“La memoria delle parole e la musica leggera”. Intervista a Edda

Stefano Rampoldi, in arte Edda, è sereno. Una prima dimostrazione l’avevamo già avuta con l’ultimo Graziosa utopia, ma la conferma è arrivata soprattutto dopo l’ascolto di Fru Fru, il suo nuovo album in arrivo il 22 febbraio con Woodworm (recensione di Fabrizio Zampighi a breve). Una conferma ulteriore la dà direttamente lui, con il suo fare rilassato e la parlantina sciolta ancor prima di iniziare l’intervista; dove, tra un discorso ricco di interesse misto ad ossessione per la figura di Fabrizio Corona e di quel mondo vacuo di cui tanta televisione commerciale è satura, esordisce immaginando una genesi ridanciana per il titolo del suo album.

STEFANO RAMPOLDI: Poteva essere l’urlo di battaglia di CasaPound. Se un giorno CasaPound mi venisse a chiedere: “Noi quando andiamo a spaccare teste, che urlo potremmo utilizzare?”. Fru Fru, così vi date una calmata. Però non credo di aver avuto in mente questo, in realtà è il nome di un biscotto. Io non mangio uova, quindi sono esclusi dalla mia dieta, però questo biscotto, invece, era senza uova, e poi è leggero e io volevo far musica leggera. Musica che lasciasse qualcosa soprattutto a me mentre la suonavo, perché alla fine la suono io per primo. Come una botta di endorfine, che ti fa star bene. I suoni quindi sono sempre più pop. Un tempo si era parlato – con un mio musicista – di fare musica per bambini, credo che la musica prima di tutto debba colpirti a livello emotivo, infatti mi arrabbio molto quando mi danno del cantautore, perché per me il testo viene dopo la melodia. Io vengo catturato dalla melodia. Quando canto una canzone, mi deve prima piacere a livello melodico, poi se riesco anche a dire due cose che non siano cazzate, meglio ancora. Non accetterei mai di scrivere tipo un trattato o qualcosa di elevato su un monotono, su una melodia che non mi dice niente. Quella per me è la fine. Mi dà molto di più una canzone di Raffaella Carrà che una di un cantautore con un testo impegnatissimo. È una mia scelta, fa parte di come sono io. Ad esempio, io non parlo inglese, e quando ascoltavo i Beatles avevo cinque, sei anni… non capivo cosa dicessero, però mi piacevano. Non dico che bisognerebbe tornare tutti bambini, dico solo che è una mia scelta. Io ho bisogno di questo.

…parlando del lavoro sui testi…

SR: Tiro sempre fuori parole che sono sedimentate in me. Sono lì nel disco rigido della nostra memoria. L’emozione che mi suscita poi la melodia genera queste parole, che hanno tutte a che fare con qualcosa che conosco. Finalmente sono in un posto che sento giusto per me: la musica leggera. Credo che dal vivo il disco sarà più aggressivo.

Diretta prosecuzione di Graziosa Utopia, questo Fru Fru ha un’anima più frenetica rispetto all’eleganza e alla compostezza ricercate nel lavoro precedente…

SR: Più frenetico perché probabilmente mancano quelle due o tre ballate che erano presenti prima, però come sonorità lo trovo pop esattamente quanto l’altro. Addirittura ci sono degli elementi ballabili, da qui il riferimento di prima a Raffaella Carrà.

…tornando indietro sul lavoro in studio…

SR: Il disco lo ha prodotto Luca Bossi (così come quello precedente). Io gli propongo i brani con la chitarra acustica, che è esattamente quello che succedeva con i Ritmo Tribale, solo che lì veniva fuori quel tipo di rock, però le mie canzoni erano uguali. Invece, adesso con lui è venuto fuori in questo modo. Gli ho suggerito di ascoltare Comedown Machine degli Strokes, che è il disco meno rock che hanno fatto, e poi gli ho chiesto veramente di darmi un disco giocattolo, come una persona qualunque che parla con un architetto. Volevo colori chiari, sensazioni di gioia, una musica che desse benessere mentre l’ascolti. Priva di qualunque tossina, per mia necessità. La vità è già difficile, quindi ho bisogno di allegerirmi con questo tipo di musica. Anche se i miei primi due dischi sono molto cupi, con queste lunghe ballate, e dicono che sono bellissimi, io dal vivo non riesco a suonarli più. Non voglio suonare cose pesanti. Ho bisogno, quando suono, che prima arrivi a me qualcosa di leggero.

Difatti, la brevità e l’immediatezza di Fru Fru è proprio una conseguenza di questo aspetto giocoso ricercato in produzione?

SR: Sì, questo sì. E anche perché le canzoni che ascoltavo io di questo genere… mi viene in mente Caterina Caselli…duravano tutte per esigenza due minuti circa.

Hai detto che Fru Fru rappresenta una sorta di «lungo monologo», quindi possiamo definirlo anche un autoritratto?

