Singolarità. Intervista a Jon Hopkins

È un plumbeo e abbastanza deprimente pomeriggio milanese quando incontro Jon Hopkins. Il signorino si tratta bene e sceglie di farsi intervistare direttamente nel posto dove alloggia, un alberghetto da niente targato 5 stelle extralusso e con ristorante stellato Michelin ad accompagnare. Immerso in un’ambiente faraonico e vagamente sardanapalesco, con un’aura dekadant anacronisticamente rétro, sorseggio un bicchiere d’acqua frizzante listato probabilmente intorno ai 25 € e perdo rapidamente il contatto con la realtà tra limousine chilometriche e distinte signore impellicciate e imbalsamate. Jon arriva puntuale, faccia pulita da bravo inglese e maglioncino greige austero ma di classe. Il suo nuovo disco Singularity, che uscirà a maggio, è bello quanto e forse anche più del precedente Immunity. Il disco che l’ha portato alla svolta definitiva in termini di successo (sia di pubblico che di critica) era sostanzialmente un inarrivabile Bernini talmente perfetto e squisito da suonare a tratti perfino disumano e lievemente asettico. Anche in questo caso non ci spostiamo di molto da una celestiale bellezza talmente matematicamente calibrata da sembrare più androidica che umana. Se Immunity consisteva nel racconto di una lunga rave-night, qui le suggestioni si buttano di peso su un versante più new age e influenzato dalla meditazione trascendentale, ma la sostanza non cambia di molto. Tra uno svolazzo pianistico minimale e di gran classe e un sidereo taglia-filtra più ballabile, chi era rimasto estasiato allora lo sarà anche questa volta. Chi invece, come il nostro Edoardo Bridda, era restato più tiepidino, avrà per lo meno la conferma della costanza di un genio compositivo che sembra aver trovato la sua inarrivabile cifra autoriale.

Pacato e cordiale, distaccato e perfettamente bilanciato (proprio come la sua musica), Hopkins risponde con garbo e vago interesse alle domande, non raccoglie troppo le provocazioni e sembra emozionarsi davvero solo parlando dell’ultima stagione di Twin Peaks.

So che hai iniziato a registrare il disco a Tokyo…

(Ride, ndSA) Sì è vero, ma sei l’unico che se l’è ricordato! Il riff principale della title track l’ho scritto a Tokyo, ma poi non ho più messo mano al disco per un sacco di tempo, perché ho portato avanti altri progetti ed ero in tour, quindi è stata una parentesi di scrittura molto breve.

Quindi la cosa non ha influenzato l’album in modo particolare?

Solo nel senso che penso che qualsiasi cosa tu faccia in un determinato posto venga assorbita e interiorizzata, e poi emerga in qualche modo nella musica che crei. Ma non è un album su Tokyo.

Il disco è sulla meditazione?

No, non è sulla meditazione, piuttosto è stato “facilitato” dalla meditazione. Sono tre anni che pratico la meditazione trascendentale, e ho riscontrato che farlo regolarmente mi aiuta a sbloccarmi, da qualche parte nel profondo. Quindi è più uno strumento per portare alla luce the real stuff. Il disco ad ogni modo non è sull’attività di meditazione in sé, ma sul processo che questa aiuta a sviluppare.

Cosa intendi con Singularity?

Ha diversi significati. Mi piace lasciare all’ascoltatore la sua personale interpretazione in merito al significato ultimo. Per quanto mi riguarda, di sicuro non ha niente a che fare con la singolarità tecnologica, quanto piuttosto con un flusso universale in divenire di cui ogni cosa è partecipe. Quindi più che altro è un concept che ci ricorda che a un certo punto ognuno di noi ha un ruolo in tutto questo.

In tracce come Feel First Life ci sono celestiali voci angeliche che sembrano un coro di chiesa…

Sì infatti, è proprio un coro di chiesa formato da 15 elementi.

Volevi veicolare un qualche elemento religioso nel disco?

Assolutamente no, non sono per niente una persona religiosa. Credo che religione e spiritualità siano due cose profondamente diverse. Ma i cori religiosi sono qualcosa che ho sempre amato, ma non ha mai avuto a che fare con un’eventuale religiosità. Semplicemente ne amo la bellezza. Come esseri umani tutti nasciamo con degli istinti, e un bambino di due anni già comincia ad intonare dei canti. Un coro come quello che c’è nel disco, a 15 voci, tutte che cantano questa melodia stupenda, è qualcosa di magico. Ho sempre voluto lavorare con un coro, ma finora era sempre stato impossibile. Non è una cosa economica, come puoi immaginare. Quindi è stato un po’ un sogno che si è avverato.

