La rivoluzione edibile del suono. Intervista a Matthew Herbert
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Andrea Mi
- 24 Giugno 2016
Matthew Herbert, classe 1972, è uno di quei geni dal multiforme ingegno per il quale l’impegno profuso nella celebrazione dei valori universali sottesi ai sonetti di Shakespeare è pari a quello necessario per realizzare un disco su una frittata. Per l’artista inglese che ha fondato la seminale Accidental Records la musica è, prima di ogni altra cosa, un atto politico nel senso più nobile del termine. Una delle sue peculiarità musicali è quella di prelevare suggestioni e regole da generi differenti combinandole in oggetti sonori anomali, estremi e molto intelligenti: dalla dance le strutture ritmiche, dal jazz le armonie, dal soul le linee melodiche. Dai dj set house ai live con grandi orchestre l’estro creativo di Herbert non vede confini sensati all’espressione performativa che deve completare il lavoro intellettuale in studio. Facendo leva su un piglio sperimentale che non pare scemare con la fama e l’età, i suoi lavori sono complessi marchingegni semantici in forma di composizioni musicali che spesso si ballano con piacere, a volte assecondano un’estetica radicale, e sempre sollecitano la nostra riflessione. Se nel 2001 non riuscivamo a star fermi ascoltando Bodily Functions, se qualche anno dopo godevamo del suo talento produttivo al servizio di due straordinarie interpreti femminili come Dani Siciliano e Róisín Murphy, è nel 2005 che abbiamo capito quali nuovi sensi potesse avere il concetto di musica concreta declinato al futuro prossimo attraverso dischi come Plat Du Jour, il primo di una serie dedicata al suono concreto come terreno di ricerca politica.
È proprio seguendo questa direttrice che il Nostro giunge a lavori recenti come Edible Sound e A Nude (The Perfect Body). Nel suo futuro immediato c’è una nuova performance live e un progetto discografico con due grandi jazzisti come Enrico Rava e Giovanni Guidi. Dopo l’esordio al Nylon Festival di Vercelli del 2015 e la recente replica al Jazz’About di Trento, il progetto arriva al Teatro Romano di Fiesole per l’Estate Fiesolana. Dopo l’intervista di Edoardo Bridda di qualche anno addietro, ne abbiamo approfittato per rivolgere a Herbert alcune domande sui lavori in corso e sui piani futuri e, per rendervi ancora più piacevole la lettura, abbiamo associato la puntata di Mixology con le registrazioni live delle performance al Nylon Festival (grazie a Denis Longhi) e la voce di Matthew Herbert registrata per telefono dal suo studio.
Quando hai incontrato per la prima volta Rava e Guidi? Come avete deciso di lavorare assieme?
Tutto è nato da un’idea di Denis Longhi per un festival a Vercelli poi diventata una commissione ufficiale basata su questo esperimento a tre. Il punto dal quale sono partito è stata la registrazione live, in sessioni separate, dei due musicisti. Lo staff del Nylon Festival si è preoccupato di registrare i suoni e i rumori di Giovanni Guidi, mentre in un secondo appuntamento abbiamo registrato le cose di Rava. Nel mio studio ho rielaborato il tutto usando quelle registrazioni come librerie sonore da campionare ed editare per arrivare alla produzione di vere e proprie tracce.
Campionamento e improvvisazione sono due dei temi principali nel progetto con i due jazzisti italiani. Qual è il tuo ruolo specifico all’interno del progetto?
Ciò di cui mi devo maggiormente preoccupare è che la mia elettronica parli lo stesso linguaggio della musica suonata dai due artisti, che abbia le stesse tessiture ed armonie. Questo perché abitualmente accade che l’elettronica, nei suoi incontri con il jazz, sia relegata all’uso di batterie elettroniche e sintetizzatori. Ma questo non è molto interessante per me. Senza voler risultare troppo romantico, direi che in questo caso si è trattato di elaborare un punto di incontro tra la pura logica e l’emozione pura. Il tutto si svolge in forma di un costante dialogo nel quale io ho il compito di dare forma all’inizio e alla fine dei brani, senza lavorare su melodie e armonie, ma principalmente scegliendo il tempo con l’impostazione della sezione ritmica. Quello che accade nel mezzo è assolutamente libero e questo è assai eccitante. Adoro, in modo particolare, lo stile spontaneo e l’approccio alla musica che ha Giovanni Guidi. Posso dire che, proprio in virtù dell’interazione libera, orizzontale e continuamente mutevole che abbiamo sul palco, questo è il primo, vero, progetto jazz della mia carriera.
Il progetto con Rava e Guidi è destinato a restare una jam session live o pensate alla registrazione di un disco?
Ci piacerebbe davvero molto realizzare un disco. Non sappiamo ancora con quale etichetta, dove e quando, ma la nostra sembra proprio una collaborazione destinata a durare e a produrre i suoi frutti. A volte capita che passino venti anni per trovare un musicista con il quale ti senti davvero in connessione. Io ho avuto la fortuna di lavorare con molti ottimi musicisti e, in particolare, con tanti eccellenti pianisti ma, dal punto di vista tecnico, Giovanni Guidi è il migliore in assoluto tra quelli con i quali mi sia capitato di collaborare.
Non mi piace ragionare per generi ma riflettevo sul fatto che il tuo album The Shakes è una fantastica fusione tra jazz e house; oggi parliamo del tuo nuovo progetto con due jazzisti italiani. Possiamo dire che jazz e house sono due riferimenti fondamentali nei tuoi ultimi lavori?
