Bellini e spensierati. Intervista agli M+A

Due giovani forlivesi divisi tra Bologna e Londra se ne sono da poco usciti fuori per Monotreme con Things.Yes, caleidoscopio sonoro di morbide e tenui atmosfere screziate con intime melodie e beat elettronici. A solleticarci le orecchie, in brani come Yes.pop e Liko Lene Lisa, una ricercata e spontanea imperfezione, sintomo di un’attitudine ironica e spensierata che dichiara come padri putativi l’indie-electro-folker norvegese Kim Hiorthøy e il Grammelot di Dario Fo. Se ci abbiamo visto giusto, i ragazzi faranno strada…

Giovani sì, ma con una padronanza della materia notevole. Dovreste aver iniziato molto presto a giocare con le note…

M: abbiamo cominciato fin da piccoli. Siamo nati entrambi dentro un contesto musicale, e questo ha facilitato le cose per quanto riguarda il reperimento materiale di strumenti. Però direi che la padronanza della materia – che io non vedo -, più che al tempo è dovuta a una certa sfacciataggine e a un infinito lavoro di lima.

A: non crediamo assolutamente di avere padronanza di ciò che facciamo. Anzi, credo proprio che il disco piaccia perchè in esso si respira una certa insicurezza di fondo, che essendo consapevole e dichiarata fa sorridere la gente. Cerchiamo sempre di lasciare un piccolo margine di imperfezione nelle cose che facciamo per renderle piu autentiche. Le cose imperfette sono molto piu intime e quindi avvicinabili. Quello che ci serve ora non è certo fare il disco della vita, ma far avvicinare le persone a noi. Essere diretti e sfacciati, per far capire che le nostre intenzioni sono delle piu sincere. Risultiamo teneri e cosi finisce che la gente ci manda di continuo dei cuoricini. E’ un po come se avessimo scelto di presentarci al primo appuntamento con una ragazza inciampandole davanti.

Cosa fate nella vita oltre a suonare? Pensate alla musica come a una possibile professione o avete altri progetti?

M: Io studio a Bologna e Alessandro si è da poco trasferito a Londra. Vedi quante cose facciamo per non suonare? A parte gli scherzi, non lo so, la musica come professione per quanto mi riguarda è un argomento spinoso. L’idea della musica come un lavoro che occupi tutte le mie giornate mi spaventa molto perché, oggi come oggi, la sua funzione è proprio quella di restare una valvola di sfogo…”Venuta la sera, mi ritorno in casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali…”.

A: Noi due abbiamo una certa abilità a giocare di continuo le carte sbagliate pur avendo in mano quelle vincenti. Diciamo che siamo giovani e la fretta a volte ci mastica un po’, ma penso che a breve ci fermeremo per capire definitivamente cosa vogliamo farne di queste carte. Lì probabilemente incominceremo a capire meglio anche cosa fare della nostra musica e delle nostre vite. Per ora possiamo ancora continuare a fare i bellini spensierati.

Su Things.Yes si può certamente ballare. È un aspetto che avete programmato o semplicemente certi “battiti” fanno parte della modernità quotidiana?

M: Non nego che ci sia un certo mood che caratterizza certa musica elettronica. Però credo che il sound di Things.Yes rispecchi noi in quanto persone, nel senso che non siamo assolutamente tipi da party. Abbiamo voluto fare musica dance ma non ci siamo riusciti perché in realtà non riusciamo a lasciarci alle spalle gli anni di grunge e post-rock. Questo è il risultato. Gran musica da aurore o tramonti.

Come funzionano i vostri testi?

M: Sono testi senza volto. Ascoltandoli capita quello che il linguista Goffrey Pullum descrive con un esempio molto chiaro. Se a un inglese dici:” Here is a hat, here is a scarf, here is a dlove”, dove l’ultima parola non ha alcun significato in inglese, inevitabilmente l’interlocutore lo sostituirà con la parola “glove” (guanto). In pratica ci piace prendere in giro chi ascolta. Poi ci sono altre cose, ma sicuramente l’approccio testuale è estremamente tributario nei confronti del “Grammelot” di Dario Fo.

Avete prodotto il disco nella mansarda di casa. Per voi il DIY è una scelta artistica o una necessità?

M: Chiaramente una necessità

A: Chiaramente una scelta artistica

Oggi, chiunque possieda un computer, una scheda audio e qualche microfono può teoricamente produrre i propri dischi. Ma è davvero così semplice o c’è ancora bisogno di entrare in studio?

M: Dipende da che produzione vuoi avere. Ci sono un’infinità di sfumature nelle produzioni che permettono anche di fare tutto completamente in casa, ma io credo che lo studio sia ancora fondamentale. Anche perché è vero che molte cose sono diventate automatiche, è vero che con computer, scheda audio e microfono si producono dischi, ma è anche vero che certi dischi prodotti in questa maniera fanno davvero cagare.

Quando si maneggiano suoni elettronici ci si può perdere tra infinite possibilità. Come scegliete i vostri e in che modo li accostate agli strumenti reali?

M: Mah, è tutto molto caotico, non c’è una metodologia precisa e probabilmente rientriamo in quesi casi dove “ci si perde fra infinite possibilità”. Delle volte, se troviamo un suono interessante, ci costruiamo sopra un pezzo senza badare all’accostamento di suoni elettronici e acustici.

A: Ci siamo affidati all’elettronica più per neccessittà che per gusto. Siamo affezionati a così tanti generi musicali che se avessimo i mezzi tecnici per farlo di certo non ci fermeremmo solo all’elettronica.

Che tipo di supporto vi sta offrendo la Monotreme?

A: E’ una Label davvero ottima, sopratutto dal punto di vista umano. Kim è una persona squisita, disponibile e con tanta passione. Anche il supporto mi sembra ottimo, considerando che l’album era praticamente uscito un anno fa senza che nessuno se lo filasse, direi che i riscontri avuti quest’anno sono più che buoni.

C’è un disco, un artista, o una scena che ha particolarmente influito sulla vostra prospettiva?

M: Ti do una risposta secca ma definitiva: Kim Hiorthøy. E’ un’artista molto sottovalutato ma grandioso, sopratutto per il suo modo di fare musica elettronica. Ecco, diciamo che lui ha influito in maniera cospicua sulla nostra prospettiva musicale.

Che tipo di set utilizzare dal vivo, e cosa cambia tra la performance e il disco?

A: Tendenzialmente preferiamo stare in studio, ma anche la preparazione del live è un ottimo laboratorio. Le cose si compensano. Non è un caso che molti pezzi di Things.Yes vengano fuori dalle prove che abbiamo fatto nel 2010 per imbastire il live set. Però ecco, il live e il disco non devono per forza collimare fra loro. Dal vivo usiamo due computer, diversi pedalini e loop station per campionare voci e altre cose, il tenori-on, due glockenspiel, il kalimba, tastiere, e altri aggeggi che cambiano a seconda del concerto.

Giochino finale: una domanda alla quale avreste voluto rispondere, ma che non vi è mai stata fatta.

“Dove vorreste suonare entro e non oltre il 2013?” Da David Letterman.