Però c’è almeno un po’ di droga…

Guarda in realtà sì, anche se non è da intendere ad uso ricreativo. Di recente sono andato in una clinica terapeutica olandese, una struttura legale in cui degli specialisti certificati ti somministrano delle quantità controllate di allucinogeni. Ripeto, è una pratica terapeutica e non ha niente a che fare con lo sballo, quanto piuttosto con una maggiore conoscenza di sé. Nel corso di queste sedute ho avuto delle visioni celesti che sicuramente sono filtrate nel disco, già dalla copertina.

Nell’ultima traccia Recovery si sentono dei rumori di fondo, sembra quasi di riuscire a vedere le tue dita sui tasti del piano. È un tocco profondamente umano che nelle altre tracce non c’è…

Sì, ho semplicemente posizionato il microfono molto vicino alle dita, e l’umanità analogica del risultato è proprio il punto della questione.

Ti offendi se ti dico Nils Frahm?

(Ride, ndSA) Già, l’abbiamo fatto entrambi, già nel mio disco Insides lo facevo. È una cosa che amo, questo suono molto intimo. È il vero suono di un piano. Se posizioni il microfono lontano, lui raccoglie solo le note. Così invece percepisci il meccanismo dello strumento. Il punto di quella traccia è proprio questo momento di umanità, alla fine del disco.

Del resto, elettronica e cassa dritta a parte, tu resti un pianista classico…

La gioia che provo nel sentire una cassa e vedere gente che balla sarà sempre qualcosa che fa parte di me. Ma l’età avanza, a 38 anni credo sia fisiologico spostarsi anche verso altre cose. Non siamo tutti come Four Tet (ride). Sicuramente in futuro tornerò a fare tour in cui suono il piano accompagnato da altri musicisti.

L’anno scorso hai condiviso un video in cui suonavi al piano il tema di Twin Peaks di Badalamenti. Tra l’altro anche Lynch pratica la meditazione trascendentale. Ti è piaciuta la nuova stagione?

Oh, I fuckin’ loved it. È incredibile. È come se i miei elementi preferiti della serie originale, quelli più strani ed oscuri, fossero stati amplificati al massimo. Ho anche amato Fuoco Cammina con Me, e questa serie è stata come se quel film fosse durato 18 ore. Non potevo essere più felice.

Ti piacciono Holly Herndon, Arca, insomma tutte quelle musiche un po’ deconstruzioniste, iperrealiste, eccetera?

La prima che hai nominato non l’ho mai sentita. Arca lo conosco di nome ma non ho mai sentito niente di suo. Non ascolto molta musica ultimamente.

Lorenzo Senni?

Chi?

È italiano, fa tipo una progressive trance però tutta smontata. Magari detta così sembra una cazzata, però è molto interessante…

Ok, me lo segno (e se lo segna davvero, ndSA).

Ascoltavi musica mentre componevi l’album?

In realtà non ascolto mai molta musica quando scrivo. Di solito metto su qualcosa di ambient. C’è un artista molto oscuro, si chiama ELVE. Ha fatto un album intitolato Emerald, che ho trovato molto evocativo.

Ha qualcosa a che fare con la tua traccia Emerald Rush?

No, è solo una coincidenza. Quella prende il titolo da un sogno che ho fatto, in cui c’erano questi raggi color smeraldo che saettavano dappertutto, un po’ come nel video.

Immunity parlava di una lunga rave-night. Poco tempo fa sul Guardian è uscito un articolo che segnalava l’aumento dei rave illegali in UK negli ultimi anni, dovuto soprattutto alla chiusura di tanti club e ai prezzi improponibili delle serate inglesi. Cosa ne pensi?

Non sapevo di questo aumento, ma non mi sorprende. L’uomo, inteso come essere umano, ha bisogno di ballare. È qualcosa che ti immerge al 100% nel momento presente, e abbandonarsi al flusso musicale è indispensabile. È qualcosa che dovremmo essere incoraggiati a fare. Condividere la musica e ballare è qualcosa di profondamente radicato nel DNA della nostra specie. Gli esseri umani ballano su un beat fin dalla loro origine, migliaia e migliaia di anni fa. Se chiudi i club, ha perfettamente senso che qualcun altro trovi il modo di continuare a fare la stessa cosa, seppur illegalmente. Perché le persone ne hanno bisogno, sono troppo stressate.

Tu sei stressato?

Faccio molto per non esserlo. Sono consapevole di avere la fortuna di fare uno dei lavori più belli del mondo, che però comporta anche alcuni inconvenienti, come l’insonnia. Appena alzato faccio molto esercizio fisico per rimediare alla mancanza di sonno, e medito. Poi pranzo e verso l’una vado in studio, dove resto solitamente per cinque ore. Non credo che chiudersi lì per tutto il giorno sia un’abitudine produttiva. Piuttosto preferisco dedicarmici per un lasso di tempo preciso, che sia più intensivo. Verso le sei e mezza me ne torno a casa, per vivere.

16 aprile 2018
16 aprile 2018
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