Pioggia che cade e luce. Intervista a Moby

Grazie a una carriera vasta e multiforme, Moby ha raggiunto uno status che gli permette di dire quello che vuole, pubblicare gli album che desidera e inondare i suoi canali ufficiali con i messaggi delle sue crociate pro-vegan e anti-Trump. Quando hai l’occasione di intervistare un artista così eclettico e impegnato attivamente in questioni socio-politiche potresti avere il grosso problema di non sapere da dove cominciare. Non è questo il caso. Sin dalla scorsa campagna elettorale il pronipote dell’autore di Moby Dick – da qui lo pseudonimo scelto dal quasi cinquantenne Richard Melville Hall – non si è risparmiato e ha dedicato almeno un post al giorno al tycoon diventato presidente degli Stati Uniti. «Be’, messa semplice: è incompetente, bugiardo, misogino, razzista, sociopatico e nemico del climate change»: Moby è incazzato nero, tanto da confessare che ognuna di queste “qualità” garantisce la sua opposizione al Presidente.

L’albero genealogico non mente, e allora ecco che il nuovo album dell’artista newyorkese, Everything Was Beautiful, and Nothing Hurt, prende spunto dal libro di Kurt Vonnegut, Slaughterhouse-Five (in italiano tradotto col titolo di Mattatoio n°5). Si tratta di un’opera dal forte intento pacifista nella quale l’autore racconta la propria prigionia durante la Seconda Guerra Mondiale. Ascoltando il disco in uscita viene da chiedersi se il trauma di cui parla lo scrittore metaforizzato da Moby sia già stato vissuto dalla nostra società o se siamo ancora lontani dal superarlo. Molto realisticamente, si tratta di un titolo utopico, «ispirato dall’idea che ogni singolo problema che l’umanità affronta nel XXI secolo è stato creato dall’umanità stessa». Nella fattispecie, dobbiamo smetterla di fare errori del genere per (ri)creare un paradiso terrestre. Richard ti spiazza, perché nel momento in cui sembra il più negativo degli esseri umani, tira fuori un barlume di speranza che, nel giro di qualche frase, diventa quasi tangibile. Proprio per questo è opportuno parlare di “reazione”: quella di Billy, il protagonista del libro di Vonnegut, di fronte alla catastrofe che lo segnerà inesorabilmente negli anni successivi al trauma subìto, è urlare. Moby ci tiene a specificare che quella che stiamo vivendo è una «apocalisse senza senso, in cui l’unica risposta è il contrattacco».

Tornando nello specifico di come suona questo nuovo disco, possiamo dire che in un certo senso è un ritorno alle radici gospel e trip-hop dei primi lavori. Intuizione confermata dal diretto interessato, che aggiunge: «Non è stata una scelta intenzionale quella del genere musicale. In tutta sincerità, sto cercando di fare la musica che mi piace». Questo nobile intento porta direttamente alle influenze che hanno contribuito alla riuscita di Everything Was Beautiful, and Nothing Hurt. «Le maggiori due influenze sono state l’uso dello studio di registrazione come mezzo per creare magici suoni d’ambiente e un centro emozionale molto umano e vulnerabile». Eccolo nuovamente a rimescolare le carte in tavola: il tono intriso di bile usato nel replicare alla domanda sulla politica a stelle e strisce è lontano anni luce e lascia spazio a una tenerezza innocente che stona con l’immagine di un freddo e navigato hipster ante litteram. Ma l’occasione fa l’uomo ladro, quindi colgo la palla al balzo per prendere nota dell’arsenale utilizzato durante le sessioni di registrazione. Chi segue Moby sui social e ha qualche devianza per quanto riguarda la strumentistica, sa di trovare pane per i suoi denti grazie a foto accurate di splendidi synth e drum machine rigorosamente originali. Ovviamente non vengo deluso: oltre al classico assetto base di batteria, chitarra, piano elettrico e basso, c’è un livello meno basico fatto di «Jupiter 6, Juno 106 e una gran varietà di vecchi organi e drum machine», oltre a un ultimo, oscuro, piano in cui convivono «alcune vecchie tape machine e delay appena funzionanti». Niente male per uno che in questo periodo della sua vita dice di trarre enorme piacere dall’ascolto di musica classica pre-barocca!

Il sorriso, però, viene meno ripensando all’oscurità di Everything Was Beautiful, and Nothing Hurt, che in fin dei conti non è altro che una forte testimonianza del periodo storico crepuscolare in cui stiamo vivendo. La controffensiva di cui parlava Moby è portata avanti a suon di testi chiari e diretti; soltanto in qualche verso c’è un po’ di ermetismo, come quando in Like A Motherless Child si parla di metaforici «The demon’s eyes and demon satyr». Anche in questo caso, laconica ed efficace arriva la risposta spiazzante: «Non ci giurerei sul fatto che sia una metafora, magari è più letterale di quello che può sembrare!». Nel dubbio, non resta che tuffarsi nel mare oscuro dell’ultimo album di uno degli artisti più importanti vissuti a cavallo del millennio.

27 Febbraio 2018
27 Febbraio 2018
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