Non sono molto interessato al rock’n’roll e alla musica country. Potrebbe essere giusto considerare che il jazz e l’house siano due punti di riferimento per me. Dal primo ho imparato soprattutto le armonie, mentre dai generi elettronici della musica dance ho imparato le tante possibili interpretazioni del concetto di ritmo e tempo. Il concetto di melodia, invece, l’ho studiato soprattutto attraverso la musica classica e il lavoro con le orchestre.
Sono appena tornato dal Sònar di Barcellona dove ho fatto incetta di tortillas. Lo scorso febbraio hai lanciato la tua nuova serie Edible Sound con una uscita stampata proprio sulla celebre frittata di patate spagnola…
Anche questo progetto è nato da una commissione. La Science Gallery del King’s College di Londra è una istituzione che funziona come una sorta di galleria per progetti scientifici. Mi ha chiesto di realizzare una serie di sound performance basate sul cibo. Sono partito da alcune domande: che sapore potrebbe avere il suono se lo mangiassimo? Come suona il cibo? Di conseguenza ho cominciato a realizzare dei dj set usando melanzane e patate direttamente su un piatto per i vinili, a processare il suono del formaggio e del prosciutto. Si trattava di “ascoltare” le strutture sonore di una grande varietà di alimenti e di immaginare come poterle manipolare. Ci siamo divertiti molto.
Uno dei tuoi lavori più recenti è un tributo musicale a William Shakespeare. Come è nato New Shakespeare Songbook?
È un lavoro che ho terminato sei mesi fa, nato da una commissione della BBC nella quale mi si chiedeva una composizione musicale che interpretasse gli aspetti contemporanei legati all’opera di William Shakespeare. Ho pensato di partire dall’interpretazione musicale di alcuni passaggi molto evocativi tratti da alcune delle sue opere più famose, cercando di declinare in musica quei sonetti, il cui valore principale, secondo me, sta nell’universalità dei temi trattati.

Uscirà il prossimo 1 luglio, sulla tua etichetta Accidental Records, A Nude (The Perfect Body). Di che cosa si tratta?
È il mio ultimo lavoro in ordine di tempo. Per svilupparlo ho messo una persona nuda in una stanza per tre giorni, registrandolo in audio mentre era impegnato in tutte le sue attività quotidiane: mangiare, dormire, andare in bagno, lavarsi. Per me si è trattato di una vera e propria liberazione, dato che nell’ascoltare quel materiale l’apparenza estetica di quel corpo perdeva completamente importanza: non sappiamo se sia donna o uomo, bianco o nero, non conosciamo la sua età. Il poterci ascoltare come organismi viventi o, da un certo punto di vista, come “perfetti oggetti singolari” ci libera da un sacco di restrizioni. Ovviamente il campionamento sonoro rappresenta un perno centrale di questo lavoro. Attraverso di esso ho realizzato dei beat. Non parlerei però di “concrete music” ma di “flesh music” [Herbert gioca con l’assonanza tra “musica concreta” e “concrete” nel senso di “cemento”, opponendovi il termine di “musica della carne”, ndSA].
Recentemente ho visto alcune belle foto del tuo studio a Whitstable, nel Kent, situato proprio di fronte a una spiaggia. Quanto è importante il paesaggio che hai intorno per la tua ispirazione?
Ho imparato col tempo che una delle libertà fondamentali che dobbiamo concederci è quella di poter fuggire via dalla nostra quotidianità per permettere alla nostra immaginazione di liberarsi. D’altra parte non scordo mai di riflettere su quanto io sia fortunato. Vivo in una casa molto bella, con un giardino meraviglioso, e ci penso tutte le volte nelle quali mi trovo nel mio ufficio, dove affacciandomi dalla finestra vedo solo una parete di mattoni che potrebbe essere in qualsiasi parte del mondo. L’ambiente che mi circonda invece è molto importante per la musica che compongo. A conferma di questa tesi mi viene in mente il progetto di riscrittura della decima sinfonia di Malher [Mahler Symphony X Recomposed, Deutsche Grammophon, 2010, ndSA]. Per ispirarmi sono andato a visitare Tobiaco, nel nord dell’Italia, dove Malher ha composto quel lavoro. Mi sono ritrovato immerso nella bellezza selvaggia di un bosco, tutto circondato da imponenti montagne, e ho capito quanto quella musica fosse influenzata dal paesaggio che stavo ammirando. È stato lì che ho realizzato di avere la stessa esigenza per il mio studio: uno spazio piccolo e semplice, completamente immerso nella natura.
Credi ancora nel potere politico della musica?
Credo che la musica sia sempre politica. In questo mi trovo in pieno accordo con George Orwell quando diceva che dichiarare apolitica la tua musica è un atto politico. Anche se la tua musica parla di macchine piuttosto che di cambiamento climatico, è una forma di espressione attiva. A volte tendiamo a banalizzare il concetto di politica intesa come qualcosa obbligata a provocare o a destabilizzare, ma la prospettiva da adoperare è più ampia di una semplice riduzione a ciò che è l’ala sinistra o l’ala destra. Ovviamente c’è ancora tanta musica che si occupa di stili di vita di lusso e stereotipi di genere, ma altrettanta ragiona sul cibo modificato geneticamente, su nuove forme sociali di rivoluzione. In realtà tutto ciò che facciamo è un atto politico: dal cibo che scegliamo di mangiare ai viaggi che decidiamo di intraprendere.