SR: Sicuramente sì. Se parliamo di testi, come dicevo, quando scrivo non sto pensando a niente ma cavalco l’emozione che la melodia mi sta regalando. Quindi è un monologo perché la fonte sono io, qualcosa arriva dal subconscio e riesco a metterlo dentro le canzoni. Non è facile, è legata principalmente all’ispirazione. Battisti a un certo punto della sua carriera diceva: “Le canzoni di una volta non mi vengono più”, quindi non gli arrivavano più. Le canzoni arrivano. Così come le idee. Sono già scritte. Non da noi. La Divina Commedia non l’ha scritta Dante, era già scritta. A lui poi è arrivata. Se non l’avesse scritta lui, lo avrebbe fatto qualcun’altro, perché l’idea è sempre stata lì. Almeno io la vedo in questo modo… poi possiamo farci belli e dire “L’ho scritta io”, ma non è così. È molto instabile come concezione, forse per questo poi nella musica ho bisogno di qualcosa di più semplice, di più fanciullesco. Per me è sempre meglio volare basso, e questo è il miglior disco che ho fatto. Poi, se divento ricco mi faccio la faccia come quella di Fabrizio Corona. Che poi io parlo così, ma la mia fortuna è che se fossi veramente quel tipo di persona, non avrei la capacità di vedere certe cose. Perché tutto ha un prezzo. Spero di non aver sbagliato tutto.

I Fabrizio Corona e i Fedez di questo mondo devono esistere, altrimenti non ci sarebbero gli Edda e non ci sarebbe Fru Fru?

SR: Ti faccio un altro esempio: Mussolini e Hitler erano geni? Se Hitler fosse stato preso in quell’accademia d’arte avrebbe continuato a far quello. Non erano certo queste grandi menti: come hanno fatto allora a rendere possibili quegli orrori? Perché abbiamo il nostro karma. E Dio ha anche un grande senso dell’umorismo. Non ha scelto un Hegel o uno Schopenhauer, ma ha scelto sempre dei coglioni. Ieri sentivo parlare (ancora) Berlusconi e mi chiedevo come ha potuto una persona simile governare per vent’anni.

…gli italiani?

SR: Il karma degli italiani. Parlare tutto il giorno di queste cose mi mette molta ansia, per questo poi ho bisogno di semplicità, di musica gioiosa, bella… o almeno ci provo. Partendo dal biscotto, dal titolo…da tutto.

Argomenti ricorrenti sono il rapporto sentimentale e il sesso, che ultimamente sono sempre più spesso utilizzati per raccontare il quotidiano…

SR: Guarda io sono stato dipendente dall’eroina, solo che fuggo da una dipendenza per approdare a un’altra. Adesso c’è questa fissazione col cibo. Non so, il sesso – mi vergogno un po’ a dirlo – è una cosa che mi condiziona molto, quindi traspare anche nei testi, nelle parole che uso. Poi io non elaboro un testo vero e proprio, il mio è quasi un lavoro impressionista. In Ovidio e Orazio, parlo di quando ero al liceo e lì vivevo le prime pulsioni con le mie compagne di classe, mi innamoravo di chiunque. Allora certo non pensavo a una visione da film porno così [il cenno è all’espressione «Sputami in culo», ndSA], ci penso adesso da adulto, ma sei già in quel modo, col tempo lo elabori. Poi cerco veramente la leggerezza. È uscito Fru Fru, e son contento.

Mi ha ricordato molto Go Go Diva de La rappresentante di lista, che tra l’altro è sempre di casa Woodworm…

SR: Ah beh. Veronica [Lucchesi, voce de La rappresentante di lista insieme a Dario Mangiaracina, ndSA] è una persona che karmicamente ho conosciuto, mi è simpatica, mi piace molto. Mi colpisce molto. Sì, probabilmente sì.

Come vedi oggi Semper biot, visto che quest’anno ricorre il decimo anniversario dall’uscita?

SR: Vedo che sono più vero in questo disco [Fru Fru, ndSA] che in Semper biot. Semper biot secondo me è più cliché. Quando sono finito in comunità avevo 40 anni, mi ero detto “Musica mai più”. Non avevo mai lavorato e volevo una vita normale, perché è difficile vivere di musica, quindi mi son messo a fare ponteggi e ho lavorato per dieci anni, che non sono molti (magari si potesse lavorare solo dieci anni nella vita!). E Semper biot è un disco un po’ lamentoso, un po’ a tinte cupe, è anche poco suonato e a me piace la musica, c’è dentro solo una chitarra. Non che disconosca Semper biot, qualcuno dice anche che sia il più bel disco che ho fatto, ma io non voglio essere quello Stefano lì. Era uno Stefano pieno di ferite, uscito da una dura battaglia, che mi aveva proprio umiliato. Quindi è un disco pieno di ferite e preferisco dimenticarmene. Quando le ferite son vere, non ne si va fieri. È meglio star bene nella vita che star male. Le canzoni di quel disco non riesco a suonarle. Quando canto, invece, Zigulì, per quanto male la posso suonare, sono contento e mi viene proprio di cantarla. Il primo a godere devo essere io. Se no, torno a far ponteggi. Ma adesso Fru Fru credo che potrà darmi delle grandi soddisfazioni.

Quest’anno ti abbiamo sentito anche nell’ultimo lavoro di Gianni Maroccolo, Alone: che esperienza è stata?

SR: Sì, son finito nel suo disco. Mi ha chiamato, non so perché, forse per quello che sono e rappresento. Mi ha fatto solo piacere, perché quello che ha fatto lui è bellissimo (C.S.I., i primi Litfiba…), quindi mi son sentito molto onorato. Ho paura di fargli sentire Fru Fru… penso che se apprezzerà sarò contento.

22 Febbraio 2019
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