Rap caparbio. L’intervista a Mudimbi

Abbiamo intervistato Mudimbi, rapper da San Benedetto Del Tronto di origini italo-congolesi che dopo più di dieci anni passati a fare rap per conto suo ha fatto il definitivo “saltino” col singolo Supercalifrigida, «spiralitico scioglilingua cinico il giusto su una base (di The Clerk) cattiva e cicciona a dovere» (dalla nostra recensione di Luca Roncoroni). Da quel momento è stato un progressivo accavallarsi di opportunità, idee e nuove pubblicazioni, e dopo l’EP del 2014, è arrivato il momento del validissimo disco d’esordio (Michel) e della firma con una casa discografica di un certo peso (Warner). Il suo percorso, caratterizzato da eclettismo, bisogno di rimanere fuori dagli schemi del rap e da facili scivoloni trap più à la page, è l’emblema del suo carattere scalpitante, caparbio, irrequieto ed eccentrico. Tratti che ben emergono anche dalla chiacchierata che abbiamo fatto con lui.

La storia della tua foto da bambino (copertina del tuo disco d’esordio, Michel) l’hai già raccontata diverse volte. Quindi spiegami più che altro che relazione c’è tra il Mudimbi bambino e quello di oggi. Cosa ti è rimasto e cosa invece è cambiato?

Quello che è rimasto, o sta riaffiorando, è l’entusiasmo, la caparbietà, la voglia di fare, spesso anche cavolate. Il cadere e il rialzarsi, come quando mi hanno tolto le rotelle dalla bici. Il sorriso. La voglia di far ridere. La capacità di far sorridere, quella che tutti i bambini hanno. Ho perso poco del Mini-Mudimbi ad essere onesti, o meglio, ho recuperato o sto recuperando quasi tutto. È quello l’obiettivo del Mudimbi di oggi.

Supercalifrigida aveva già accenni “trappeggianti”. Pensi di aver in qualche modo anticipato un modo di fare rap in italia? O magari di aver dato una spinta a quella che poi sarebbe diventata la trap italiana?

Non lo penso assolutamente e non penso assolutamente che Supercalifrigida sia trap. Mi hanno dato dell’artista trap, del trapper (ma che è?!). Io non penso di aver dato il via a niente, se non al mio percorso con quella canzone. Non penso di essere stato un precursore, anche perché non mi sembra che qualcuno si sia mai realmente avvicinato a quello che Supercalifrigida è o alla sua essenza. E non lo dico per darmi il cinque da solo, ma perché Super sta bene lì dove sta, lontano da tutto e da tutti.

Tra le tue influenze troviamo tanto altro, oltre al rap: EDM, dancehall, dubstep, trap. Che tipo di evoluzione hanno avuto le tue influenze musicali?

Sono rimasto sempre molto fedele alla mia curiosità. Nell’ordine (adesso di sicuro sbaglio qualcosa), ho approcciato rap/hip-hop, r’n’b, reggae/dancehall, grime, tekno, d’n’b, dubstep, kuduro, moombahton, minimal, techno, uk funky, garage… No, davvero, basta, mi sto rendendo conto che non finirò mai questa lista, continuano a venirmi in mente generi musicali dimenticati da Dio. Comunque l’ultima scoperta è l’indie. E tu starai pensando: “Ci sei arrivato presto!”.

Come ti senti ad aver firmato con una major? Era un obiettivo che ti eri prefissato da tempo o è stato inaspettato? Cosa rappresenta per te questo traguardo? Ma soprattutto, pensi che l’autoproduzione sia un valore aggiunto (vedi Ghali e il suo Album, sempre più lontani dalle major ma che riescono ad essere comunicativi e capillari quanto una grande casa discografica)?

