Piegare la curva del tempo. Intervista ai Protomartyr

Strana passione, quella per i muli. E pensare che c’è chi in passato si è premurato di tratteggiare la storia degli Stati Uniti proprio a partire dall’uso che se ne faceva in ambito militare. In Shavetails & Bell Sharps: The History of the U.S. Army Mule c’è un’intera sezione che descrive come la coda di questi animali fosse il simbolo della loro specializzazione: i nuovi arrivati l’avevano tagliata, i più esperti lunga e con dei campanelli. Quando mi trovo ad ascoltare al telefono questi dettagli penso per un attimo di aver sbagliato numero e invece Joe Casey mi spiega meticolosamente perché sul nuovo disco dei Protomartyr c’è proprio un mulo.

Oltre alla sua passione personale per il quadrupede, c’è un avvenimento fondamentale che lega la band al libro sopracitato: la specializzazione sonora che il quartetto art punk ha maturato nel corso dello scorso decennio è il trampolino sul quale prendere lo slancio per affrontare un presente fatto di bilanci e consapevolezze. Prima tra tutte, quella del tempo che passa inesorabilmente e se ne frega di celebrazioni – come la reissue del debutto No Passion All Technique – e di quello che accade nelle nostre vite private.

Ultimate Success Today è un album che allarga il range sonoro della band, lo fa con una pioggia di collaborazioni e un concetto fondamentale: la caducità delle cose umane. Anche qui spunta un libro – The Road di Cormac McCarthy – e colgo la palla al balzo per far notare a Casey che la sensazione trasmessa dal disco è un misto di sospensione e urgenza. Lo si nota soprattutto in Day Without End, che sembra scritta durante il lockdown. La risposta non si fa attendere: «Sin dal primo momento in cui abbiamo suonato questa canzone ho pensato che sarebbe servita ad introdurre l’ascoltatore al disco, doveva essere il primo brano. Il testo è venuto fuori molto rapidamente, anche perché scaturito da quella che potrei definire tranquillamente una “crisi di mezza età”; quando ti ritrovi in un corpo non più giovane e con un bagaglio di esperienze piuttosto pesante».

Il discorso si fa subito intenso. Continua Casey: «Quando sei giovane hai paura di morire ma in realtà non ci pensi, quando invecchi ci pensi praticamente di continuo. Mi sono sorpreso proprio di quanto questa sensazione abbia cominciato ad accompagnarmi da un certo punto della mia vita. Forse da quando ho iniziato a perdere i capelli!». Tutto chiaro sin dalle prime note e le prime parole, quindi, che non a caso recitano: «I could not be reached / No matter how / Many times she repeats / An empty space / That’s the whole of me».

Per sdrammatizzare, ci spostiamo al sound. Il quinto album dei Protomartyr vede la partecipazione di Nandi Rose (voce) a.k.a. Half Waif, la leggenda jazz Jemeel Moondoc (alto sax), Izaak Mills (clarinetto basso, sax, flauto), e Fred Lonberg-Holm (violoncello). «Prima c’erano un sacco di chitarre, adesso abbiamo lasciato più spazio e ci abbiamo fatto entrare altre persone. Abbiamo smussato gli angoli e ripulito tutto rispetto al passato. Tutto, tranne la voce. Ovviamente». Concordiamo sull’urgenza che un brano come I Am You Now esprime in tutta la sua attitudine punk, una tipologia di canzone che – a detta di Casey – dovrebbe essere presente a ogni disco: «Adoro la sensazione che tutto si stia per distruggere e poi non succede».

In Ultimate Success Today convivono più stati d’animo, non sorprende quindi l’approccio più cantautorale di The Aphorist –  il cui testo prende spunto da una poesia del fratello di Joe – e il math rock di June 21, che Casey ricorda per la difficoltà di inserire le voci in una struttura eclettica e complessa. La conversazione sul sound si amplia, passiamo in rassegna qualche disco in retrospettiva e la domanda arriva spontanea, suggerita dal flusso di pensieri: dopo cinque album e un decennio di attività, qual è oggi il senso di una band come i Protomartyr? Casey si mostra inizialmente spiazzato, prende tempo e poi mette in fila le idee: «Non so se un gruppo di ragazzi che si mette a far musica possa avere un senso. Penso, però, che la questione della pandemia ci abbia messo di fronte a concetti quali lo scopo e la sopravvivenza di una band. Non so che importanza possiamo avere e preferisco scoprire il significato della band andando per strada e ascoltando dalle persone ciò che pensano di noi, cosa trasmettiamo loro. Sono sempre stato curioso di conoscere che cosa significhi una canzone per una determinata persona».

A proposito di canzoni e significati, in Relatives In Descent (2017) c’era un ritratto degli Stati Uniti in piena sbronza Trump. Sono successe tante cose in questi tre anni, ma molti concetti espressi in quel disco sembrano essere tutt’oggi validi. «Il trucco è raccontare il nostro tempo senza farlo capire a tutti – mi spiega Casey – Uso la stessa linea guida per ogni album; scrivere del presente senza scendere nei dettagli. Cerco di concentrarmi su come reagiamo agli avvenimenti”.

Un disco ancorato al presente come Ultimate Success Today vive attraverso suggestioni che riverberano da un passato non molto recente. Quando Casey fa riferimento ai suoni che hanno influenzato l’album mi parla dello “splendido” Jewel in the Lotus di Bennie Maupin, della produzione fine Settanta/primi Ottanta di Robert Wyatt e del ritmo di Curtis Mayfield, con tanto di confessione finale: «Ti dico una cosa che non dovrei, se ascolti bene la batteria di Day Without End trovi davvero molte similitudini con un suo pezzo. Fammi sapere se indovini!».