminuendo o forse sta mutando, perché hanno a che fare con milioni di uscite e alternative differenti. Il che è indubbiamente un bene, perché amplia lo spettro sonoro e mette in discussione il gusto e le preferenze degli ascoltatori, ma può pure affossare e far disperdere un sacco di buone cose nel flusso massiccio che si muove là fuori.

Fortunatamente, ci sono ancora realtà come il Roadburn che mantengono quell’attenzione, quella fiamma ancora accesa: nella prossima edizione, tu sarai il curatore ospite e la band suonerà l’ultimo album e You Fail Me da cima a fondo, in un doppio set. Lì a Tilburg avete pure registrato un live album l’anno scorso, Jane Live, e nell’ultima edizione tu hai suonato con il tuo side project, Wear Your Wounds. Credo che a questo punto valga molto per voi mantenere attiva la collaborazione con il festival…

JB: Senza alcun dubbio, è un festival grandioso, partito dal basso, senza sponsor “corporativi”, una realtà che è cresciuta e si è sedimentata nel proprio luogo di origine grazie ad un team di persone straordinarie, una vera e propria famiglia, mi permetto di dire. Metterò tutto me stesso al servizio del Roadburn, ed ho in mente un bel po’ di cose interessanti che faranno eccitare gli avventori, oltre al nostro doppio set previsto per il 2018 [Jacob Bannon, da curatore ospite, ha recentemente annunciato i seguenti nomi: Motorpsycho, Godflesh, Crowbar, Forgotten Tomb, D.A.M.N., Thou w/ The Body, ndSA].

Dopo tutti questi anni, vivi la musica, la vita da tour e tutte quelle cose assurde che fate sul palco come lo facevi da ragazzino oppure, come molti fanno quando si ritrovano al cruciale guado dei 40-50, percepisci tutto come qualcosa di differente o come un semplice lavoro? Ad esempio, quest’anno ho assistito al vostro set al Primavera Sound ed è stato magnifico, una sorta di rito collettivo, un’esperienza molto catartica: comunque vada, grazie di cuore per tutto ciò che fate…

JB: Non è un lavoro, fortunatamente o meno, perché principalmente mi guadagno da vivere con altri lavori, più o meno come tutti gli altri fuori dall’attività per la band. Ma sai, le mie motivazioni non sono mutate di una virgola, da quando ho avviato il progetto insieme a Kurt; il mio obiettivo è sempre stato e sempre sarà quello di scrivere musica onesta e personale, che abbia un valore anzitutto per me, e poi grazie a Dio per tutti quelli con cui abbiamo il piacere di condividerla. Grazie per le parole gentili, per me valgono molto.

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