Ti dirò, credevo che firmare mi avrebbe cambiato la vita e invece le bollette le devo ancora pagare e i soldi continuano a non crescermi in tasca! Non era un obiettivo, non era un traguardo prefissato. Io sono per una politica, sola e semplice, che è: “Tu pensa a fare del tuo meglio. I risultati arriveranno”. Intendo dire che non è che la notte prima di andare a letto pregassi in ginocchio la Madonna perché mi facesse firmare con qualcuno. Lo dimostra il fatto che è stata mamma Warner a venire a bussare alla mia porta e non io alla sua. Resta concentrato sul fare bene, e i risultati arrivano sempre. E so per certo che la politica di Ghali è la stessa. Lo so perché lo conosco, abbiamo chiacchierato, ho anche scoperto che è mio fan! Sa esattamente quello che vuole, è sveglio e ha una squadra composta da gente sveglia e determinata quanto lui. Per tornare all’amletico nocciolo della questione “Firmare o non firmare?” sai cosa ti dico? Ci sono più strade per arrivare a uno stesso risultato. L’importate è arrivarci.

Che rapporto hai con la scena trap attuale? Di solito questo discorso divide molti, tra detrattori e sostenitori…

Ma mi hai visto?! A me piace tutto! Non sono (purtroppo) Mara Maionchi e non sentenzio su cosa funzioni o no, cosa sia giusto o no, cosa sia bello o no. È tutto uno specchio di qualcos’altro e se riesci a capire questo, riesci a capire tanto. Certo, è da parecchio che penso “Raga, bella la trap, ma mi sa che è ora di inventarsi qualcosa di nuovo”, ma ad ogni modo continuano ad uscire cose che mi piacciono – per tipo 15 minuti, ma mi piacciono. Io non mi rispecchio nella scena attuale ma nemmeno in quella passata, se è per questo. Mi sa che l’hai fatta alla persona sbagliata questa domanda!

La figura del produttore, anche in Italia, è emersa come punto cardine nella creazione dell’album. Che cosa cerchi in un produttore a livello artistico?

Tutto quello che di buono e illuminante abbia da darmi. Io cambio produttori di continuo proprio per questo. Ognuno mi insegna qualcosa, mi apre gli occhi e le orecchie su qualcosa che non immaginavo fosse per me possibile o, peggio ancora, trascuravo. Ci si approccia alla musica in maniera diversa, ed ogni volta non puoi sapere cosa succederà. Ma parlo anche di semplici modalità lavorative, c’è chi in studio parla parecchio, chi sembra autistico, chi vuole lavorare solo a distanza, chi ti deve conoscere bene e fare serata con te, chi se muori nemmeno se ne accorge (no, quest’ultimo non l’ho ancora incontrato). È questo il bello di provare cose nuove, il non sapere cosa succederà, finché non succede.

Mi sembra di capire che tu sia una di quelle persone che ha continuamente voglia di cambiare: non riesci a fare troppi pezzi con lo stesso produttore, hai bisogno di cambiare spesso stile e musica delle tue canzoni. Non trovi che questo possa talvolta disorientare il pubblico? E poi, questa attitudine fa parte del tuo carattere da sempre?

È un rischio, si chiama mettersi in gioco, e non posso farne a meno. Fa parte di me da sempre. Quando ero ragazzino, diciamo 16 anni, stavo insieme a una delle mie prime grandi cotte, la ricoprivo di regali, attenzioni e sorprese, e un giorno chiesi a me stesso: “Riuscirò a sorprendere tutta la vita? Riuscirò ad inventarmi cose sempre nuove?”. È la paura che mi tiene a galla, la paura di annoiarmi. Un giorno forse sbaglierò, cambierò così tanto che finirò per fare qualcosa che mi sarei potuto risparmiare. Vorrà dire che mi servirà per raddrizzare il tiro e capire in che direzione andare.

Parlando invece di scrittura: tu scrivi in una maniera molto piana, schietta, semplice se vogliamo. Non ricerchi forzatamente termini che non ti appartengono. Come si svolge il tuo processo di scrittura?

