Nuovi colori per il sound di New York. Intervista a Daniel Kessler degli Interpol

Sono passati quattro anni da quando gli Interpol hanno pubblicato il loro quarto album omonimo, l’ultimo con il bassista Carlos Dengler nella line-up. Paul Banks, il frontman, ha interrotto il silenzio dando alle stampe il suo secondo album solista (stavolta senza celarsi dietro l’alter ego Julian Plenti) nel 2012, anno che ha anche visto la ripubblicazione del primo album Turn On The Bright Lights in una deluxe edition celebrativa. La band è tornata in ottima forma con El Pintor, il materiale inedito più convincente da Our Love To Admire.

In esclusiva la nostra chiacchierata con Daniel Kessler, chitarrista e membro fondatore di un gruppo che, in dodici anni, continua ad essere ancora oggi un riferimento per l’intera scena indie rock. Ci attende anche un suo side project, dopo El Pintor? Ecco cosa ci ha raccontato.

El Pintor è un titolo misterioso, significa “il pittore” in spagnolo ma, pensandoci bene, è anche l’anagramma del nome del gruppo. Cosa c’è dietro la sua scelta?

È vero, è l’anagramma di Interpol ma ha anche un suono suggestivo, e un significato più astratto e arty – avrai notato sicuramente le mani in primo piano in copertina. Mi è piaciuto richiamare in maniera astratta l’immagine del pittore, anche se poi in realtà è sia una sintesi di entrambe le ipotesi, sia un modo per lasciare aperta ogni interpretazione.

Ho trovato il nuovo disco più compatto e coerente rispetto alla vostra ultima prova in studio, che, al contrario, aveva alcune ottime canzoni ma funzionava meno bene nel complesso. Ricorda molto Antics. È cambiato qualcosa nella scrittura dei brani, dopo l’uscita di Carlos Dengler?

È un lavoro più “concettuale” e atmosferico rispetto al precedente, e ci piace l’idea di avventurarci ogni volta in qualche strada mai percorsa in precedenza: a volte la scrittura può essere lineare, altre volte va invece in direzione opposta. La scrittura qui è più diretta, ed è vero che il disco scorre bene dall’inizio alla fine. È un album “vero”.

C’è una miscela di elementi nuovi e “classici” del vostro sound, sento una grande attenzione per le melodie ma anche per le texture. In studio a New York hai lavorato con Brandon Curtis dei Secret Machines, Rob Moose (Bon Iver) e Roger Joseph Manning jr: queste persone hanno contribuito a far entrare qualcosa di nuovo nel sound degli Interpol?

Si tratta di amici con cui abbiamo collaborato anche dal vivo. Con Roger ci siamo conosciuti tempo fa ed è un ottimo tastierista; anche Rob ha dato il proprio apporto, ma le canzoni avevano già preso vita quando gli ospiti hanno registrato i propri contributi. Alcuni brani risalgono al 2012, altri al 2013. Il fatto che si sentano molto il basso e la chitarra è perché volevamo un disco che suonasse più rock del precedente, che invece aveva orchestrazioni più complesse e molte tastiere; riesco a suonare molti brani con la sola chitarra.

Daniel, sei un membro chiave della band, anche in virtù del tuo precedente lavoro alla Domino. Per un’edizione particolare di questo disco vi siete rivolti alla piattaforma Pledge Music; com’è cambiato, da Turn On The Bright Lights, il modo di proporre nuova musica al pubblico?

Di certo il music business è molto cambiato, ma quando debuttammo non sapevamo davvero cosa aspettarci; le scelte di marketing al tempo furono molto tradizionali, e riuscimmo a farci spazio lentamente, spesso grazie al passaparola. Era più facile, nel 2002, che qualcuno comprasse il disco, anche per l’artwork; ora si finisce di registrare, passano quindici giorni ed è tutto già reperibile in rete… Siamo emersi all’inizio della digital age, in fin dei conti, ma chiaramente allora non c’erano i social media e oggi con le piattaforme dedicate agli streaming è tutto a portata di mano, non è più indispensabile recarsi in un negozio di dischi. Come insegna il caso di In Rainbows dei Radiohead, molto è cambiato anche nel modo di proporre e vendere la propria musica. Da una parte è vero che si vende meno, dall’altra notiamo che la musica diventa disponibile più facilmente anche a chi altrimenti sarebbe propenso ad ascoltare solo i nomi che propongono i grandi network radiofonici. E la cosa mi piace.

