Sante, poeti, eroine e amori

Ha le caratteristiche di una diatriba, e comunque lo si prenda, non lascia indifferenti. Parliamo dell’album di Letizia Cesarini, giovane pesarese classe 1987. Un disco che ha spiazzato, irretito, coinvolto, stancato. L’abbiamo incontrata per capirne di più, e analizzarne a fondo il personaggio/moniker Maria Antonietta. Alla base ci sono gli stessi connotati dell’esordio in inglese: un presunto punk, in rotta di collisione con un atteggiamento pseudo o post femminista, un’icona di Courtney Love sull’amplificatore e tanta voglia di raccontare quanto di torbido c’è nell’adolescenza.

Solo che ora Letizia pare abbia iniziato una nuova vita. Il nome d’arte che prima era Marie Antoniette è diventato Maria Antonietta perché «nessuno l’aveva mai pronunciato o scritto nel modo corretto. Era una specie di incubo». Le liriche approdano dall’inglese all’italiano per «un’esigenza di onestà totale: quando cresci hai bisogno di un confronto più reale e più concreto con le persone che ti ascoltano». Il tutto anche grazie all’incontro con l’entourage Picicca «pilotato da Matteo Zanobini che ha radunato una squadra eccezionale con a capo un Dario Brunori che si è occupato della registrazione e della produzione».

Un personaggio, quello di Maria Antonietta, che come la regina dalla quale prende il nome, si definisce reazionario. Costretta ad assistere a cambiamenti epocali in Francia e in Europa, la regina d’Asburgo si aggrappò agli affetti più cari, «dando l’illusione di potersi ancora salvare. Io in questo disco e nei mesi in cui l’ho scritto non avevo niente a cui aggrapparmi. Solo gli esempi delle sante Giovanna D’Arco, Santa Caterina, Maria Maddalena. Esempi lontanissimi e immensi che in qualche modo però mi indicavano una via, un modo: quello dell’amore, della forza e del coraggio. Ed è stato grazie all’amore, alla forza e al coraggio se mi sono salvata». In effetti, la passione per l’agiografia, per le gesta dei santi, per i residui di un mondo incontaminato, sembrano essere un punto di forza della sua produzione stilistica. Questi stimoli, se sviluppati meglio, potrebbero dare esiti ancora più interessanti. «I santi sono esempio non solo della purezza, che forse è un termine riduttivo, ma dell’amore, del coraggio e della forza. Di tutto quello che realmente spinge avanti l’universo. Non è possibile non restare se non altro affascinati da questo mondo eterno».

Si è detto a più riprese che Maria Antonietta è un disco onesto, sincero. A dirla tutta, a noi è sembrato di intuire un legittimo sfruttamento del personaggio, dell’aura che si è creata intorno. Non sempre la persona/artista coincide col personaggio della sua opera e spesso la finzione letteraria svolge un ruolo determinante. «Io penso che un autore non coincida mai con una delle sue opere, che è un momento di transizione, un passaggio. Una volta finito il disco, la mia vita è molto cambiata. E non c’è quasi più di nulla di me là dentro. C’è quello che ero, quello che sentivo ma non la me attuale (per fortuna). In ogni caso nel mio lavoro non c’è alcun tipo di finzione letteraria, sostanzialmente perché non ne sono capace. E mi dispiace davvero molto quando qualcuno pensa che io tenga una posa o scriva cose false o di maniera, mi addolora. Mi rendo conto di quanto la comprensione e la condivisione reale siano un’utopia in questo mondo, se neanche renderti trasparente e spogliarti al mondo (il che credimi è qualcosa di molto imbarazzante) è sufficiente per far arrivare una verità».

Forse, in quest’ottica, sarebbe fin troppo facile giudicare le liriche della pesarese teen-oriented, ma «i miei testi non sono orientati verso nulla – ci assicura -, sono solo egoisticamente e onanisticamente orientati su me stessa. Se “me stessa” coincide con qualche categoria del mondo, allora mi sta bene. Quando scrivo non penso: “Oddio questa cosa suona troppo teen-oriented”. La scrivo. Mi sembrerebbe un limite non farlo».

Altro snodo fondamentale per l’esegesi del disco sono le eroine. Prima c’erano Sylvia Plath, Giovanna D’Arco, ora Santa Caterina, Maria Maddalena. E in generale tutto il disco è molto femminile. C’è chi, a questo proposito, esulta per la liberazione da un’immagine della donna fin troppo stereotipata e filtrata da buonismi e chi ci vede solo una posa. Di certo, non si può negare che in un contesto in cui le giovani cantautrici non sono proprio all’ordine del giorno, Maria Antonieta abbia fatto sentire la sua. Da giovane donna, a questa età «devi avere molto più coraggio, perché una donna la si può attaccare molto più facilmente di un uomo, e la si può attaccare in modi squallidi. E’ la pochezza del mondo che in sostanza nei secoli resta sempre uguale a se stesso e ai suoi cliché».

Non rimane che chiedersi cosa ne sarà di Letizia dopo questa sovraesposizione. Una volta tramontato il periodo buio, dal quale ha tratto ispirazione per il disco, cosa accenderà il suo genio? «Ora che è finito il periodo della solitudine e dell’incapacità di accettare la realtà, progetto un prossimo disco dell’amore».