Io parto sempre e imprescindibilmente dal presupposto che anche il capo degli imbecilli deve riuscire a capire quello che sto dicendo. Il concetto di scrivere terra terra per me è un pilastro. Quando mi metto lì, mi calo sempre nei panni di chi ci dovrà mettere le orecchie e mi chiedo: “Questa cosa sarà chiara o la capiscono solo in cinque?”. Io vengo dal rap dello slang. Ma tu lo sai cos’ho provato io, la prima volta che da ragazzino mi hanno fatto sentire Joe Cassano? Mi sono sentito ritardato. Ho chiesto a quello che era con me: “Ma sta parlando in italiano?”. Arrivo dagli anni in cui meno ti facevi capire più eri figo (a parte che oggi con tutto ‘sto vocoder e autotune, non è che stiamo messi meglio), e io non riuscivo a scrivere niente perché tutte queste parole strane non le conoscevo. Poi crescendo, prendendo sicurezza con le mie metriche, mi sono detto: “fammi parlare come mi ha insegnato quella santa donna di mia madre, che so farlo tanto bene”. Un’altra cosa per me altrettanto fondamentale è lo scandire maniacalmente tutto quello che pronuncio, e per questo uno dei più grandi complimenti che mi fanno di continuo è: “Quando canti tu, capisco tutte le parole!”. Dovresti vedere come mi guardando quando lo dicono, come se avessi fatto il miracolo di Padre Pio.

Parliamo un attimo di Schifo. A parte che curi personalmente i tuoi video, vorrei capire da cosa nasce questa passione, a quale regista ti ispiri o da cosa trai ispirazione. E poi trovo curiosa la scelta di far uscire come singolo Schifo, che è un pezzo difficile, poco leggero, impegnativo. Come mai hai scelto questa canzone come primo video dell’album?

Riguardo ai video non ho una vera e proprio cultura/tecnica cinematografica. Ho visto abbastanza film, non tantissimi, e ho una buona dose di immaginazione. Per Schifo ed Empatia ho iniziato a collaborare con una casa di produzione di Brescia, 5e6, e insieme al regista, Federico Cangianiello, abbiamo tirato fuori quello che ora è sotto gli occhi di tutti. Funziona così: ascolto la canzone, immagino cosa vorrei vedere, poi sento Federico, gli spiego tutto per filo e per segno, in quelli che sono gli aspetti fondamentali, dopodiché gli dico “Da qui in poi vai avanti tu”, e il gioco è fatto. Ben diverso invece era l’iter dei vecchi video, dove facevo davvero il 90% del lavoro: trovavo attori, costumi, location, fissavo date, compravo materiale, controllavo fotografia, questo, quello. Alla fine di ogni video avevo perso 6 anni di vita. Ora invece mi basta arrivare sul set e fare quello che mi dice Federico, con gente che mi trucca e mi spiega le cose come faceva la badante con mio nonno. Perché Schifo come primo singolo? Volevamo spiazzare e mettere subito le cose in chiaro. Direi che ci siamo riusciti.

Il tuo lato ironico, che sbeffeggia anche alcuni canoni dei rapper, emerge sia nella promozione, sia sui social, sia nella tua musica. Quanto è importante per te non prenderti sul serio? Forse è anche per questo che si è creata la collaborazione con Maicol&Micro?

Con Maicol&Mirco è stato amore a prima vista. Siamo concittadini, ci conosciamo bene, ed era da tempo che volevamo fare qualcosa insieme. Questa è stata l’occasione migliore. Siamo entrambi dissacranti, ognuno a suo modo. Io penso che sia importantissimo non prendersi e non prendere troppo le cose sul serio. Non ingigantire sempre tutto. Metterci un pizzico di incoscienza e di leggerezza. Sai, prendere troppo sul serio un problema, rischia pericolosamente di trasformarlo in qualcosa di più grande di quello che è, al punto da impedirti anche solo di provare a superarlo. È sempre cosa buona e giusta riderci su, stare con la mente leggera, si ottengono risultati inaspettati.

Hai un sacco di date in programma. Come è cambiato e come sta cambiando il tuo rapporto col pubblico?

Non è cambiato. Lato mio non è cambiato di mezza virgola. Sono disponibile con tutti come sono sempre stato e come continuerò sempre ad essere, nel limite delle mie possibilità. E neanche lato pubblico ci sono cambiamenti, a parte che sono due volte che delle ragazze vengono da me in lacrime nemmeno fossi l’apparizione della Vergine Maria. L’hai detto tu stessa, io sono molto schietto e terra terra nei testi e nella vita, la stessa cosa succede quando mi trovo sul palco, quando scendo dal palco o quando mi incontri per strada: faccio di tutto per essere il più gentile e disponibile possibile, e godermela più che posso.

31 luglio 2017
31 luglio 2017
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