Parlando di social media, quando è uscito il video di All The Rage Back Home su SENTIREASCOLTARE ci siamo accorti di quanto, dopo oltre dieci anni di attività, un vostro nuovo disco sia ancora un evento attesissimo. Di certo ne andrete molto orgogliosi. Prima tutti avevano fretta di incasellarvi, eravate il “nuovo suono di New York” ma allo stesso tempo dei post-punk revivalists. Siete diventati un “classico” che ha fatto scuola e ha influenzato la scena indie-rock per tutto il decennio successivo…

Siamo entusiasti della reazione positiva dei lettori del vostro magazine in Italia. Sì, inizialmente ci hanno etichettati in molti modi, in primis revivalists perché alcuni suoni, alcune atmosfere, erano presenti in dischi di un’altra epoca, soprattutto inglesi ma non solo. Ma è un qualcosa di cui oggi, davvero, mi curo assai poco. Non penso molto in termini di “categorie”, e se ci sono influenze è perché in fondo quelle rappresentano ciò che sono e il mio percorso che mi ha portato fino a qui.

A proposito di Italia, mi sono accorto che alla fine del settimo brano del nuovo album, Breaker 1, c’è un frammento di una conversazione in italiano con un forte accento del Sud. Da dove è stato tratto?

Eh, qui se permetti mi piace mantenere un alone di mistero! È stata una decisione presa all’ultimo minuto, abbiamo scelto di utilizzare una parte parlata in italiano perché “musicalmente” ci piace la vostra lingua. Il frammento ha una qualità cinematografica, proprio l’effetto che si desiderava trasmettere.

Ci sono molti episodi in El Pintor con un forte potenziale radiofonico. A un primo ascolto mi ha colpito My Blue Supreme così come Everything Is Wrong e Tidal Wave. È sbagliato, a tuo avviso, considerare questa nuova prova discografica meno “dark” e con più sprazzi di luce rispetto al passato?

Abbiamo cercato di tirar fuori il carattere da ogni singola canzone, da soli e in gruppo, affinché ognuna avesse una funzione precisa all’interno dell’album. Nel caso di My Blue Supreme, che hai citato, volevamo qualcosa quasi di “esotico”, al contempo potente e interessante, e tutto è partito da un riff di chitarra che avevo in testa. Il brano ha preso forma dopo, ho fatto ascoltare la mia idea ai ragazzi e loro poi l’hanno trasformata insieme a me. Ma non è raro che si parta da un particolare, si tratti di una linea di basso oppure di un’armonia vocale; e spesso si tratta proprio delle canzoni che alla fine amo di più.

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El Pintor esce per Matador, come i vostri primi due album. Our Love To Admire venne pubblicato da Capitol, oggi etichetta della Universal; avete più libertà oggi o non hai avvertito poi questa grande differenza tra le due esperienze?

Siamo ancora in ottimi rapporti con lo staff, fu un lavoro molto curato e ti posso assicurare che non abbiamo mai avuto particolari pressioni. Consegnammo il terzo disco alla Capitol, loro ci dissero “ok, thank you very much”. Sapevano che cosa volevamo. Poi purtroppo ci sono stati dei cambiamenti all’interno dell’etichetta, come spesso capita all’interno delle major.

Gli Interpol, dicevamo, sono il “suono di New York”. Tu però sei londinese, un Englishman in New York. Quanto di inglese, e di europeo, c’è nel tuo background e nella tua cultura musicale?

Non amo categorizzare la musica che amo in termini di nazionalità. Considera poi che ero ancora un quattordicenne quando arrivai negli States… e provai subito interesse per la scena underground.

Gli altri membri degli Interpol hanno lanciato progetti paralleli o pubblicato dischi solisti. Hai qualcosa in cantiere anche tu, oltre all’attività con la band? Ci puoi anticipare qualcosa? Inoltre, visto che a gennaio vi vedremo sul palco anche a Milano, sarà dato spazio a tutti gli album o ci sarà un’enfasi su una particolare fase della vostra carriera?

Sì, ho anch’io il mio side project. Si chiama Big Noble, il disco è praticamente pronto e uscirà nel corso del 2015. Si tratta di una collaborazione con un caro amico, l’artista Joseph Fraioli, che compone musica elettronica come Datach’i. Sarà molto strumentale e atmosferico, qualcosa di molto diverso da ciò che faccio con gli Interpol. La selezione per le future setlist, lo garantisco, saranno bilanciate: suoneremo brani da tutti i nostri album.